Man beyond the Moon
All’indomani del volo di Jurij Gagarin, che il 12 aprile 1961 diventò il primo essere umano a superare i confini dell’atmosfera terrestre, l’Amministrazione delle Poste e Telecomunicazioni della Cecoslovacchia emise un bellissimo francobollo, prodotto esemplare della scuola grafica di quel Paese nel dopoguerra. La Terra, raffigurata in basso nell’angolo sinistro dell’immagine, non è il pianeta blu che proprio Gagarin avrebbe raccontato per primo. È una sfera dorata vorticante da cui, partendo dall’Unione Sovietica, si innalza una scritta che attraversa un cielo blu scuro pieno di stelle per toccare una sorta di tappeto volante, la bandiera rossa con la falce e martello, e sorreggere una piccola fotografia in bianco e nero di Gagarin dall’aria molto russa, con la cuffia da aviatore che somiglia vagamente a un colbacco, come se fosse diventato già un pezzo di storia e un’icona, mentre l’impresa che lui aveva avviato è proiettata verso il futuro. Nella dinamica della sua costruzione geometrica, è un racconto completo ma senza realismo, una revisione dei canoni monumentali tipici delle raffigurazioni sovietiche, con un’estetica costruttivista filtrata dal modernismo mitteleuropeo. Il suo nucleo, ad ogni modo, sta nella scritta che si ingrandisce a mano a mano che si innalza verso Gagarin e che è a tutti gli effetti un elemento compositivo del disegno, anche se quel che dice ha un’importanza non meno decisiva: il Comunismo apre la via alle stelle. C’era da esserne orgogliosi, indubbiamente, e non bisognava perdere l’occasione, né dal punto di vista grafico del design, né da quello dei suoi significati.
Lo slogan di quel francobollo, approvato dal Ministerstvo spojů, il Ministero delle Comunicazioni, riassume in modo esemplare quel che rappresentava, allora, l’epopea dello spazio, e può aiutarci a comprendere meglio cosa rappresenta oggi, dopo che Artemis II ha rotto il tabù delle spedizioni umane verso la Luna, interrotte bruscamente nel 1972 quando erano ancora in programma altre tre missioni Apollo, dalla 18 alla 20. Il periodo della prima Space Age, si sa, coincide con quello della massima intensità della Guerra Fredda. Basterebbe concentrarsi su due episodi e due date: 12 settembre 1962, al Rice Stadium di Houston il Presidente Kennedy tiene il suo famoso discorso alla nazione sullo Space Effort degli Stati Uniti, annunciando di avere scelto la Luna come obiettivo e promettendo sarebbe stata raggiunta entro il decennio. Poco più di un mese dopo, il 14 ottobre, ricognizioni aeree americane verificarono che a Cuba erano stati installati missili sovietici forniti di testate nucleari, aprendo due settimane di altissima tensione, forse il momento in cui si arrivò più vicini alla possibilità che la Guerra Fredda si arroventasse. La prospettiva della catastrofe nucleare, tuttavia, è stata la vera colonna portante di quell’epoca e l’elemento intorno a cui hanno ruotato tutte le strategie politiche planetarie di allora, al punto che non si può non attribuire un valore simbolico al fatto che la fine dell’Unione Sovietica, secondo quanto ha più volte affermato Gorbačëv in persona, sia cominciata con un vero disastro nucleare, ma interno: quello della centrale atomica di Černobyl’ (1986).
La corsa allo spazio era un antidoto alla paura nucleare. Di fronte alla prospettiva di un conflitto che era in grado di portare la specie umana alla distruzione totale, la Luna offriva alle grandi potenze, e implicitamente all’umanità, le vie di un cosmo dalle possibilità illimitate nel quale la tecnica si mescolava con i sogni che lo spazio extraterrestre aveva suscitato da sempre. Da un lato, dunque, l’incubo. Dall’altro, se non una speranza, almeno una via di fuga. La Guerra Fredda teneva alta la soglia della paura ma il Comunismo apriva la via alle stelle e il Capitalismo prometteva che ci sarebbe arrivato per primo.
