Carpino, un albero charmant

I francesi lo chiamano Charme, e di fascino il carpino ne ha da vendere. Bianco o nero per me pari son: il Carpinus betulus (carpino bianco o comune) e l’Ostrya carpinifolia (carpino nero o carpinella), ordine Fagales, famiglia Corylaceae, la stessa dei noccioli. Belli entrambi, specie nei giorni d’inizio autunno quando le foglie dalla cima, e gradualmente giù giù fino alle falde inferiori, cominciano a virare nel giallo, e il verde piglia quella sfumatura olivastra così inconfondibile. Confesso: ho un debole per questi alberi in questo preciso momento dell’anno. Sarà perché il mio moroso ha gli occhi proprio di quel colore lì, sarà perché uno (bianco) mi è capitato in giardino e l’ho tirato su aiutandolo a destreggiarsi col grande, vecchio e competitivo castagno che lo costringe in postura assai scomoda. Sarà perché c’è pure il Carpinus betulus pyramidalis, dall’armonica forma a cono ramificata fin dalla base che, in duplice filare, più di altri alberi mi conquista: la mia passione per i cimiteri m’induce a suggerire di adottarlo al posto dei cipressi, come nel camposanto di Rivarolo Mantovano dov’è sepolto il grande Gorni Kramer. Creano un’atmosfera più pacificata, più domestica, se volete, più confidente. 

 

 

Con un’altimetria che dalla pianura arriva ai 1000-1200 metri, sono presenze diffuse su tutto lo stivale con l’eccezione, tuttavia, della Valle d’Aosta per il nero e delle isole per il bianco. Originari delle regioni del Caucaso e dell’Europa centro-meridionale, formano nella nostra penisola, a seconda degli areali, popolazioni miste con faggi e olmi, farnie e roverelle, frassini aceri e castagni. 

All’occhio non addestrato non è facile distinguerli. Due i segni di riconoscimento più immediati: la corteccia grigia, liscia, priva di lenticelle e placche nel betulus, e le infruttescenze pendule: nel carpino nero gli acheni avvolti da chiare brattee a forma di squama o di guscio di conchiglia (da cui il nome di origine greca, ostreia, ostrica) sono riuniti in grappoli simili a quelli del luppolo; nel bianco gli involucri cartacei sono trilobati con una maggiore estensione del lobo centrale, e sovrapposti in una vezzosa architettura a pagoda. A guardar meglio, benché le foglie di entrambi siano alterne, con apici acuti e margini doppiamente seghettati, la lamina del carpino comune appare più oblunga con base arrotondata fino ad introflettersi, quella della carpinella è ovata con base cordata ed evidenti nervature terziarie nelle foglie basali. Inoltre, in primavera nel periodo della fioritura il nero porta i codini penduli degli amenti maschili più lunghi (5-12 cm) e riuniti a coppie o terne, mentre quelli solitari del bianco non vanno oltre i 5 cm.  

 

 

Non dovrei fare la maestrina con la penna rossa in mano, ma in campo letterario la disattenzione a dettagli di tal genere può far da inciampo. Scorro, con molto piacere, l’ottima edizione commentata della Bufera di Eugenio Montale (Mondadori 2019). Riprendo in mano L’orto (1946) perché in questa poesia i carpini sono fissati nel momento a me caro. Ecco le prime due delle quattro strofe, giusto per arrivare al primo punto fermo della versificazione: 

 

Io non so, messaggera

che scendi, prediletta

del mio Dio (del tuo forse), se nel chiuso

dei miei lazzeruoli ove si lagnano

i luì nidaci, estenuati a sera,

io non so se nell’orto

dove le ghiande piovono e oltre il muro

si sfioccano, aerine, le ghirlande

dei carpini che accennano

lo spumoso confine dei marosi, una vela

tra corone di scogli

sommersi e nerocupi o più lucenti

della prima stella che trapela –

 

 

io non so se il tuo piede

attutito, il cieco incubo onde cresco

alla morte dal giorno che ti vidi,

io non so se il tuo passo che fa pulsar le vene

se s’avvicina in questo intrico,

è quello che mi colse un’altra estate

prima che una folata

radente contro il picco irto del Mesco

infrangesse il mio specchio, –

io non so se la mano che mi sfiora la spalla

è la stessa che un tempo

sulla celesta rispondeva a gemiti

d’altri nidi, da un fólto ormai bruciato.

 

E, nella pur dotta e accurata nota, leggo: 

 

mentre nell’orto piovono le ghiande, al di là del muro i fiori di carpino, che sono lunghi amenti penduli («le ghirlande») – del colore dell’aria (aerine: cfr. GDLI I, p. 188) o forse “leggere come l’aria” – si disperdono («si sfioccano»).

 

 

Ma se le ghiande piovono, cioè cadono a terra, siamo a fine estate-inizio autunno, e lo sfioccare non può essere dei fiori del carpino che compaiono tra marzo e aprile. Per altro, il verbo non pare adeguato ai suoi minuscoli fiori privi di calice e corolla (perianzio): né ai maschili né ai femminili (che formano amenti più brevi all’apice dei rametti), tutti composti da soli stami e brattee. Le ghirlande saranno allora quelle dei rameggi oltre il muro, del profilo delle cime dei carpini che tra settembre e ottobre cominciano a veder ingiallire le foglie per poi perderle. 

Certo, i lazzeruoli (Crataegus azarolus o biancospino lazzerolo) sono ben scelti da Montale per i luì che amano costruire le loro tonde casine a terra o nell’intrico dei rami bassi vicino al suolo: vi si saranno ben accomodati e con una scorta di frutti dolci a portata di becco. Questi piccoli passeracei trovano di lor gradimento anche i carpini che per la loro spiccata propensione ad esser potati senza mostrar sofferenza alcuna e per trattenere le foglie secche durante tutto l’inverno sono impiegati anche come arbusti da siepe.

 

 

A tal proposito recuperiamo un breve eppur notevole passo dalla Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. È l’incipit del secondo capitolo della prima parte: 

Al passare della nuvola, il carpino tacque. È compagno all’olmo, e nella Néa Keltiké lo potano senza remissione fino a crescerne altrettanti pali con il turbante, lungo i sentieri e la polvere: di grezza scorza, e così denudati di ramo, han foglie misere e fruste, quasi lacere, che buttano su quei nodi d’in cima. 

Nonostante le rimostranze di Gadda, l’esser potati – ma con criterio – è attitude propria di questi alberi dalle folte fronde e dal legno duro, di alta resa nei focolari: ne tengano conto le donne con uomini di charme come fidanzati! 

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