Meraviglia

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

Potrebbe sembrare strano che Primo Levi – testimone, razionalista, moralista, devoto dello scrivere chiaro – sia stato anche uno scrittore nato sotto il segno della meraviglia, un discepolo del mistero. Eppure una parte fondamentale della visione del mondo ‘primoleviano’, della sua scienza e della sua epistemologia, è costituita da una sensibilità per quello che Richard Dawkins chiama the magic of reality. Questa “meraviglia” leviana non potrebb’essere più lontana però dai misticismi, dagli esoterismi, dalle mistifcazioni e dalla metafisica: è, anzi, indizio eloquente di un certo porsi davanti al mondo, una forma di precondizione allo sforzo conoscitivo necessario, alla capacità della mente umana di “dragare il ventre del mistero”, come ebbe a scrivere Levi in Il sistema periodico, rievocando la vocazione chimica nata negli anni ‘30.

Trent’anni dopo – dopo Auschwitz e dopo la nascita dell’altra vocazione, del testimone – vocazione alla meraviglia è ancora intatta in Levi, anche se con una nota malinconica. Eccolo a commentare l’imminente sbarco sulla luna, nel 1969:

 

Noi molti, noi pubblico, siamo ormai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi. Pochi fra noi sapranno rivivere, nel volo di domani, l’impresa di Astolfo, o lo stupore teologico di Dante, quando sentì il suo corpo penetrare la diafana materia lunare, «lucida, spessa, solida e pulita» … peccato, ma questo nostro non è tempo di poesia: non la sappiamo più creare, non la sappiamo distillare dai favolosi eventi che si svolgono al di sopra del nostro capo. (La luna e noi).

 

Ex negativo, dall’asssenza della meraviglia prevalente nel mondo, Levi traccia un’idea della meraviglia come «propria dell'uomo», cioè come elemento essenziale di quel modello etico-antropologico che sottende tutta la sua opera, a partire da Se questo è un uomo. La meraviglia è ibridizzante: un ponte tra tecnologia – cioè, il trionfo tecnico-creativo dello sbarco – e letteratura – Dante, Ariosto, la poesia. È anche un ponte tra scienza e teologia – lo «stupore teologico» di Dante – cioè, tra nuove realtà cosmiche e una dimensione (laica) del sacro in Levi, una presenza persistente e risonante come dimostrato di recente da Alberto Cavaglion e Paolo Valabrega. E se qui lo stupore è legato al fenomeno dell'impresa scientifica-umana, altrove in L’altrui mestiere Levi percepisce un senso simile del sacro-meraviglioso nella fenomenologia della natura, per esempio negli uccelli:

 

Opera di Inka & Niclas Lindergård.

 

Ma si rimane attoniti, e percossi da una meraviglia quasi religiosa, nel leggere che alcuni migratori, che volano solo nelle notti serene, non solo orientano il loro volo sulle stelle, ma dalla configurazione del cielo ricavano con precisione il punto in cui si trovano, o in cui sono stati trasportati in sede di esperimento; e che sono capaci di tanto non solo gli uccelli che già hanno seguito lo stormo in precedenti migrazioni, ma anche individui giovani al loro primo volo. Tutto va insomma come se nascessero già in possesso di una mappa celeste e di un orologio interno indipendente dall’ora locale, stipati in un cervello che pesa meno di un grammo. (Le più liete creature del mondo)

 

Il viaggio stesso, poi, verso terre ignote e verso sapienze nuove – un topos che collega il volo degli uccelli a quelli di Armstrong, Astolfo e Dante – è in sé fonte di meraviglia in Levi, come dichiara in modo tipicamente sintetico in La ricerca delle radici: «ogni terra inesplorata è meravigliosa».

La sensazione della meraviglia in Levi ci presenta dunque una dimensione della scienza e della conoscenza che mette queste in stretta parentela con l'umanità stessa. Crea un senso di apertura verso lo strano, verso l'ignoto, verso i limiti delle nostre conoscenze, che ha valore in sé, pratico e morale, ma anche e soprattutto valore epistemologico, come stimolo verso nuove indagini, nuove esplorazioni e nuove conoscenze (scientifiche ed altre).

In una breve recensione del 1978, Levi evoca una figura della storia della scienza italiana, che incarna questa scienza della meraviglia, tra l’illuminismo e la scienza romantica, Lorenzo Spallanzani, «l’abate biologo … così lontano dalla teologia e così spoglio di pretese filosofiche». Elogia soprattutto in Spallanzani la chiarezza, la straordinaria varietà dei suoi interessi, e la sua pazienza pratica, ma tutto è sotteso dal suo senso ‘infantile’ della meraviglia:

 

[Spallanzani] è essenzialmente uno sperimentatore, umile, abilissimo ed entusiasta. … l’osservatore cauto e paziente, quasi infantilmente innamorato delle meraviglie sempre nuove che lo strumento giorno per giorno gli svela … (L’abate biologo)

 

Non è forse un caso che l’unica volta che Levi cita il filosofo dell’illuminismo per eccellenza, Immanuel Kant, non è tanto o non solo per la sua filosofia morale, né per la sua fede ferrea nella ragione, ma per la sua famosa dichiarazione di « meraviglia» (Bewunderung) davanti alle leggi esterne e interne del mondo: « [le] due meraviglie nel creato: il cielo stellato sopra il suo capo, e la legge morale dentro di lui» (Notizie dal cielo). Un altro autore caro a Levi, Samuel Taylor Colerigde, esprime qualcosa di analogo in uno dei suoi aforismi più noti, che riprende Platone, Montaigne e tutta una genealogia della filosofia e della scienza moderna: «In Wonder all Philosophy began. In Wonder it ends».

Infine, e come sempre in Levi, non manca l’eco della Shoah, iterazione moderna dell’ignoto, dell’inesplicabile, ma assolutamente non per questo un segno dell’indicibile per Levi: semmai, il mistero, la meraviglia sta nella possibilità, fragile ma vera, di rendere testimonianza, anche e paradossalmente dopo la catastrofe:

 

Ed è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute. (Lilít)

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