William T. Vollmann, The Atlas

Da dove si può cominciare a parlare di William T. Vollmann? Da Europe Central, l’epopea sulla Seconda Guerra Mondiale che nel 2005 ha vinto il National Book Award? Dalla sua “prostitute trilogy”, che culmina con le milleduecento pagine di The Royal Family, romanzo incentrato sulla ricerca mistica della Queen of Whores di San Francisco, i cui fluidi corporei danno assuefazione come l’eroina? Oppure dai sette volumi di Rising Up and Rising Down, un saggio sul ruolo della violenza nella storia umana che punta a stabilire quando è giustificata? O dal ciclo dei Seven Dreams, ancora in corso di pubblicazione, sette monumentali romanzi sulla colonizzazione delle Americhe? 

Oppure, ancora, si può cominciare come sto facendo io: partendo dalla mole e dalla apparentemente folle varietà della sua opera. È quasi un luogo comune, ormai, quando si parla di Vollmann, e d’altra parte come potrebbe essere diversamente? Dal 1987, anno in cui fa il suo debutto col romanzo (più o meno) cyberpunk You Bright and Risen Angels, Vollmann ha scritto una quantità di materiale impressionante, e, soprattutto, su una varietà di argomenti apparentemente infinita – prostituzione, storia americana, Seconda Guerra Mondiale, reportage di guerra, e così via. Solo recentemente, Vollmann ha pubblicato una raccolta di storie variamente di fantasmi (Last Stories and Other Stories), un saggio sul teatro Nō giapponese e uno su Copernico, il diario di un esperimento di travestitismo intitolato The Book of Dolores, e Imperial, un agile (mille pagine) volume di non-fiction che studia dal punto di vista storico, sociologico, economico e orografico la contea di Imperial, California. 

 

William T. Vollmann.


Come se la grafomania di Vollmann non bastasse a mettere in crisi, confinandolo in un ineluttabile complesso di inferiorità, l’aspirante scrittore o critico, c’è anche l’altro dato stupefacente della sua biografia – il suo perenne, inquieto interesse per la vita umana in tutte le sue forme, che si traduce in una varietà infinita di esperienze. Negli anni Ottanta, Vollmann decide che vuole raccontare il conflitto tra afghani e sovietici, e parte alla volta dell’Afghanistan per unirsi ai mujahideen: non ci riesce, ma il suo viaggio diventa il suo primo libro di successo, Afghanistan Picture Show. Pochi anni dopo si dirige nel Sud-Est asiatico, dove esplora a fondo i bordelli di Bangkok e le aree della Cambogia sotto il dominio Khmer, intervistando tra gli altri il fratello di Pol Pot. Quindi va nella Bosnia dilaniata dalla guerra etnica, dove sopravvive per miracolo a un attentato. Recentemente, Vollmann ha pubblicato reportage dalla Fukushima post-atomica, e sui suoi viaggi per l’America prendendo i treni merci in corsa (secondo la vecchia tradizione americana). Come ha scritto Edwin Turner, con la divertita e rassegnata disperazione di tutti noi fan di Vollmann: “E allora, Mr. Vollmann, quando non va a prostitute in Cambogia, non fuma crack, non evita pallottole in Bosnia, non passa vent’anni a scrivere un libro di tremila pagine sulla violenza, non gira per il deserto con un’armata di ribelli, o non ne fa un’altra delle sue… che fa per divertirsi? Come si rilassa William T. Vollmann?” “Oh, sa, salto sui treni in corsa e vado dove mi portano”; qui come nel resto dell’articolo, le traduzioni sono mie). Per qualche ragione, non è una sorpresa scoprire che l’FBI ha un nutrito file a proposito di Vollmann, e che lo ha sospettato seriamente di essere Unabomber (ma siamo onesti, forse questo dice più dell’FBI che non di Vollmann).

Nonostante (o verosimilmente a causa de) la varietà e la vastità della sua opera, Vollmann è uno scrittore relativamente poco noto – con uno status di culto, certo, presso i suoi lettori, ma senza grossi successi di pubblico. Perfino un capolavoro come Europe Central, che ha vinto uno dei più prestigiosi premi letterari statunitensi, è quasi ignorato dalla critica italiana e internazionale. In Italia, la sua fortuna è accidentata e altalenante. Alet ha tradotto Afghanistan Picture Show e i primi due volumi del ciclo dei Seven Dreams, The Ice-Shirt e Fathers and Crows (come Venga il tuo regno); Mondadori ha fatto uscire Europe Central (nella stupenda traduzione di Gianni Pannofino), il volume abbreviato di Rising Up and Rising Down (Come un’onda che sale e che scende), il reportage da Fukushima The Forbidden Zone, Last Stories and Other Stories, e quello che mi pare di capire sia un audiolibro del primo testo della trilogia di Vollmann sulla prostituzione, Whores for Gloria. Di Fanucci circolano invece, ovviamente irreperibili come la maggior parte dei testi che ho menzionato qui, la traduzione di Thirteen Stories for Thirteen Epitaphs, The Rainbow Stories, e Butterfly Stories

