Lavoro culturale, da Bianciardi a Fofi
Sedici interviste di Mariateresa Carbone ad altrettanti professionisti del mondo del giornalismo e della comunicazione culturale sono raccolte in un libro (Il lavoro culturale, Arcadia edizioni, 2026) che si legge di corsa, con piacere e imparando, come succede spesso quando si ascoltano le riflessioni, anche molto diverse fra loro, di persone esperte e competenti, che raccontano di esperienze quotidianamente vissute con passione. È un libro però che costringe anche a rallentare e a interrogarsi, senza troppi infingimenti e illusioni, sulle modalità e il senso del lavoro culturale oggi.
Il titolo si rifà, come è detto esplicitamente nella vivace e puntuale introduzione di Carbone, al primo romanzo della cosiddetta trilogia della “rabbia” di Bianciardi del 1957, che, idealmente, fa da prologo al libro di interviste, e costituisce una sorta di punto di partenza e pietra di paragone con il quale leggere i profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi settant’anni.
Vale la pena ricordarlo brevemente. In Il lavoro culturale, Bianciardi racconta di Marcello e del fratello Luciano che cercano, con il loro entusiasmo giovanile, di svecchiare un polveroso mondo culturale in mano a gelosi eruditi medievisti e archeologi dannunziani, egocentrici e autoreferenziali. Sono gli anni dell’immediato secondo dopoguerra e c’è tutto da ricostruire. Il romanzo è ambientato in una città di provincia toscana che i due fratelli, e in particolare Marcello, intellettuale impegnato e sognatore, vogliono trasformare in un città che “avanza vittoriosa dentro la campagna”, un posto tranquillo ma vivo, con le trattorie dove vanno i camionisti in cui si parla di letteratura, dove esiste un cineclub, un circolo culturale che organizza i dibattiti, dove le biblioteche sono aperte a tutti, si fondano riviste, si organizzano festival teatrali, cinematografici, gare di poesia e di narrativa, si celebrano gli anniversari dei grandi da Leonardo a Gogol a Avicenna… “Ci sono troppe mezzeseghe in giro, troppi preti, troppi intellettuali”, sbotta Marcello, che rendono irrespirabile l’aria polverosa della città che invece dovrebbe essere “aperta ai venti e ai forestieri”, al jazz e al cinema, perché “ogni cultura dimostra la sua forza e la sua modernità solo confrontandosi con tutta la realtà storica e sociale che ci sta dinanzi, solo se riesce a liberare tutti, a liberare i contadini, a capirli, a farceli simili a noi”.
Bianciardi non perde occasione, con il suo proverbiale sarcasmo, di mettere alla berlina non solo il mondo polveroso dei medievisti e degli archeologi dannunziani, ma anche l’ingenuo entusiasmo di questi giovani, presto smorzato e irreggimentato dalle istituzioni dei partiti. Lo fa in alcune pagine magistrali nelle quali parla della perenne crisi del libro (“In Italia moltissimi scrivono e pochissimi leggono”), e in cui ridicolizza il linguaggio stereotipato adottato da chi fa cultura in quel periodo, quando “il problema” non si pone ma “si solleva”, “i dibattiti sono sempre ampi”, “si portano utili contributi”, “si sente l’esigenza”, non si affrontano temi e problemi ma “tematiche e problematiche”… Anche l’aridità convenzionale del linguaggio contribuisce alla morte del progetto, e in cinque anni nella piccola città di provincia tutto è cambiato e l’utopia di una cultura viva e partecipata giunge al capolinea. Si continua a parlare degli indiani d’America, per stanca convenzione, ma senza più dibattito, senza più confronti e condivisioni.
