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Popoli in lattina

Una conversazione con Andrea Mochi Sismondi

Dragan Zabov: Durante un incontro al Campus tra i partecipanti e gli studenti della Al-Quds University, di fronte ai 15 refugee palestinesi, una studentessa palestinese di Al-Quds mi pose, senza interloquire con loro, questa prima domanda: “come internazionale e visitatore dei campi profughi, non ti sei mai sentito in pericolo? Cos’è per te il concetto di civilizzazione?”. Lì per lì sono rimasto un po’ allibito, scambiando sguardi veloci e un po’ sanguigni con i refugee. Poi ho azzardato: “Non ne ho la minima idea... penso si possa speculare storicamente su quando abbiano avuto inizio le prime forme di intelligenza collettiva per la costruzione di beni comuni, ma il concetto di civilizzazione contiene in sé molte proposte. E i campi profughi ti possono offrire molti sguardi sul possibile, anche partendo da condizioni estreme, eccezionali e drammatiche. La pratica dell’architettura per esempio, la forma urbana, accompagna perfettamente questo ventaglio imprevedibile. Loro... [indicando i partecipanti, nds] sono le mie guide in tutto questo. E la gente che incontro al campo mi fa sentire, ognuno a modo suo, benvenuto. Alèn. Sono più interessato al concetto di cittadinanza. Di cosa è fatto questo diritto?”.

 

Caro Andrea, benvenuto. Mi aiuti a trovare un apri-scatole? Ho appena cominciato a rileggere il tuo Confini Diamanti (Ombre Corte, 2012) frutto della tua esperienza con Fiorenza Menni a Šuto Orizari - unica Municipalità Rom al mondo - e colgo nelle parole, dopo già tanti confronti tra noi, l’intento pratico e teorico di uscire.

 

Andrea Mochi Sismondi: Caro Diego, quando eravamo a Šutka ci siamo trovati a vivere per mesi in casa di Muhamed, che all’inizio era il nostro interprete e poi è diventato un fratello. Èun ragazzo rom che ora ha ventisei anni e che allora aveva appena sposato una bionda tirolese che lo aspettava in Austria, ma che lui non poteva raggiungere perché ancora non aveva ottenuto i documenti necessari. Un giorno ci chiede di accompagnarlo in Prefettura, dove deve andare a cambiare la Carta d’Identità e il Passaporto così da diventare finalmente Muhamed Eisemann. Con il cognome della moglie incinta può ottenere un visto per un mese dall’Ambasciata austriaca e, una volta giunto lì, può richiedere il permesso di soggiorno. Partiamo, con suo padre e suo fratello, sulla vecchia Renault Laguna di famiglia. La prima tappa è un appuntamento con l’intermediario a cui hanno consegnato duecento euro che gli avevamo prestato per la procedura e che si è occupato di reperire la documentazione necessaria. Lo incontriamo in una caffetteria davanti all’Ambasciata greca: è un uomo dalla carnagione molto scura sui quarant’anni, di media statura e con i capelli lucidi pettinati con cura all’indietro. Ha l’espressione melanconica e guardinga di un lupo in fuga. Saluta Muhamed, poi mi punta gli occhi negli occhi con uno sguardo dal basso verso l’alto che mi entra dentro come una lama. Io sorrido con aria innocua, forse ebete. “Tranquillo, non è un poliziotto” lo rassicura Muhamed. Il lupo sorride, poi rientra nel bar e ne esce insieme a una graziosa ragazza bionda tinta. Indossa un paio di pantacalze bianche, che terminano con una fascia di pizzo sotto il ginocchio e sopra veste un’attillata gonna jeans che ne sottolinea la magrezza. La borsa da spalla in similpelle con la tracolla corta, i tacchi alti e lo spolverino beige le danno l’aspetto di una funzionaria di banca. Sarà lei ad accompagnare Muhamed nella trafila burocratica mentre noi rimarremo ad aspettarli in caffetteria. La ragazza proviene da una famiglia amica; ci saluta con cordialità e si informa della salute dei parenti di Muhamed. Negli uffici pubblici macedoni i rom vengono trattati come pezze da piedi: dopo aver impiegato tutto un pomeriggio a compilare moduli passando da uno sportello all’altro, spesso si sentono dire di tornare il giorno dopo. Alcuni cittadini di Šutka si sono allora organizzati per formare delle ragazze rom, ma che non lo sembrano e che si occupano di guidare i richiedenti nelle procedure, di dir loro cosa devono fare, quali documenti devono firmare e in quali uffici devono andare. In questo modo viene reso possibile ai rom ciò che altrimenti, ancorché legale, non potrebbero ottenere. Mentre stanno con la faccia premuta contro la lamiera tagliente del confine, l’organizzazione scaltra è una via che i rom ci indicano per forzare la lattina. A noi la gioia di scorgere il gesto incantevole con cui il padre passa a Muhamed la cartellina con dentro i documenti.