 

Si tratta di una selezione molto parziale, ma è difficile incolpare le case editrici – quale sarebbe il pubblico in Italia per le esperienze di crossdressing di uno scrittore cinquantenne, o per la storia della contea di Imperial? E tuttavia, è una selezione che lascia scontento il lettore curioso, dal momento che lascia ampie zone d’ombra sulla produzione di WTV. Restano fuori tre dei cinque Seven Dreams pubblicati finora (ma, ripeto: anche quelli in traduzione italiana sono difficili da trovare); il mostruoso e bellissimo The Royal Family, folle detective story ambientata tra le prostitute di San Francisco; o, pur pubblicati, rimangono fuori catalogo gli scenari ossessivi e malinconici dei bordelli d’Asia di Butterfly Stories

 

William T. Vollmann nei panni di Dolores.


Ecco, il lettore che volesse ovviare a questa mancanza potrebbe cominciare da The Atlas (New York: Viking, 1996), che (inspiegabilmente, data la sua natura di antologia) non è ancora stato tradotto in italiano, e compendia temi, motivi ed episodi ricorrenti del lavoro di Vollmann (o perlomeno della sua prima fase: manca quell’attenzione al soprannaturale che, da Europe Central in poi, caratterizza la sua fiction). Il libro raccoglie cinquantatré storie brevi (spesso una o due pagine, più spesso tra dieci e quindici, con l’eccezione del racconto centrale, The Atlas, di sessanta), disposte, scrive Vollmann, in maniera palindromica: la prima riprende il senso dell’ultima, la seconda della penultima, e così via. L’ispirazione, secondo l’eclettismo tipico del suo autore, viene da Kawabata, dai suoi Racconti in palmo di mano da leggere “nei cinque minuti tra il mettersi a letto e lo spegnere la luce” (p. XV). E questo è davvero il miglior modo per fruire di The Atlas: se la tendenza di Vollmann al bozzetto, all’aneddoto, alla divagazione è quasi patologica, e rende spesso faticosa la lettura dei suoi libri, senza aggiungere loro granché in termini di significato (un testo come The Royal Family è lungo milleduecento pagine, ma avrebbe potuto durarne tremila o trecento), questo invito a leggere il volume, letteralmente, ad apertura di libro, salva tutta la grazia lisergica e malinconica della prosa di Vollmann senza farla venire a noia. 

Si tratta di un atlante anche perché, naturalmente, contiene in prevalenza scritture di viaggio, e si apre infatti con una lista alfabetica di sei pagine dei luoghi dove è ambientato, dal monte Etna (Aetna) a Zagreb passando per Algonquin, Bangkok, Gerusalemme, Mogadiscio, Phnom Penh e Sarajevo. I racconti, variamente divisi tra finzione (anche autobiografica) e non fiction, coprono diversi momenti noti della biografia di Vollmann o ripercorrono i suoi temi tipici. In The Back of My Head c’è il racconto dell’attacco in Bosnia che nel 1994 lascia Vollmann ferito e uccisi i suoi due colleghi giornalisti; in Under the Grass, la storia della morte di sua sorella, annegata sotto la sua sorveglianza quando aveva sei anni (un episodio che perseguita Vollmann e che rende più facilmente comprensibile la presenza massiccia di donne da salvare nella sua prosa). Si trovano, allo stesso tempo, versioni in miniatura dei romanzi che Vollmann ha pubblicato fino ad allora (Fathers and Crows, Butterfly Stories, The Rifles), riduzioni tematiche che utilizzano nuovo materiale (p. XVI).

 

Si ritrovano, soprattutto, le ossessioni di Vollmann: per la morte, per il sesso, per la vita umana in ogni sua forma, per quanto abietta. In due delle storie più belle del libro, The Best Way to Smoke Crack e The Best Way to Shoot H, WTV recupera le atmosfere di desolazione e violenza della “prostitute trilogy” e descrive stanze squallide, in cui prostitute vecchie e giovani (tra cui “la puttana che era stata violentata con un aspirapolvere”, p. 279) passano ore in attesa che arrivi la loro dose o a cercarsi una vena sana, sotto gli sguardi impassibili di clienti senza nome: “Ecco perché aveva pagato ventinove dollari per dividere con questa donna, il cui corpo nero era scheletrico come quello di una mantide, questa stanza puzzolente il cui tappeto era sparso di resti di tacos e formaggio in putrefazione; tra le cose in suo possesso ora poteva contare le lenzuola che qualcuno aveva usato per pulire della diarrea, un romanzo di fantascienza intitolato Il sorriso di metallo, una miniera di scatole di fiammiferi vuote, e tutti i mucchi di carta igienica usata che possono servire a chi desidera cominciare una nuova vita” (pp. 169-170). 

