Sara di Pietrantonio

Sara di Pietrantonio, 22 anni, studentessa, è stata aggredita, uccisa e bruciata dal suo ex-fidanzato respinto, una guardia giurata, in una strada di periferia di Roma nel maggio del 2016. In questo feroce delitto l’opinione è stata particolarmente colpita dal fatto che la ragazza assalita, pur avendo chiesto aiuto alle auto che passavano, non è stata soccorsa da nessuno. 

Sin dagli anni ‘60 negli Stati Uniti episodi analoghi sollevano un ampio dibattito sia nei media che tra gli specialisti. Ogni tanto qualche ragazza viene aggredita o uccisa da uno o più uomini in zone frequentate, ma nessuno interviene. Viltà e indifferenza della gente? Secondo molti psicologi cognitivi le cose sono più complesse.

 

Anni fa una mia amica straniera venne rapinata del suo orologio da un piccolo gruppo di ragazzi in pieno centro di Napoli, varie persone avevano assistito all’evento. Quando, dopo la rapina, chiese agli astanti “ma perché non mi avete aiutata?”, le persone sembravano cadere dalle nuvole: “Pensavamo che si trattasse di una lite tra fidanzati”. Strana una lite tra una donna e tre fidanzati… Quando una donna viene attaccata, nessuno capisce bene; si pensa sempre che sia un banale litigio in una coppia, e tra moglie e marito non bisogna mettere dito. Ecco, dicono quegli psicologi, non si tratta di semplice cinica indifferenza, ma di un malinteso cognitivo: chi si trova sul posto non riesce a interpretare correttamente quel che avviene, non si rende conto della drammaticità della situazione, per cui tira dritto. È quel che accade anche quando qualcuno si sente male e si accascia sul selciato: come è noto, nelle grandi città quasi nessuno si ferma per capire che cosa abbia il poveretto. E in effetti molte persone muoiono così, magari di infarto, in mezzo alla folla.

 

Anche in questo caso, quando si chiede alle persone perché non siano intervenute, di solito rispondono: “Credevo si trattasse di un ubriaco. O di un barbone, o di un malato mentale. Non ho pensato che stesse male”. In effetti gli esperti consigliano, se uno ha un malore in mezzo alla gente, non di chiedere genericamente aiuto, ma di rivolgersi a una persona in particolare che passa e dirgli indicandolo col dito: “Chiami soccorso, ho un malore”. Se si fa così, il passante designato farà quello che deve fare.

Francamente non sono convinto di questa teoria che prende alla lettera quel che gli astanti dicono. È vero che una scena di urla e inseguimenti può essere interpretata in modo benigno come litigio in una coppia, ma questa è l’interpretazione più comoda. È quella che ci permette di non intervenire. Ma si potrebbe interpretare, in modo inverso, un banale litigio di coppia come una micidiale aggressione. Eppure non si fa mai quest’interpretazione pessimista. Per una ragione molto semplice e poco cognitiva: la maggior parte di noi è vile.

 

Se vediamo qualcuno aggredito – e possiamo presumere che l’aggressore abbia anche un coltello o una pistola – certo potremmo intervenire per soccorrere il poveretto, ma rischiamo anche di prenderci una coltellata o qualche altra cosa. A meno di non essere in molti, andare in aiuto a uno assalito significa rischiare, e nessuno vuole rischiare mentre sta camminando per strada pensando a mille cose possibili, ma certo non a fare l’eroe. Ad esempio, molti hanno assistito a uno stupro di gruppo senza far nulla – “Credevo che lei fosse consenziente” dicono tutti. È la lettura che dà loro l’alibi per non far nulla.

Questo dato viene spesso invocato dai tanti americani conservatori che sono contrari a uno stretto controllo delle armi da fuoco negli States. Ogni volta che qualcuno in America spara nella folla e ammazza qualcuno, costoro reagiscono con rabbia e indignazione a chi denuncia il porto d’armi facile dicendo: “Se quelle vittime fossero state armate, il killer sarebbe stato fatto fuori subito. Se cammino per strada e vedo che qualche inerme è minacciato, tiro fuori la pistola…”.

 

Il mondo vagheggiato dai conservatives americani è insomma esattamente quello che si vede nei film western, con la differenza che non solo tutti gli uomini devono avere una pistola, anche tutte le donne. E magari i bambini. Un popolo armato cessa di essere un popolo vile. Come nei western, anche i buoni devono avere una pistola.

Comunque, se una persona è stesa per terra sul selciato, non rischiamo niente a soccorrerla. Ma la cosa ci farà perdere del tempo. Se questa persona sta seriamente male dovremo chiamare un’autoambulanza, aspettarla, ecc. Ognuno si dice: “Qui attorno ci sono tante persone, perché devo intervenire proprio io?”. Ognuno aspetta che sia un altro a interessarsi alla cosa, in una sorta di scaricabarile civico. Ci fa comodo pensare quindi che il fatto che nessuno badi alla persona riversa sul marciapiede, o alla donna che urla, sia la prova che non si tratti di nulla di grave. L’altrui indifferenza avalla e giustifica la mia propria indifferenza.

 

Quando camminiamo per strada, spesso, è come se fossimo soli: ci portiamo addosso una sorta di cuscinetto di estraneità, per cui quel che accade attorno non ci tange, non deve toccarci. Se camminiamo per andare a prendere soldi in banca o a un appuntamento galante, tutto quel che incontriamo sul tragitto è un disturbo del progetto di giungere alla banca o all’appuntamento galante. Se vediamo uno per terra, o un tafferuglio, preferiamo pensare che non sia nulla di importante. Per questa ragione viviamo nella maggior parte dei casi non in una polis, in una città, in una comunità, ma ognuno per conto proprio. La città è il paesaggio su cui si ritaglia la nostra solitudine. Come diceva Kant, la nostra partecipazione alla vita collettiva è all’insegna di un’insocievole socievolezza. Stiamo insieme in società non perché ci amiamo e perché desideriamo cooperare, ma perché non possiamo fare altrimenti. 

 

 

In qualche modo, non soccorrere l’altro in pericolo è, mutatis mutandis, come evadere le tasse. In entrambi i casi rigettiamo i sacrifici, i rischi e le seccature che il nostro vivere in società comporta. Del vivere in una società, vogliamo godere solo dei vantaggi. Un tempo esisteva per i maschi il servizio militare obbligatorio, veniva quindi contemplato il fatto che, almeno in tempo di guerra, si dovesse essere eroici; era chiaro che vivere in società non dà solo benefici, dà anche oneri. Il civismo ha il suo lato di costo e rischio. Ma il civismo che costa è un’eccezione, non la regola.

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