Pressure without grace

Whiplash è un film bello e sbagliato. E proprio per questo potenzialmente dannoso.

I suoi pregi e i suoi difetti stanno nell’evidente ambiguità: ambiguità positiva, che crea una efficacissima tensione drammaturgica con pochissimi elementi, e ambiguità ideologica, invero piuttosto scoperta.
Il film è costruito con soli tre ingredienti: un maestro, una batteria e un allievo (gli altri personaggi sono poco più che elementi di contorno, pezzi di scenografia). Eppure funziona benissimo. Damien Chazelle ne ricava emozione, tensione, climax, spettacolo, utilizzando con maestria gli strumenti di una narrazione serrata e uno stile sincopato e drammatico.

Il soggetto potrebbe sembrare una variante estrema, quasi isterica, di Saranno famosi, ma sotto s’intravede la struttura di un plot più classico ed efficace: quello della vendetta, cruciale in tantissima letteratura, dall’Odissea al Conte di Montecristo. Una vendetta declinata in modo insolito, perché la figura del villain coincide con quella del mentore.

 

 

Il maestro-mentore, infatti, primo elemento del film, ha tutti i requisiti del grande cattivo: il carisma misterioso dell’animale feroce, momenti di pacatezza dietro i quali si sente covare la violenza, sottile perfidia, gusto nell’umiliare, scoppi di aggressività parossistica… E, come nei film di vendetta, colleziona una serie di angherie che caricano come una molla la catarsi finale. Al tempo stesso, però, ha le caratteristiche del mentore, nella variante dello stregone che impone un rito di iniziazione.

La tensione del film cresce attorno alla personalità schizoide del personaggio e carica il racconto d’ambiguità e tensione fino all’ultima sequenza, per quanto prima del finale ci sia la classica curva da manuale di sceneggiatura: punto di climax, crisi e rilassamento della tensione. Il sadico e disumano personaggio, così simile al sergente dei marines di Full Metal Jacket, con l’orecchio assoluto e un metronomo in testa, è insomma lì per distruggere o forgiare? E il ragazzo suo allievo si spezzerà o si ribellerà?

 

Il secondo ingrediente del film, la batteria jazz, è ugualmente efficace da un punto di vista drammaturgico e stilistico: è lo strumento più fisico e spettacolare, perfetto per esaltare un sapiente montaggio basato sul ritmo (non a caso gli altri due Oscar sono andati al montaggio e al mix sonoro), e quello in cui la musica si avvicina di più allo dello sport. Non a caso l’ideale a cui punta il maestro-sergente è proprio un perfezionismo atletico che ha a che fare più con l’agonismo che con l’atmosfera di una sala da concerti.

Ma proprio qui risiede il lato ideologico rischioso di Whiplash: nell’unico momento di umana dichiarazione d’intenti, il maestro-sergente rivela come il suo scopo sia mettere alla prova nel modo più duro la volontà dell’allievo per tirar fuori un nuovo Charlie Parker. Perché solo con una disciplina fanatica e una tenacia ascetica un nuovo Bird potrà emergere. Una mentalità che ricorda l’insegnamento orientale delle arti marziali e che ha un suo fondamento anche nella tesi, confermata da ricerche psicologiche, che tenacia e grinta siano fattori determinanti per il successo (lo spiega, in maniera un po’ semplicista, questo video di «Ted»). Una mentalità, ancora, molto diffusa nella cultura americana, agonistica sotto molti aspetti, ma fuorviante: perché giustifica mezzi cruenti e suggerisce come l’eccellenza dipenda solo da volontà e determinazione, quando invece ci sono campi, in particolare quello della musica, in cui le doti naturali hanno un peso altrettanto determinante (ancora, lo spiega bene questo articolo su Slate).

È giusto insomma avere coraggio e credere nel proprio talento (e incitare a credervi), ma non al punto di pensare che la sconfitta sia un colpa. E quando Chazelle afferma che per raggiungere i vertici ci vuole determinazione e dedizione assoluta, una vita dura di sudore e sangue, sembra dimenticare che soprattutto nella musica non esiste solamente il solista o il grande concertista, ma un gruppo, un ensemble, un’orchestra.

 

Il terzo ingrediente, infine, il ragazzo protagonista, concentra in sé tutte le ambiguità del film: se l’eroe è antagonista del cattivo, e al tempo stesso discepolo del mentore, il suo compito è sia sconfiggere il proprio avversario sia mettere in pratica i suoi insegnamenti, trasformando il nemico in vincitore. Ed è proprio quello che succede nel duello finale, tanto efficace da un punto drammaturgico quanto deleterio da quelli musicale e ideologico: davvero, viene da chiedersi, il jazzista migliore è quello capace di sfoderare un lunghissimo assolo con un metronomo impossibile, oppure è quello che sa dire tantissimo con pochissimo?

Perché per fare la seconda cosa ci vuole una sensibilità – come il «duende» di Miles Davis – che non si coltiva con un addestramento massacrante: Bill Evans la chiamava «grace under pressure», ma di questa grazia, in Whiplash, non c’è nulla. Solo pressione.

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