Senza che potesse essere previsto, il lancio di Artemis II, il 1° aprile 2026, è avvenuto in un contesto politico globale mai così teso dalla fine della Guerra Fredda, addirittura con lo spettro di una crisi energetica che viene paragonata a quella del 1973. Allora c’era stata la guerra di Yom Kippur: Israele aggredita da Egitto e Siria, la chiusura del Canale di Suez, i paesi arabi produttori di petrolio riuniti nell’OPEC che aumentarono del doppio il prezzo del barile e ridussero di circa il 30% le esportazioni verso Stati Uniti ed Europa. Oggi i bombardamenti in Iran, la presunta “pistola fumante” del nemico che sarebbe ancora legata al possesso dell’arma nucleare, la guerra intorno allo Stretto di Hormuz e la vecchia madman theory di Richard Nixon — la strategia che spinge gli avversari a fare concessioni per paura di un’escalation incontrollabile da parte di un leader imprevedibile e capace di azioni sconsiderate — aggiornata alla follia autoritaria esibita minuto-per-minuto da Donald Trump attraverso qualunque tipo di mezzo comunicativo.
Siamo dunque in una situazione simile? Davanti al disastro, al Libano massacrato, a Gaza di cui non si parla più, all’Ucraina disperata che cerca di riguadagnare consenso in Occidente esportando il suo know-how nella nuova guerra di droni e robot da terreno, Artemis II dovrebbe allora indicarci uno spazio buono per respirare, anche se si tratta di aria prodotta artificialmente all’interno di una capsula pressurizzata. Non sono state fatte così, del resto, le promesse dell’ultimo decennio? Prima la Luna, poi Marte. Prima riaprire la rotta, anche perché dal 1972 si è perduta molta della conoscenza pratica che aveva portato esseri umani sul nostro satellite e perché le tecnologie di oggi sono imparagonabili con quelle di ieri. Poi puntare all’insediamento di colonie. La scimmia che in un racconto di Kafka tiene una lezione davanti a un pubblico di accademici, rievocando il modo in cui si era adattata al contesto umano e al suo linguaggio, dice di aver avuto davanti a sé fin dal principio un obiettivo molto chiaro: «non cercavo la libertà, ma solo una via d’uscita». Artemis II sembra essere partita nel momento giusto per offrircene una proprio quando ne avevamo più bisogno, nel momento in cui ogni giorno ci sentiamo angustiati dalle cronache, stomacati dalle dichiarazioni, divelti dai numeri di vittime che non fanno più nemmeno notizia.
Anche se Artemis II non occuperà il centro delle prime pagine, ci siamo detti, anche se scorrendo i siti online non sta in testa alle novità del giorno, può portarci verso una visione più ampia. Molti dei suoi exploit sanno di ripetizione a dire il vero, sia per chi li ha vissuti all’epoca davanti a uno schermo, sia per chi è venuto dopo e non ha mai realmente considerato incredibile l’impresa che era stata compiuta. Charles Duke, astronauta di Apollo 16, ha detto una volta di essere rimasto sconcertato di fronte al modo diverso in cui, nella sua stessa famiglia, si guardava al fatto che avesse camminato sulla Luna. Suo padre non ci poteva credere. Ai suoi figli sembrava normale. C’è da stupirsi, allora, di una certa freddezza generale, oppure del clima da remake su cui in tanti abbiamo puntato anche disperatamente, volendo fortemente che insieme al viaggio di Artemis II ci venisse regalata anche un po’ di speranza, o almeno fatta intravedere una via d’uscita?
