raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

SHIFT

Gli accadde dunque di spirare, morire come tutti, dopo una di quelle solite lunghe vite che si possono definire “senza costrutto”. E, con tutto il tempo che aveva avuto a disposizione, non era neppure riuscito a capire il perché delle gioie e dei dolori, della salute e della malattia. Concluso l’ultimo rantolo, svaniti i rimorsi e le vergogne di sé che tanto importunano i vecchi, si infilò anche lui nel Nulla. Se lo aspettava, ma non ebbe la possibilità di prenderne atto perché nel Nulla non c’è compiacimento né raccapriccio. Tutto lì. O meglio, nulla lì.

 

La morte, come si sa, è l’esperienza che tutti fanno, ma, contrariamente a quel che si pensa, si può addirittura raccontare proprio come esperienza soggettiva, sicché, tutto sommato, è quasi banale sperimentarla. Sono molte le esperienze di morte con ritorno. A parte il coma nei suoi vari gradi, il sonno senza sogni, gli svenimenti, chi nella vita non è stato anestetizzato almeno una volta? Mentre il librium o il pentotal, o qualche altra molecola, entra piano piano nella vena del braccio – e il medico si abbandona a vane chiacchiere da barbiere mentre chi sta per andare sotto i ferri, buono buono, si limita a guardargli il volto inespressivo ma attento e ambiguo, con la mascherina ancora non tirata su – si avverte uno strano prurito all’interno del cranio, qualche volta anche una specie di sottile gracidio, no? E poi ci si infila nel Nulla. Fino al risveglio, quando avviene. 

 

[Sarà opportuno, a questo punto, cominciare col dare un’occhiata al vocabolario di inglese alla voce shift.

Ne parleremo subito, ma intanto occorre sottoporsi alla noia di un’ulteriore premessa. Si tratta di un’ipotesi azzardata da alcuni fisici che pensano che gli universi siano infiniti e paralleli, e suppongono che si verifichino degli slittamenti continui da un universo parallelo all’altro, appunto degli shift

 

Shift: spostamento, mutamento di posizione; mutamento di direzione, salto; cambiamento, svolta; espediente, risorsa; trucco, stratagemma, sotterfugio; in agricoltura: rotazione delle coltivazioni. 

 

Se, in una giornata di primavera, mi metto ad annusare un fiore, mi trovo che lo annuso in un nuovo universo che prima non c’era, quello nel quale ci sono io che annuso un fiore. Se invece trascuro il fiore, mi sposto in un altro universo: ci sono sempre io che però non annuso nessun fiore…

 

Opera di Andrew Wyeth.


Se, invece di insistere su queste pazzesche cosmogonie di fiori annusati, si continua la modesta compulsazione di quell’affascinante romanzo che è il dizionario, si constata che, nella accezione qui usata, shift significa tutti i concetti sopra elencati, ai quali vanno aggiunti, per maggior precisione, quelli che sotto seguono, tratti dall’English lexical, che dice moltissime altre cose. Raccapriccianti. Viene a dimostrarsi in sostanza che la parola inglese shift rappresenta qualcosa di molto, troppo importante, tanto esorbitante che noi non riusciamo ad afferrarne, neppure in piccola parte, l’impressionante vastità (come del resto avviene pr tutte le aprole di tutte le lingue): 

 

Synonyms: switch, switching, transformation, transmutation, displacement, fault, geological fault, fracture, break, dislodge, reposition…

Hypernyms: change, abyssal, translation…

Hyponyms: degeneration…

 

The act of changing one thing or position for another: “His switch on abortion cost him the election”.

 

An event in which, something is displaced without rotation…

 

A crack in the heart’s crust, resulting from the displacement of one side with respect to the other…

 

Torniamo alla morte. Si capisce da quel che precede che parlare qui solo di metempsicosi non è semplicemente riduttivo, ma anche ridicolo perché, associando la parola shift alla parola “morte”, si ottiene nella realtà immaginata del pluriverso di cui sopra, non già un banale fenomeno di reincarnazione, ma una specie di Big Bang che implica la nascita e il collasso ininterrotto di infiniti universi… Fine della parentesi quadra].

