Spielberg e l’utopia. Disclosure Day
All'inizio di Disclosure Day assistiamo a un incontro di wrestling dove uno dei lottatori tira un calcio ben piazzato contro la macchina da presa. Tra il pubblico pagante, attorno al ring, c'è uno spettatore in incognito: Daniel Kellner, esperto di cybersecurity alla Wardex, una compagnia informatica vicina al governo americano, a cui Kellner ha rubato dei file top secret e un misterioso strumento, capace di controllare a distanza la mente delle persone. Daniel viene portato via di soppiatto dagli agenti della Wardex, capeggiati da Colin Firth e assoldati per riprendersi ciò che gli spetta. Dentro le chiavette rubate c'è la prova documentale dell'esistenza degli alieni e delle sperimentazioni che da anni il governo americano conduce sui loro corpi. La situazione si complica quando da Kansas City, Margaret – annunciatrice del meteo per la tv locale – inizia improvvisamente a manifestare poteri soprannaturali che non riesce a controllare.

Sono queste le basi su cui Steven Spielberg innesta il suo ultimo, serratissimo, Disclosure Day, l'atteso ritorno del regista alla fantascienza a otto anni da Ready Player One e a oltre vent'anni da La Guerra dei Mondi. Ed è proprio quel calcio contro la cinepresa – così inatteso e apparentemente eccentrico – il punto di partenza per ragionare su un film contemporaneamente in e fuori tempo, immerso nel presente ma che arriva da lontano. Il calcio al punto macchina sembra allora un invito a destare lo spettatore, a smuoverne l'attività interpretativa per comprendere l'operazione che Spielberg allestisce sin dai primi minuti del film.
Disclosure Day inizia in medias res, ma non viene ricostruita la storia che porta Daniel a rubare i file della Wardex. Il passato del personaggio – interpretato dal bravissimo Josh O'Connor – è fatto di ampie zone d'ombra: conosciamo il suo lavoro, sappiamo perché è costretto a fuggire, scopriremo una verità fondamentale sul suo passato, ma poco di più. Lo stesso vale per il suo rapporto con Jane (Jane Hewson), ex novizia in crisi spirituale, personaggio decisivo ai fini della storia, ma di cui ci vengono fornite soltanto alcune coordinate fondamentali. Una simile ambiguità circonda Margaret (Emily Blunt), di cui seguiamo l'evoluzione dall'arrivo del cardinale rosso al compimento del suo percorso nel finale, e che ci viene esplicitamente presentata come un tramite tra gli alieni e gli umani. La predestinazione – un elemento che rimanda all'immaginario biblico, fortemente presente nel film – accomuna Margaret e Daniel, scelti dalle entità extraterrestri per immergersi tra gli uomini e comunicare con loro sulla Terra.
Se alcuni aspetti dei personaggi non ci vengono detti, ancora più rilevante è un'analoga scelta sul piano narrativo. Spielberg e il suo sceneggiatore David Koepp informano lo spettatore del conflitto nucleare imminente che nel film coinvolge Stati Uniti e Corea del Nord ma che non viene tematizzato se non dal rincorrersi delle news nei programmi televisivi. La minaccia atomica resta, a suo modo, fuori campo e comunica con il grande fuori campo del film: il disclosure finale, il buio che segue il “Listen!” pronunciato da Margaret in mondovisione.
Questi punti di fuga irrisolti e il colpo del wrestler contro la camera chiedono a chi guarda di stabilire una relazione tra ciò che si vede e ciò resta fuori dall'inquadratura e rafforzano, soprattutto, il nucleo centrale del film. Tutt'altro che frutto di una ingenuità – o ancor peggio di una presunta senilità del regista – Spielberg afferma l'urgenza di altre domande di senso: come possiamo convivere con un'intelligenza a noi ignota, che abita il nostro stesso pianeta? Quanto questa consapevolezza ridefinisce chi siamo e qual è il peso delle nostre paure?

Disclosure Day si concede, così, il lusso di mettere fuori campo (ma mai fuori gioco), per un istante, le ansie del presente, e di sondare ciò che ci rende realmente umani. Per farlo attinge a piene mani sia dalle inquietudini religiose (talvolta in modo caricaturale), sia dal cinema dello stesso Spielberg: riporta in vita gli E.T. e gli alieni di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, sostituisce il terrore della sostituzione della nostra specie – tematizzato in La Guerra dei Mondi – con l'accettazione di non essere soli nell'Universo. Spielberg non ha il timore di mettere questa domanda in cima alla propria scala di priorità. Una certezza che – ed è il nodo cruciale del film – è strettamente legata allo statuto del cinema come mezzo di rappresentazione. Per provare l'esistenza degli alieni Daniel e Margaret pubblicano centinaia di ore di filmini d'archivio in bianco e nero che testimoniano torture e sperimentazioni sui corpi degli alieni, nascosti nell'area Area 51 sin dai tempi del governo Nixon. Quando anche noi spettatori possiamo finalmente vedere i filmati, viene detto brevemente che non si tratta di AI, ma che le immagini sono autentiche e desecretate. Se il passaggio può apparire semplice, è difficile ignorarne il portato utopistico, dato che viviamo in un'epoca dove viene meno anzitutto la fiducia nella verità delle immagini, così esposte alla manipolazione del digitale. Ed è chiaro che se c'è qualcosa in cui Spielberg non smette di avere fiducia è proprio nel cinema, nel suo linguaggio, nelle sue soluzioni narrative e nel suo supporto (il film è girato in 35 mm).
Lungi dall'ignorare la problematicità del contemporaneo, Disclosure Day la trattiene nelle pieghe del visibile, sotto l'abito di un thriller hollywoodiano ad alto budget. Steven Spielberg realizza così un film audace e dissonante sul nostro presente e sul cinema nel presente. Chiama in causa noi spettatori, ci interroga, ci chiede di seguirlo e di stargli accanto fino al silenzio finale. Un film utopistico? Forse. Eppure, un film a cui non si resta indifferenti.