 

William T. Vollmann nel 1993, ritratto da Ken Miller.


Si tratta di racconti autobiografici? Non alla lettera, certo – ma la dose di immaginazione è probabilmente minore di quello che si può immaginare. Allo stesso modo, a proposito dei racconti nei bordelli di Bangkok, Vollmann ha davvero “scopato prostitute per tutta l’Asia” (Butterfly Stories, p. 43 – ma l’originale è molto più elegante: “set out to whore [his] way across Asia”), come i suoi reportage per Spin (e lui stesso in ogni intervista) testimoniano: ma allo stesso tempo, i suoi protagonisti maschili sono animati da una volontà di distruzione e autodistruzione che ne fa grandi creature romanzesche. 

Uno dei leitmotiv della scrittura sulle prostitute di Vollmann è la funzione paradossalmente salvifica e mistica che comportano l’abiezione e l’autodistruzione – incarnate perennemente, nei testi di Vollmann degli anni Novanta, dall’AIDS. In Butterfly Stories, romanzo ripreso in sedicesimo in The Atlas, il protagonista si innamora di una prostituta cambogiana di cui non conosce che il nome, contrae l’AIDS, abiura alla sua vita negli Stati Uniti e a sua moglie, e nelle ultime pagine del romanzo si dirige verso le linee Khmer; Henry Tyler, il detective privato protagonista di The Royal Family, dopo avere trovato la Queen of Whores sceglie una vita da vagabondo. Questo stesso connubio di purezza e abiezione, di santità e autodistruzione, si ritrova in The Atlas: “Ti stai spingendo sempre più dentro la mia morte”, dice la prostituta thailandese sieropositiva al protagonista, mentre fanno l’amore, “La mia morte ora è dentro di te. Stai per venire? Sembra di sì, a guardarti. Ti amo. Questa volta dico sul serio. Ti amo. Ti amo perché stai per morire per me” (p. 360). 

 

Si tratta di un’autodistruzione che confina, naturalmente, con la distruzione altrui – Vollmann romanticizza la prostituzione, certo, ma non ne ignora i presupposti e le implicazioni (o se lo fa, come in Butterfly Stories, è solo per mettere in ridicolo il suo protagonista). È quello che mostra l’inquietante dialogo osceno tra il tassista e il protagonista in I See That You Like Oriental Women, che rivela “più necessità e meno speranza di qualsiasi vagabondo” (p. 376). È il caso, soprattutto, di una delle storie più terribilmente crudeli di Vollmann, Blood, in cui un uomo sieropositivo paga una prostituta per iniettarle il suo sangue: 

 

Chiudi gli occhi, troia, disse alla ragazza snella. Non voglio che mi guardi negli occhi mentre lo faccio. Non preoccuparti. Ti pagherò mille bath [40$]. Stringi il pugno. Stringi il pugno, ho detto. Sì, questa vena va bene. Hai delle vene molto carine. 

Grazie, signore. 

Ok, sta entrando. Non muoverti. Non muoverti. Eccolo. 

Grazie mille, signore. 

Perché cazzo mi stai ringraziando? Ti ho appena uccisa. 

Scusa signore io non capire tua lingua. 

Scusami, disse lui, è che ultimamente mi sento un po’ giù. (p. 393). 

 

C’è un’altra caratteristica (probabilmente la più importante) della prosa di Vollmann che permea The Atlas – la sua empatia. Non si tratta solo di un ossequio ai canoni della letteratura di viaggio: Vollmann accoglie ogni esperienza diversa dalla sua con curiosità e comprensione, il giudizio dell’autore non viene mai pronunciato. I personaggi commettono le azioni più discutibili o più stupide, ma Vollmann registra tutto indistintamente, per rispetto alla loro sconfortante, varia e bellissima umanità; così come non c’è niente che non sia degno di curiosità, non c’è neanche niente che sia degno di condanna, che non richieda di essere capito e interpretato secondo il contesto in cui si trova. In un apologo tipico della sua prosa, Vollmann scrive: “Povero il biologo che ha dovuto provare (non ho mai saputo come) che il caribù canadese perde una pinta di sangue a settimana per colpa delle zanzare. Naturalmente i caribù hanno più sangue da sprecare di noi; forse non è così male come sembra, una pinta a settimana per il privilegio di essere vivi” (p. 34). Una pinta di sangue in cambio dell’orrore e della meraviglia di essere vivi – questo è lo scambio che ci offre Vollmann in The Atlas, e in effetti sembra un buon compromesso. 

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