Potete ricominciare a leggere.

 

Si trovava a essere un bambino di forse nemmeno due anni, un bambino quasi del tutto inconscio, appoggiato con la schiena al muro su un divano con una coperta rossa di rayon, orribilmente damascata.

Da una finestra che si affaccia sul cielo cilestrino di un evidente inverno, si proietta la luce di un sole freddo ma limpido e luminoso, che lui guarda sbattendo gli innocenti occhietti. Guarda le macchie di luce sulla coperta damascata, nella quale le contorsioni dei grovigli bizzarri di linee si muovono fra la luce accecante delle chiazze di sole e il buio profondo della stanza. Alla porta semiaperta si affacciano nella penombra un uomo e una donna, con i volti sorridenti, che gli dicono: “Stai buono, neh!” e poi si guardano, l’una coll’altro, sussurrandosi: “Guarda, guarda come sta buono”.

E lui certo che sta buono, non si muove perché non ne è capace ma anche perché è intento a cercar di capire, e non capisce. Ma non di capire chi sono quei due volti così amati e rassicuranti o la stanza triste, o la preoccupante coperta damascata, e neppure il sole freddo di fuori che filtra nel tiepido di dentro. Cerca di capire, anzi, assai più modestamente, di assaporare la melanconia di quell’istante di resipiscenza con tutta una vita davanti a sé, la sua solita vita, quella vita ignota e già vissuta alla quale non può, per l’ennesima volta, sfuggire. E nemmeno prevedere. Ma nelle spire della melanconia di color viola che sale come una nausea dal cuore al cervello, non capisce. La vita comincia dunque col non capire, così come è terminata.

Non capisce, né poverino lo avrebbe potuto, lo scatto ta-trac infernale dello shift: la realtà di un tempo psicologico costituito da pochi, pochissimi eventi limitati, e per di più modesti, anzi irrilevanti, incapsulati negli universi infiniti paralleli, un girone dopo l’altro, come il nastro della cartucciera di una mitragliatrice.

 

Ps. Ho letto un libro assai interessante di Remo Bodei, Piramidi di tempo. Storia e teoria del “déjà vu”, ed. il Mulino. Mi sono accorto, dalla lettura del libro, che questo racconto che avevo già scritto è, o potrebbe essere, la reminiscenza di un “déjà vu” che io stesso avrei vissuto nella prima infanzia. Possibile? Il “déjà vu” è quel fenomeno – sulle prime sorprendente, ma che diviene istanti dopo agghiacciante – quel fenomeno che accade a tutti, con diversa frequenza, nel quale, per qualche brevissimo momento, si ha l’impressione che tutto quel che si sta vedendo e ascoltando, persone, parole e cose, altro non sia che la ripetizione di un passato sentito come remoto ed estraneo che si è già verificato e potrebbe ritornare.

 

Ci sono naturalmente teorie neurologiche sempre più accurate di questo fenomeno che dura pochi istanti e poi svanisce, ma che nel breve tempo in cui perdura comporta una sensazione inquietante: che, dentro di noi, ci sia un altro, un altro che vede e sente per noi, prima di noi, non già ciò che è avvenuto, ma quel che avverrà. E che questa persona sia un estraneo.

Fra le teorie che meno mi hanno convinto, riportate nel libro, ci sono quelle che connettono il “dèjà vu” a un disagio esistenziale, a una sorta di alienazione del presente. Queste teorie non mi convincono perché ritengo che trasformino in causa del “déjà vu” quel disagio che invece ne è la conseguenza.

Si dovrebbe cercar di capire se la frequenza del verificarsi di questo fenomeno aumenta o diminuisce con l’avanzare dell’età. Nella mia esperienza personale è diminuito fino a sparire del tutto, mentre conquistava terreno un fenomeno banale per chi invecchia e cioè il tedio della ripetizione della quotidianità, che nulla ha a che vedere col “déjà vu”. E neppure con un suo parente psichico su cui oggi si sta indagando, che è il “déjà vécu”. Che barba!

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Opera di Andrew Wyeth.