 

Dragan ZabovL’organizzazione scaltra di cui parli mi affascina per due motivi... la prima è nell’intelligenza collettiva messa in moto da un tessuto sociale che si muove in unisono per far fronte ai muri amministrativi e che si fa quindi, per forza di cose, politica. La seconda è la qualità non violenta attraverso una forma di invenzione, una peculiarità storica, se non generalizzo troppo, del popolo Rom per sgusciare dalle maglie più strette. I refugee palestinesi che ho incontrato hanno ottenuto permessi e viaggiato il mondo con meno stratagemmi perchéla via è controllata da un governo dotato di intelligence, forze militari e relazioni molto presenti e attive. Il visto lo si ottiene dal governo israeliano che controlla I confini, senza il quale non si esce e non si entra. Di falsificazioni o fughe non posso dirti molto perché non ne ho avuta esperienza. Mi sono confrontato però con intenti e sentire differenti. Ti faccio qualche esempio. Murad, un ragazzo forzuto e duro all’apparenza ma dall’intelligenza gentile, vuole tornare a vivere in Italia e lasciare il campo; a Qussay, una mente brillante e dal sarcasmo divertente, piace viaggiare ma ha bisogno di ritornare tra la sua gente nel campo, pur rivendicando il suo diritto di vivere in qualsiasi altra città pre-’48; Marwa, dal carattere esuberante e guerriero, al contempo dolce, sogna di tornare al villaggio dei suoi nonni; Ayat, dallo sguardo indagatore e un senso etico ferreo, nel campo ha il cuore scoperto ma si chiede quanto il suo radicamento non appartenga in realtà ai racconti del passato. Proprio da quest’ultimo esempio vorrei aprire una parentesi per nulla marginale: queste persone hanno in comune la rivendicazione di appartenere alla terra che malamente li ospita e il loro coraggio politico li unisce anche nel mettere in gioco la retorica del “due stati per due nazioni”, un discorso ormai utile solo alla strumentalizzazione che i governi ne fanno per giustificare la progressiva, inarrestabile e militarizzata inclusione della West Bank sotto il controllo israeliano. Quello che voglio dire è che la loro via scaltra è un cambiamento del punto di vista politico: dal momento che la Palestina pre-’67 sta sparendo e non esiste quasi più se non nei discorsi di rivendicazione, la causa si sposta verso la richiesta di pari diritti civili. In uno stato unico che rispetti anche il loro diritto alla terra, al movimento, all’intraprendenza, alla formazione, all’eccellenza, alla natura. È un cambiamento molto costoso e che probabilmente necessita di tempi biologici che superano la nostra portata per estendersi a un livello decisionale. L’apri-scatole è l’immaginazione del futuro considerando il qui e ora e gli strumenti mentali e narrativi di cui disporre. Suppongo che questo pensiero scomodo sia e vada coltivato anche dall’altra parte del confine. Un pensiero-tunnel sotterraneo scavato dalle due estremità, in attesa di ricongiungersi e uscire dalla clandestinità.

