Paolo Poli: la leggerezza della lama

Visto che la retorica gli è sempre stata indigesta, e che in tutta la sua vita ha sempre lottato contro i miti borghesucci dell’Italietta, di cui è stato critico feroce, è da evitare senz’altro l’elogio di maniera, onde risparmiare a doppio zero maledizioni postume, che sospetto efficacissime. Quello che in toscano verrebbe “era tanto buono, gli si voleva tutti bene”.

Alla sua scomparsa Paolo Poli si incide nel Novecento italiano, con una sua specificità suprema. Come l’amato amico Sandro Penna ha tratto poesia dai ciarpami del vivere, anche lui ha operato negli spazi oscuri, per disegnare una storia del Belpaese che passava dai ripostigli, dagli sgabuzzini, tra brandelli di liriche inutilizzabili, inni all’alalà e pettegolezzi di bionde fatali che parlavano del loro prossimo film immaginario. Il travestimento, ingrediente centrale delle sue produzioni capitali, giungeva negli anni ’70 in sintonia perfetta con la devastante poesia lunare di Copi e con le invenzioni messianiche supreme di David Bowie/Ziggy Stardust. Nel suo mondo quella tecnica antica, sempre gettonatissima nel teatro parrocchiale che il nostro ha spesso dichiarato come modello, in specie per le celebri incursioni della spericolata compagnia D’Origlia-Palmi, amatissima anche da Arbasino e da Carmelo Bene. Da questa radice veniva il suo celebrato e scandaloso Rita da Cascia, censuratissimo dai democristiani a fine anni ’60. Qui Poli agiva al ritmo dell’agiografia quel sentimento che nel mondo anglosassone va sotto l’etichetta di camp.

Diventare una figura femminile larger than life, ispirata al birignao di tutte le regine della scena, e poi recuperare fulmineamente panni maschili, cantando canzonette, canzonacce e inni fascisti, era un modo, in primo luogo, per sovvertire radicalmente i ruoli, per proporre una rivoluzione sotto forma di spettacolo di varietà (quante volte ha dichiarato: “in fondo facevamo solo cabaret di lusso”). La sua galleria di malvagie, dalla protagonista esagitata de La nemica di Niccodemi (sua grandissima hit), alle varie femmes fatales italiche di Carolina Invernizio, fino a una memorabile Milady in una serie televisiva dei Tre moschettieri, gli permettevano una gamma, pressoché infinita, di sfumature, ribadendo in ogni caso la vittoria dell’immaginazione sulle attese, sulla prevedibilità, sugli obblighi economici e sociali. Nei suoi due capolavori degli anni ’70: L’uomo nero e Femminilità Poli sparava a zero sulle connivenze tra immaginario sentimentale e fascismo, e spesso le destre mandarono messaggi di minaccia.

Lavorando qualche anno fa per Alfabeto Poli, uscito da Einaudi, leggendo infinite interviste e ascoltando numerose dichiarazioni, nel suo continuo sfuggire, nell’insistente schermirsi dichiarando di essere solo artigiano (sommo, va da sé) della scena, ecco che si definiva invece un profilo intellettuale preciso, inciso a punta di diamante. Sarebbe quindi l’ora di definire l’integrale della sua attività, che manca, di riproporre e studiare criticamente le sue commedie, spesso firmate con Ida Omboni, complice per un lungo periodo delle sue invenzioni, che Oreste Del Buono stampava nella sua MilanoLibri e di mettere mano a una antologia completa dei suoi scritti, spersi tra quotidiani, opuscoli, ma anche in bella vista come prefazioni a volumi (ad esempio sull’opera del suo amato STO, Sergio Tofano), o come arguti saggi divagatori sull’illustrazione romantica italiana (la prefazione, mirabile, al catalogo della mostra Lettor mio hai tu spasimato? Stampe romantiche a Brera, in mostra alla Biblioteca Braidense nel 1979).

Memorabili le ricordanze di Aldo Palazzeschi, che era stato faro della sua giovinezza, di cui aveva interpretato le crudeli e grottesche poesie in certi thè teatrali negli alberghi fiorentini. Poli, insomma, è stato come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, brillante, evidente, in piena vista, ma con una sua personale vocazione al nascondimento. Eppure le tracce del suo operare artistico sono disponibili e basta ricostruire il ricchissimo disegno della sua azione, tra scena, radio, televisione, con qualche incursione nel cinema, per capire il suo posto nella cultura italiana del ‘900.

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