Scuolette di campagna

Entriamo in casa di amici, in un ufficio: sulla parete, sul frigorifero, su uno specchio, fissato con nastro adesivo o con una puntina, c’è il disegno di una bambina o di un bambino. È un’esperienza che capita a tutti di fare almeno una volta. Quello appeso sarà il disegno della figlia, del nipote, un ricordo da portare nel quotidiano per rallegrare la giornata, per ripensare a momenti insieme? “Bello!” diciamo. “Di chi è?” 

Oggi è normale che i disegni dei bambini, gli scarabocchi facciano mostra di sé, e non solo a scuola. Ma è sempre stato così? Abbiamo sempre guardato con occhio indulgente e curioso gli “sgorbi” dei nostri figli e di quelli degli altri? Li abbiamo sempre appesi alle pareti come quadri di cui andare orgogliosi?

 

 

Una serie di fotografie scattate da Mario Schifano nel 1992 ci mostra una classe II di scuola elementare di Roma, la “Tavani Arquati”, in visita al suo studio. Chinati a disegnare sul pavimento, raccolti attorno a un tavolo con colori e strumenti per la pittura, concentrati a dipingere sulla parete, questi bambini sono diventati artisti come il loro ospite, lavorano con lui nel suo spazio più intimo: lo studio. In uno scatto di gruppo, la maestra è con loro, guarda orgogliosa e sorridente l’obiettivo. 

Ancora una volta la situazione ci appare normale, del tutto naturale viste le esperienze che si fanno oggi nelle scuole a partire dai primi anni. Ma quando davvero è cominciata questa storia dei bambini che disegnano e dipingono a modo loro negli studi degli artisti?

 

 

Nel dicembre del 1958, la copertina del settimanale «Life» metteva in copertina le Young leaders of New York society, ma annunciava anche un lungo servizio all’interno: Child’s-eye view of a fairy tale world: children of many lands fancifully illustrate Andersen tales; in un lungo articolo di oltre dieci pagine ecco le foto a colori di disegni di bambini che illustravano le favole di Andersen. Un bimbo danese, uno svizzero, un americano, un francese, ma soprattutto alcuni bimbi che avevano frequentato una scuola elementare italiana, quella del Bornaccino vicino a Santarcangelo di Romagna. Come era diventata famosa questa “scuoletta di campagna” (la definizione è di Guido Piovene)? Alcuni anni prima, in uno dei Millenni dedicato alle Fiabe di Andersen (1954), Einaudi aveva pubblicato anche i disegni dei bimbi di questa scuola romagnola; uno di essi, il Brutto anatroccolo di Ivo Anelli, rivestiva le facce del cofanetto che conteneva il volume. E ancora prima, nel ’52, c’erano state le fotografie di Federico Patellani, nella serie intitolata “Italia magica”, a raccontare questa piccola comunità di pittori.

 

 

Sta di fatto che “Life”, accanto a quello principale, dedicò un altro articolo al maestro Federico Moroni, che alcune foto inquadrano nella sua “scuola di una sola stanza al secondo piano di una casa colonica (‘farmhouse’)”. Altre foto mostrano, ormai ragazzi, gli autori dei disegni: uno adesso ripara biciclette a Savignano, due fanno i contadini. È qui al Bornaccino che Moroni inventa con i suoi allievi una pittura che è, come lui scrive, “arte per nulla”: ma così potente ed espressiva da meritare le pagine centrali del magazine più diffuso degli Stati Uniti. Se a metà del Novecento disegni e scarabocchi attirano tanta attenzione, è perché c’è una lunga storia che ha portato fino lì.

 

 

 

Vogliamo cominciare a seguire le tracce di questo percorso. Talvolta sono già ben note, più spesso sono nascoste nelle pieghe della storia sull’arte ufficiale, in un tragitto non lineare, divertente e parallelo; in passato queste tracce ci sono state consegnate soprattutto da scrittori, poeti, artisti. D’altronde sono stati proprio questi ultimi a porre il problema dell’arte infantile (Gustave Courbet, per fare solo un esempio). E anche oggi continuano a sentire la fascinazione del disegno infantile, come Emilio Fantin (L'arca di Noè, murale a più mani di bambini e adulti, Bologna).

 

Ciò che ci proponiamo è di guardare alla trasformazione di un gusto che è stata tra le più radicali della storia dell’arte e della cultura, e che è stata affidata agli occhi dei bambini: nella seconda metà del Novecento, questa lunga e sotterranea trasformazione diventa un sentimento comune e popolare. Certo, non tutti l’hanno accettata: tra gli storici dell’arte, ci sono state posizioni diverse e contrastanti, aperte o prudenti, sull’idea che esista un’arte infantile. Davvero i disegni dei bambini possono essere guardati come quadri? O piuttosto siamo noi che oggi li osserviamo diversamente? 

Per capire qualcosa di più, cercheremo di ripercorrere la lunga strada che ci conduce dallo scarabocchio inteso come disegno malfatto, allo scarabocchio come espressione di una visione artistica ed estetica. Cominceremo a raccontare storie, alcune grandi e già note, altre più piccole e in disparte. Da oggi in questa stanza tentiamo di comporre una sorta di puzzle. Ne raccoglieremo i pezzi e li metteremo insieme man mano. Certamente non tutte le tessere sono già qui, per ora sparse sul pavimento; forse qualcuna arriverà da fuori, portata da altri che l’hanno trovata lungo una loro strada. Non c’è un’immagine sulla scatola del nostro puzzle: sappiamo solo che stiamo costruendo una mappa di cui cominciamo a vedere alcune coordinate. Alla fine, più o meno completa, sarà la storia del “bello” dei disegni che nascono “brutti”, e poi – non più solo scarabocchi – entrano negli studi degli artisti e nelle nostre case, appesi alle pareti.

 

A settembre torniamo con Scarabocchi: il nostro festival a Novara. Qui il sito con le precedenti edizioni.

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