Il bambino che disegnava la luna

Se volessi ricordare la prima volta in cui presi in mano una matita, per quanti sforzi possa fare, non credo che ci riuscirei. Con una certa plausibilità potrei solo ipotizzare che sia accaduto sui banchi di scuola. Durante il primo anno delle elementari, magari. Dubito che prima di allora potessi aver utilizzato una matita poiché una cosa che ricordo bene è che non mi piaceva il colore generico del suo tratto. Una tinta che poteva deviare dal grigio spento all’argento vivo per poi mutarsi in un buio assoluto. E io del buio avevo una paura disperata. 

Preferivo le tinte colorate dei pastelli. Anzi, adesso che mi ci fai pensare, erano i pennarelli ad avere la preferenza su tutto quando si trattava di colorare i miei disegni. Tuttavia, ora che ci rifletto, non avrei potuto colorare senza prima aver disegnato e di certo i primi disegni che avrò realizzato saranno stati degli schizzi a matita. 

 

Sì, senza dubbio devo aver utilizzato una matita anche prima di andare a scuola. Forse all’asilo o più facilmente a casa, sul tavolo della cucina o steso sul pavimento della mia cameretta, tracciando scarabocchi su qualche agenda logora, sulle pagine di un vecchio quaderno inutilizzato o sul retro del foglio bianco del mese precedente del calendario. 

Segni sgorbi e incomprensibili. Finché, adesso sì che lo ricordo bene, non imparai a fare i cerchi o qualcosa che ci assomigliasse. Luna. Da piccolo disegnavo la luna. Di continuo. Riempivo un foglio dopo l’altro di circonferenze irregolari e spicchi di varia grandezza che poi mostravo euforico a mia madre dicendo che era la luna. La luna! Un’altra luna! 

E oggi non ho dubbi circa il fatto che per tracciare quei segni utilizzassi una matita. Un oggetto sproporzionato per quella mano piccina, tutto considerato. L’idiosincrasia per le matite deve essere arrivata dopo, perciò, un’intolleranza sviluppata non tanto verso lo strumento quanto per quel colore imprecisato, vorrei presumere.

 

 

Delle matite apprezzo il fatto che lasciano segni che si possono cancellare. Questo verosimilmente poiché a scuola ci facevano riempire pagine intere di vocali, consonanti, sillabe, ripetute all’infinito e righe su righe di nomi, vocaboli, verbi e tutto il resto. Quando accadeva di fare uno sbaglio era una catastrofe poiché la penna non si poteva cancellare. E allora, siccome trovavo abominevole rovinare la pagina barrando gli errori con pesanti tratti di inchiostro, per contro avrei apprezzato la possibilità di correggere cancellando gli errori con la gomma come potevo fare con le matite e non abbandonare il foglio al dominio delle macchie e degli sbuffi d’inchiostro, ovvero al caos, rendendolo simile alla superficie della luna con i suoi crateri, le sue dune e le sue ombre infinite.

C’è stato un momento quindi in cui sono tornato a considerare la matita uno strumento privilegiato e unico. Quando ho iniziato a scrivere i primi racconti provando a diventare un autore. 

La matita dava l’opportunità di cancellare e riscrivere in modo rapido quando una frase non mi convinceva. Soprattutto la matita è più leggera di qualsiasi penna e affatica la mano in misura inferiore. Con la matita riesco a scrivere in maniera veloce riuscendo a tallonare i pensieri, spiarli mentre prendono forma in testa, catturarli e trasportarli sul foglio di carta. 

 

La matita ti permette di ritrattare. Di cambiare versione. Di rimangiarti quel che hai appena scritto. Di riscrivere non solo il passato e il presente ma soprattutto il futuro. Di alterare la realtà. Di mentire, in definitiva, e raccontare balle facendola franca. E ancora inventare. Simulare. 

Persino oggi che utilizzo la tastiera del computer come strumento di scrittura, la matita rimane per me uno strumento privilegiato. Il mezzo con cui abbozzo i punti fondamentali, ma anche quelli superflui, per le trame delle mie storie e gli elementi essenziali dei miei personaggi. È con la matita che traccio le osservazioni basilari per la correzione e la revisione dei miei testi. 

Quel grigio mutevole è diventato il colore delle cose in mutazione capace di trasformare le lettere di un intero alfabeto. Le parole di un vocabolario dall’inizio alla fine e viceversa. La matita diventa il dispositivo di un potere assoluto. Quello della fantasia.

 

Appartengo ad una generazione di scrittori che è passata dai quaderni di carta direttamente allo schermo di un computer, senza passare perciò attraverso la romantica ma obsoleta macchina per scrivere. Eppure pochi giorni fa, mentre ero intento a mettere in ordine i cassetti della mia scrivania mi sono imbattuto in un piccolo astuccio di paglia intrecciata.

 

Non ricordavo come fosse finito lì dentro, men che meno quando. Tuttavia quel che mi stupì in misura maggiore fu trovare al suo interno decine di piccole matite affastellate come mozziconi di sigarette di legno. I moncherini che rimangono a forza di temperare una matita fino allo spasimo. Rimasugli messi insieme nel corso del tempo. Testimoni e reduci di anni di scrittura. Se ne stavano là dentro occultati, esiliati come inconsapevoli sensi di colpa. Li ho osservati a lungo. Nella mia mente si rincorrevano immagini legate a eventi ormai passati. Lampade, scrivanie improvvisate, camere in affitto e polvere di gesso. Taccuini, quaderni a quadretti, fogli di carta e tovaglioli. Quindi li ho gettati nel cestino. 

Uscendo di casa pensai che era ora di comprare una scatola di matite nuove. Avevo in mente di mettere giù gli appunti per un breve racconto che volevo scrivere. Questo.

 

Le altre matite:

 

Anna Toscano, Facendo la punta

Gianni Montieri, Breve storia di alcune matite

Mauro Zanchi, 2H

Francesco Lauretta, Breve storia delle mie matite

Francesca Serra, Simonio e Lyndiana

Chiara De Nardi, Matita. Strumento divinatorio

Giuseppe Di Napoli, L'anima nera del carbone

Aldo Zargani, La matita del fato

Giovanna Durì, La prima matita e le sue compagne

Francesca Rigotti, Matita: veloce e lenta, giovane e antica

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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