Mariateresa Carbone muove proprio da una riflessione cursoria e apparentemente secondaria sul lessico di oggi per mettere in evidenza quanto il senso del lavoro culturale si sia trasformato. “Sfida” e non più “problema” è la parola oggi ricorrente. Siamo continuamente di fronte a “sfide”, e questo termine rappresenta in modo perfetto la retorica dell’epoca del capitalismo dominante assunto come cartina di tornasole di tutto. La sfida trasforma ogni esperienza in una prova individuale, in una competizione in cui si deve primeggiare, in una logica che rispecchia la centralità della prestazione. Alla relazione e al dialogo culturale di una comunità sognati dal Marcello di Bianciardi nella sua città di provincia si è sostituito il più bieco individualismo, esaltato dalla solipsistica autopromozione sui social media.
Giulio Mozzi, citato da Carbone nell’introduzione, sostiene che gli anni duemila sono stati gli anni dell’individualismo, ciascuno per conto suo, in cui l’editoria si “è compiutamente industrializzata e finanziarizzata”, e in cui “la sfida” suggella il dominio dell’individualismo.
Per Goffredo Fofi, in una delle interviste prevedibilmente più sollecitanti della raccolta, la perdita della fiducia che attraverso il lavoro culturale si potesse cambiare la società è avvenuta ben prima dell’inizio del millennio, con il delitto Moro che rappresenta, per una intera generazione, una sorta di spartiacque, come diceva Marco Baliani nel suo toccante monologo Corpo di Stato. Curiosamente l’accusa di Fofi agli intellettuali degli anni ottanta e oltre ricorda, anche nelle puntute scelte lessicali, l’invettiva del Marcello di Bianciardi agli intellettuali imbalsamati della sua città di provincia. “C’è stato un periodo – si legge nell’incipit dell’intervento di Fofi – in cui il giornalismo culturale in Italia ha avuto una funzione enorme, poi è finito tutto. Negli anni Ottanta, non ricordo esattamente quando, scrissi un editoriale per la rivista che pubblicavamo allora, Linea d’ombra, che fece incazzare alcuni membri della redazione perché il titolo fu considerato troppo volgare: era Le mezzeseghe all’arrembaggio, e un anno dopo ne scrissi un altro intitolato Il trionfo delle mezzeseghe. Ed è vero, erano titoli volgari, ma io ero terribilmente inferocito contro la generazione di mediocri attivisti post ’68 e post ’77 che in quegli anni si sono dati al giornalismo e alla cultura, e non ho potuto fare a meno di sfogarmi. E non credo di essermi sbagliato, perché da allora le cose non sono cambiate, il trionfo delle mezzeseghe c’è ancora oggi.”

Il centro del discorso, che oggi forse apparirà ad alcuni datato, anche per via delle poco eleganti figure retoriche, riguarda in particolare il giornalismo culturale che, a suo dire, avrebbe avuto nel periodo dal ’45 al ’78 un’importanza enorme nella nascita dell’Italia come paese “degno, unitario, nuovo”, nascita avvenuta grazie alla Resistenza e alla Costituzione, con il voto alle donne, la libertà di parola e di movimento. Le pagine culturali dei quotidiani, dei settimanali, delle riviste erano servite “per raccogliere il meglio del passato e attraverso un’analisi del presente si sforzavano di preparare i nuovi tempi. Ma adesso – continua Fofi – dei nuovi tempi sembra che al giornalismo, culturale e non culturale, non interessi più nulla, siamo piombati nel presente”. Il capitalismo ha vinto, e al suo servizio ha assoldato non solo gli scienziati ma anche i giornalisti. Perfino le riviste culturali, di cui Fofi è stato fondatore e animatore ostinato, spesso sono per lui oggi salottini autoreferenziali, specializzati, che non riescono a guardare il mondo di fuori.
Un’insofferenza simile nei confronti del giornalismo culturale in Italia oggi è espressa da Gianluigi Simonetti, che nota come molti articoli o recensioni siano caratterizzati da un lato da “superficialità , troppa insincerità, troppi secondi fini”, e dall’altro da un esibito “specialismo accademico, spesso autoreferenziale, cervellotico, murato in luoghi angusti e inaccessibili – e tra l’altro non meno conformista, nel suo seguire le mode del momento, del giornalismo più pop”. D’altronde quale sia il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico, che esclude lo specialismo, e il lavoro culturale che in buona misura lo impone è questione che ritorna spesso nelle considerazioni degli intervistati.