 

Andrea Mochi Sismondi: Piccolo gioco di società con due immagini e due didascalie.

 

Europa cavalca un toro divino che la porta oltre il confine della sua terra e poi la monta.

1000 dinari per la madonna!

 

Dal blog di un turista italiano in Balkan tour:

 

E chi l’avrebbe mai detto! Ancora ora, quando fermiamo qualcuno per strada per chiedere qualche informazione ci domandano che cosa ci facciamo qui… Ci dicono, non c’è nulla da visitare! Il trasferimento notturno Belgrado - Skopije è stato molto duro! Dieci ore stipati in un fatiscente vagone circondati da zingari, ladruncoli, tipi loschi… Non abbiamo chiuso occhio! Sergio è stato tutta la notte sveglio con me a vigilare sulle nostre cose, i nostri zaini e i vari zingari che come squali gironzolavano dalle nostre parti… che nottataccia! Unica nota positiva abbiamo potuto ammirare i piccoli villaggi e stazioni locali… che scenari… mi sembrava di vedere un film italiano anni ‘40 o ‘50. Arrivati in Macedonia possiamo davvero affermare di essere “alla frutta”! Skopije: una città molto grigia, povera, triste, sporca e piena di brutta gente che ti squadra dalla testa ai piedi, proprio un posto abbandonato da Dio… o da Allah (dipende dai punti di vista) visto che qui si alternano chiese a moschee! [Luca]: “Abbiamo visitato la nostra ambasciata per salutare “un amico di un amico”; ci ha raccontato di una vita diplomatica stupenda anche se vive a Skopije; si lavora tanto ma ne vale la pena perché hai un ruolo importante per la tua nazione, molto affascinante!” In serata, dopo cena, abbiamo conosciuto un gruppetto di ragazzi e con loro siamo stati in giro; ci hanno raccontato dei loro rapporti con gli albanesi, della difficile situazione politico/economica della loro nazione e ritornando in hotel veniamo colpiti dalle note di una canzone inconfondibile che proveniva da un piano bar all’aperto! “Lasciatemi cantare” di Toto Cutugno; un vero inno che ci ha fatto provare un po’ di nostalgia per la nostra amata Italia!

09. 08. 2004, Skopije (Macedonia)

 

 

Dragan Zabov...con la chitarra in mano, lasciatemi cantare una canzone piano piano...”. Non hai idea di quante volte abbiano provato a farmela intonare e io, lasciandoli in una specie di sommesso stupore, non sapevo andare oltre queste strofe recitate in modo un po’ triste, nel tentativo di soddisfarli e ricambiare le tante canzoni della tradizione araba, da Oum Kalthoum a Fairouz. Allora ci riprovavano, dandomi il la ogni giorno con “Una mattina mi sono svegliato...” e tutti assieme “...oh bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao!”... sorridenti aspettando il mio sfogo partigiano. L’espressione rimaneva nuovamente attonita quando capivano che mi sarei bloccato nuovamente. Questa volta non per ignoranza nazionale, ma per stanchezza interiore. Allora in un impeto di orgoglio un bel giorno di sole, sdraiati sui lunghi cuscini rossi prelevati dal palco-lounge e trascinati sulla terrazza del Campus, ho iniziato:

 

Con le mani sbucci, le cipolle

con le mani tu puoi, dirmi di sì

le tue mani così, all’improvviso

si sono fatte strada, fuori e dentro di me!

Paraparapà tadadà tadadà

parapapapapapapà!

 

E avanti così, mimando una performance come fossi sul palco di fronte a 5000 persone. All’inizio mi hanno guardato sorpresi e illuminati. Poi sono tornati rapidamente ai loro discorsi, che sembravano molto impegnativi.

 

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