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11 settembre 2001

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Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti     Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”   No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato...

Pynchon. Bleeding edge

«Ehi guarda, stanno distruggendo i newyorkesi: carino, vero? Cioè: niente di personale.» È la profetica battuta di una teenager con la faccia incollata a un violento videogame che appare nell’ultima opera di Thomas Pynchon, uscita nel mercato anglofono proprio questa settimana a marchio Penguin. Il libro si fa leggere anche da chi ha scarsa indulgenza verso l’autore noto per aver esordito con il funambolico V giusto mezzo secolo fa.   Qui spiccano i dialoghi, secchi ed efficaci come nelle moderne serie televisive, ma tranne qualche sbandata nel plurilinguismo spinto (chutzpah, caveat, sutra, «Che si dice?» e strozzapreti in idioma rigorosamente originale) l’ottavo romanzo di Pynchon apparirà tutt’al più un bizzarro ibrido tra il suo epigono David Foster Wallace e un enigmatico noir alla Raymond Chandler. Logico qui il collegamento con la protagonista del libro, Maxine Tarnow, una mamma suo malgrado divorziata alle prese con «la paranoia della mezza età» ma soprattutto un’investigatrice di frodi fiscali sulle tracce di un’oscura dotcom. Infatti siamo nel 2001 o se...

Buenos Aires. Papa argentino

Da più di un’ora sul taxi, sono ormai stramazzato. Ma la mia testa appoggia contro un altoparlante della radio, che i tassisti qui tengono sempre accesa per svicolare tra picchetti e imbottigliamenti.     Così, sono il primo a sentirlo: “Habemus papam!” E grido a mia volta: “El papa es argentino!”.  Il tassista, cui è permesso di stramazzare solo a metà e che, chiacchierone come tutti, si è reso conto di avere un italiano in macchina: “Si, si”. Non ascolta e gli sembra che quel che dico sia una ribollitura dello solito “Dio è argentino”, a sua volta sottospecie delle battute sull’orgoglio locale lanciate nel resto del Sudamerica (“Come si suicida un argentino? Si arrampica sul suo Io e si butta giù”). “No - gli grido - il papa vero, quello di Roma: B E R G O G L I O!” (in spagnolo anche la seconda G suona come in “ghiaccio”: in Piazza San Pietro l’hanno pronunciato all’italiana e anche per questo gli argentini stentano a capire).   Il tassista si scusa e riafferra il cellulare. Smette di dare...

Thomas B. Reverdy. L’ombra vuota

La storia raccontata da Thomas B. Reverdy in L’ombra vuota (traduzione di Gaia Amaducci , Sironi editore, Milano 2011) non ha la forma del noir nonostante verta attorno ad un’inchiesta per omicidio e non ha nemmeno la costruzione del romanzo nonostante l’intreccio che coinvolge i personaggi principali. La storia si sovrappone nella forma come nell’ambientazione ad un cantiere - siamo a Ground Zero - come un palazzo in costruzione ancora non chiaramente visibile e comprensibile. Brevi pezzi narrativi si alternano a lunghe disquisizioni sulla città, sul suo carattere e sulle sue strade: tutto è ridotto all’essenziale e la sensazione è di ritrovarsi tra le pagine di una guida capace di raccontare l’immaginario incrinato di una città che non è la New York ferita e terrorizzata dall’attentato, ma qualcosa di leggermente diverso.   Reverdy non racconta la grande tragedia e nemmeno sono al centro del suo racconto le storie personali di chi fu toccato da vicino dall’attentato. Quelle storie ci sono, ma sono laterali, al centro c’è la vita in una città attraversata da un abisso...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...

Il sabato del villaggio / Autunno

A dieci anni dall’11 settembre, la memoria si mischia alla nostalgia, l’America e il mondo intero sono cambiati e sembra più difficile distinguere la realtà da ciò che è per sempre scomparso tra le macerie delle Twin Towers. Attorno a quello che furono le due torri e la loro assenza riflettono Marco Belpoliti e Riccardo Venturi. E qui in Italia, periferia di un impero in crisi, l’undici settembre ha il sapore del primo giorno di autunno che porta con sè il ritorno in città e a scuola, una scuola malconcia e in difficoltà: Enrico Manera ne parla con Giuseppe Caliceti. Mentre per Camminare Claudio Piersanti ci regala un racconto sul disagio del camminare in città. L’undici settembre potrebbe essere definito anche come la sparizione di qualcosa e la comparsa d’altro e forse non sappiamo ancora di preciso cosa è sparito e cosa è apparso. Elio Grazioli riflette con l’aiuto di Walter Benjamin attorno all’accresciuto interesse per la fotografia così come Gianfranco Marrone analizza il bisogno di un «nuovo realismo» in filosofia e il pericolo che...

11 settembre

Chi ha progettato l’attentato dell’11 settembre 2001 sapeva che si sarebbe trattato di un avvenimento eminentemente visivo. Migliaia di telecamere, videocamere, cellulari, macchine fotografiche, e altri mezzi di registrazione, sarebbero stati attratti e ipnotizzati dal profilo dei due grattacieli in fiamme, così da registrare l’incendio, e poi in successione il crollo delle Twin Towers. Anche la sequenza dell’impatto del secondo aereo contro il monolite di acciaio e vetro era stata con ogni probabilità immaginata come un ulteriore shock visivo, un raddoppiamento dell’avvenimento, una sua ulteriore elevazione all’ennesima potenza ottica. E così è stato.   L’occhio di vetro delle telecamere ha prodotto un inarrestabile replay, accresciuto, come ha visto Clément Chéroux, storico della fotografia, dal fatto che le principali stazioni televisive americane, e poi quelle del resto del mondo, trasmisero per ore e ore inloop le immagini dell’impatto e del crollo. Inoltre, le istantanee dell’avvenimento, che tra qualche giorno saranno esposte a Milano a Palazzo Reale, nella mostra...

Il trauma dei patimenti

Negli scrittori contemporanei è assai frequente il ricorso a descrizioni esplicite del dolore fisico, anzi: del patimento, avrebbe detto Leopardi, come stato, cioè, di sofferenza eminentemente corporea e creaturale, ovvero connessa alla fragilità del nostro essere biologico. La riprova è in due rappresentazioni particolareggiate della fenomenologia patologica, prese da due libri recenti: in un caso si tratta di Tommaso Pincio, che nel suo Hotel a zero stelle racconta di una febbre altissima che lo colpì bambino a seguito di un intervento alle tonsille. Febbre che si risolse in un modo del tutto imprevisto, con una misura terapeutica non solo audace, ma assolutamente contraria a ogni più banale profilassi: il padre del piccolo ammalato, credendo avvicinarsi il momento finale e fatale di quella malattia senza nome e dunque non suscettibile di diagnosi, lo porta alle giostre, e solo a quel punto il piccolo riesce a vomitare il tampone che l’incauto (a dir poco, evidentemente) chirurgo gli aveva dimenticato in gola durante l’intervento (caso nemmeno troppo inverosimile, a quanto sappiamo da svariati episodi di cronaca)....