Il giornalismo, tuttavia, è solo uno dei mezzi del lavoro culturale, e forse uno di quelli che risentono in misura maggiore dei cambiamenti della tecnologia. Per Andrea Cortellessa è “uno dei tanti istituti della modernità diventati fossili”. Il lavoro culturale si fa soprattutto con i social, le piattaforme, i cicli di podcast, gli influencer, i booktoker, le riviste online, libere o a pagamento, attraverso una serie di passaggi (malamente detti anche “condivisioni”) frammentari, occasionali, spesso superficiali; ma anche con i premi letterari, le mostre, i gruppi di lettura o i festival che, nella migliore delle ipotesi, come dice Valentina Berengo nella sua intervista, creano “quell’alchimia tipica dell’evento molto partecipato per cui si produce un’energia speciale, data dalla compresenza di così tante persone accomunate dallo stesso interesse intente a condividere – anche se silenziosamente – la stessa esperienza profonda”.
Su queste varie forme di divulgazione culturale intervengono i sedici intervistati (oltre a quelli citati in questo articolo: Paolo Di Stefano, Michel Guerrin, Leonardo G. Luccone, Thomas Migge, Paola Nobile, Jean-Baptiste Para, Stefsano Petrocchi, Giorgio Zanchini), offrendo l’occasione di ripensare in modo critico ai vari device ed eventi che oggi costituiscono la rete di circolazione delle idee: una rete che fa correre le notizie in modo velocissimo, ma purtroppo in modo anche sempre più superficiale, scivoloso e parziale. Una rete che consente limitati spazi di autonomia economica a chi il lavoro culturale intende giustamente farlo come professione.
Dello “sfruttamento del lavoro intellettuale” come “ultimo approdo della versatilità capitalistica” parla Francesca Borrelli, redattrice di Alias, nel suo articolato intervento sulle recensioni e sul giornalismo culturale. Ma la preoccupazione, o l’amara constatazione di uno stato di fatto, è presente in molte interviste. Carbone d’altronde mette subito le carte in tavola ricordando la provocatoria pubblicazione su facebook che Jonathan Bazzi fece del suo estratto conto, a ricordare, se ce ne fosse bisogno, dello sfruttamento in ambito editoriale come prassi consolidata.
Oggi si parla, come se fosse una cosa ovvia e normale, di “industria culturale”, con tutto quello che ne consegue in termini di rapporti interpersonali ed economici, e il “lavoro culturale” è visto sempre più come una professione al pari di tante altre e sempre meno come strumento di emancipazione sociale, come avrebbe detto settant’anni fa Marcello del libro di Biancardi. Di fronte a questa presa d’atto di quanto è evidente a tutti in questa congiuntura economica e storica, c’è chi ricorda, come Giulia Cogoli, ideatrice di Festival fortunati come quello della Mente di Sarzana, che lavorare per la cultura “è innanzitutto un onore e poi un piacere. È forse il mestiere più bello che ci sia”. Guia Soncini, più disillusa, bianciardianamente ribatte: “Ero sinceramente convinta che scrivere per le pagine culturali del grande quotidiano fosse un onore per il quale avrei dovuto pagare io. Il che magari aveva un senso nel ‘900, ma (oggi) siamo sicuri che sia ancora un privilegio permettere alla zia di paese dire ‘mia nipote scrive su un quotidiano nazionale’?”.
Certo, non ne siamo più sicuri neppure noi. Ed è assolutamente indispensabile che il lavoro culturale sia retribuito in modo almeno dignitoso. Senza dimenticare, come dice Fofi alla fine della sua intervista, con un tono da vecchio maestro di scuola che ad alcuni potrà sembrare patetico e démodé, ma che fa sempre bene ascoltare: “Oggi il nostro dovere è difenderci dalle mezzeseghe, e l’unico modo è rialfabetizzare, costruire minoranze agguerrite, intelligenti, preparate”.