Certo bisogna declinare le cose al presente. Tutti gli astronauti coinvolti nel programma Apollo erano militari, con l’eccezione di Harrison Schmitt, l’unico geologo imbarcato a forza su Apollo 17 dietro forti pressioni politiche quando si seppe che sarebbe stata l’ultima spedizione sulla Luna, e qualcuno dice anche con quella di Neil Armstrong, che al momento di partire con Apollo 11 si era già congedato dall’esercito. Tutti erano maschi, tutti erano bianchi. Artemis II ha un equipaggio evidentemente formato prima della guerra scatenata dalla coppia Trump-Musk contro le culture della correttezza politica: una donna, un afroamericano e, fra i due maschi bianchi, un canadese, cioè un non-statunitense. Se poi i tre uomini nascono pur sempre come piloti dell’aviazione militare, Christina Koch è ingegnera ed è in qualche modo una portavoce delle questioni di genere nello spazio, avendo già guidato quella che passa per essere la prima spacewalk interamente femminile, cioè la prima attività extraveicolare compiuta solo da donne: insieme a lei, nel 2018, fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale nel 2018 c’era Jessica Meir. Mancano, nelle comunicazioni verso Terra, i toni della conquista e del superamento dei confini che caratterizzarono gli anni Sessanta e i primi Settanta, mentre restano di allora la meraviglia e lo stupore di fronte non allo spettacolo dello spazio, ma alla diversità di prospettive che esso apre.
Qualcosa, però, stende un’ombra su questo momento, nonostante l’incanto di chi si ostina a sperare e il fatto di essere stato così lungamente atteso. Non è possibile, infatti, che un’avventura nello spazio sia separabile da quanto avviene sulla Terra, cioè dal luogo in cui viene immaginata, progettata, preparata, finanziata. Un tempo era stata la Guerra Fredda a stabilire l’intensità e la temperatura dei viaggi. Oggi non sono le guerre in corso, nemmeno quelle degli ultimi anni, ma un processo di durata più lunga a cui non è estraneo nemmeno il progetto di Artemis II: la privatizzazione della corsa allo spazio.
Sulla Terra si parla adesso di rifeudalizzazione per designare anche la progressiva privatizzazione dello spazio pubblico, sempre meno luogo comune e sempre più costellazione di territori ad accesso differenziale governati da poteri proprietari: ne ha scritto Massimo De Carolis in un libro intitolato, appunto, Rifeudalizzazione (Feltrinelli, 2025). Da più di un decennio anche lo spazio è ripensato in termini neo-feudali che stiamo esportando anche sulla Luna, anche verso Marte. Se vita ci sarà, un giorno, in quei luoghi remoti, sarà basata su un’asimmetria strutturale, su relazioni di dipendenza che non generano nessuna promessa di emancipazione, su rapporti fra servo e padrone che non evolvono in nessuna dialettica. Esattamente quello che sta avvenendo sulla Terra e che spediamo fuori dall’atmosfera tale e quale.
Salutiamo allora con una gioia un po’ retrò, e con una filosofia vintage, questo dono effimero di bellezza che viene dall’entusiasmo per il successo di Artemis II. Sappiamo, però, che non ha aperto nessuna via alle stelle, se prendiamo le stelle come metafore delle nostre ultime e segrete speranze, ma ci ha fatto vedere come persino in una casa molto più ampia della Terra potremmo soffrire di una claustrofobia politica.
Stanley Kubrick presentò nel 1964 Dr. Strangelove e quattro anni dopo, nel 1968, 2001: A Space Odyssey. Chi pensasse, però, che dopo essersi misurato con la Grande Paura, e averci fatto vedere come «amare la bomba», avesse deciso di comporre un inno alla Speranza, sarebbe fuori strada. La sua Odissea nello spazio, si sa, è un viaggio scandito dal mistero che circonda la vita, la storia, il divenire della specie umana come tale e delle sue civiltà. È in questo, però, che possiamo riconoscere ancora una luce flebile, e cioè l’auspicio che non solo l’equipaggio di Artemis II, ma chi verrà dopo di loro, dopo questo momento, possa trovare nello spazio più di quanto sarà andato a portare e che, una volta tornati indietro, possano raccontare qualcosa di più e di diverso di quanto è richiesto dai progetti di colonizzazione cosmica dell’imprenditoria terrestre.