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Fra Songbook e dischi a tema / Ella Fitzgerald e Frank Sinatra: night and day

Settant’anni fa, nel settembre del 1950, Ella Fitzgerald incideva il suo primo album, Ella sings Gershwin, un disco in formato 10 pollici – 25 centimetri di diametro – di sole otto tracce, quattro per lato, tutte composte da George Gershwin. Durata complessiva: venticinque minuti e sedici secondi. Il disco fu prodotto da Milt Gabler e registrato a New York in due sedute, l’11 e il 12 di settembre. Vi figuravano dei classici come Someone to watch over me, How long has this been going on e But not for me, ma anche delle canzoni meno battute come Maybe o Soon.   Due anni prima, il 18 giugno del 1948, la CBS (Columbia Broadcasting System) aveva presentato nelle sale del Waldorf Astoria di New York un nuovo formato di disco in vinile a microsolco, il cosiddetto Long Playing o Long Play, un formato che avrebbe presto soppiantato il 78 giri in gommalacca. Ella Fitzgerald nel 1950 era già una veterana della canzone e aveva alle spalle svariate incisioni con Teddy Wilson, Benny Goodman, Chick Webb, gli Ink Spots, Louis Armstrong e Louis Jordan. Poco più che trentenne, aveva già attraversato l’era dello swing e quella del be-bop, dimostrando da un lato di saper tenere testa al ritmo...

Montagne esili e modernità / Giovanni Lindo Ferretti, Non invano

“Non è questa la vera copertina, in realtà sarebbe dovuta essere quest’altra”, dice Giovanni mentre con pudore e lieve imbarazzo, mi porge una copia del libro autografata; sul retro compare una sua foto in primo piano, mentre sotto, la copertina rigida ritrae il campanile della chiesa di Valbona.   Il pudore delle parole e dei gesti – ma anche il loro ardire – è cultura montanara, ereditata come la normalità di camminare all’alba in salita tra faggi e pietre corrose di antichi ghiacciai. Un pudore che ben conosco per averlo respirato da bambino, in involontari percorsi educativi e intere estati. Quella del peso della parola era poi sensibilità che i montanari avevano spiccata: tra adulti la parola rara, suggello dei pensieri. Ma anche lasciando la storia, la memoria, le sue suggestioni e venendo ai nostri giorni, il peso della parola qui è ancora ben presente, deve essere così quando il paese è fatto di 60 anime tra le quali le parole necessariamente sono rade se non rare. Così, leggendo le pagine del libro (Giovanni Lindo Ferretti, Non Invano, Mondadori 2020) ma anche camminando per le strade del paese a fine estate, la sensazione è in fondo la stessa, si avverte il filo...

“Sono tutti uguali gli occhi degli uomini verso l’esilio” / Due sguardi su Claudio Lolli

Tre note su Claudio Lolli di Massimo Recalcati   Prima nota: la sua musica mi ascoltava La musica è qualcosa che davvero ascoltiamo? Quando ho ascoltato le prime canzoni di Claudio Lolli in una scuola occupata di Quarto Oggiaro, nella estrema periferia milanese, ero davvero “io” che le ascoltavo? La musica non assomiglia forse ad un quadro o ad un libro? Sono io che guardo e che leggo o sono il quadro a guardarmi e il libro a leggermi? Ricordo bene la sua voce e le sue parole tra noi mentre io ero, in quell’inverno del 1976, come tutti quelli della mia generazione, attraversato da grandi dolori e furori. Lolli mi ha insegnato per primo che l’esperienza della musica non è quella di un semplice fluido sonoro che visita le nostre orecchie. Ascoltare le sue canzoni era fare l’esperienza perturbante di essere ascoltati, di sentirsi ascoltati, dell’incontro con qualcuno che ti sapeva ascoltare. Non ero io, dunque, che ascoltavo la sua musica e le sue parole, ma erano la musica e le sue parole che mi ascoltavano. Ascoltavano il mio e il nostro grande furore e dolore; erano la sua musica e le sue parole a soffiare via “l’inferno dalla fronte”. Non ero semplicemente “io” che lo...

A 10 anni dalla morte della cantante argentina / Mercedes Sosa: folklore ed esilio

Nel breve ciclo di conferenze dedicate al tango pubblicate di recente da Adelphi, Jorge Luis Borges a un certo punto usa l’espressione guitarra trabajosa per sottolineare come nei tango da lui amati la chitarra dia “sempre l’impressione di fare fatica”. Borges sostiene che la chitarra entrò nel tango prima del bandoneon ma dopo il pianoforte, il flauto e il violino, e si serve dell’annotazione per confutare l’idea secondo cui il tango sarebbe nato in periferia e nelle osterie, dove la chitarra regnava sovrana.   Borges tenne quel ciclo di conferenze nell’ottobre del 1965, lo stesso anno in cui Jorge Cafrune presentò una quasi sconosciuta Mercedes Sosa al festival del folklore di Cosquín, dandole notorietà nazionale. Poco più di due anni prima, l’11 febbraio 1963, a Mendoza, un gruppo di artisti fra cui la stessa Mercedes Sosa, il poeta Armando Tejada Gómez e il compositore e primo marito della Sosa, Manuel Óscar Matus, avevano presentato il Manifiesto Fundacional de Nuevo Cancionero, un documento programmatico volto alla promozione di una nuova forma di canzone popolare che fosse, nelle parole di Mercedes Sosa, “espressione dell’uomo argentino del nostro tempo”. In quei mesi...

B. Synger, “Bohemian Rhapsody” / La leggenda del santo frontman

Bohemian Rhapsody, il biopic di Bryan Singer sul compianto e fiammeggiante leader dei Queen, rispecchia senza troppa fantasia il modello delle vite dei santi: umili natali, vocazione, illuminazione divina, miracoli, traversata del deserto, tentazione dei diavoli, pentimento, morte e risurrezione. Ogni tappa è scandita in modo didascalico. Il dialogo con la redentrice che lo salva dal suo lato più sinistro avviene in modo canonico, sotto una pioggia scrosciante. I diavoli che lo tentano sono più esterni che interni e, come quelli di Sant’Antonio, si presentano in forme esteticamente ripugnanti: la loro guida, Paul (Pender, manager personale di Mercury, interpretato da Allen Leech), è sufficientemente viscido. Mary (Austin, la prima fidanzata, nel film Lucy Boynton) ha le fattezze di una santa. Taylor, Deacon e May, suoi compagni nella band, assomigliano di più ai quattro evangelisti (con il manager Jim Beach nel ruolo del quarto) che non ad altrettanti artisti rock: anche i numeri contano. Mai si videro quattro rockstar più pudiche, pudibonde e moderate nei loro comportamenti.    Il film ignora completamente il percorso artistico di Freddie e il contesto musicale-...

Qualcosa che la letteratura dovrà infine incorporare / Bob Dylan. Il discorso del cantante

È tarda sera, e tu sei in un locale notturno perso in una piccola città, persa a sua volta nelle pianure degli Stati Uniti. Fuori non c’è niente da vedere, e dentro non è che sia più divertente. È poco più di un piano bar, anche se si concede il lusso di un cantante. Non volevi restarci fino a quell’ora, hai mangiato male e bevuto peggio, ma ci rimani, non ti va di tornare in albergo da solo. Lo show è finito e tu, per gentilezza, magari anche un po’ per compassione, vai a stringere la mano al vecchio cantante dalla voce rasposa che ha appena finito il suo numero per quattro clienti che lo stavano ad ascoltare insonnoliti. Non sapresti dire se ti è piaciuto o no, non ti ricordi neanche bene quello che cantato; forse degli standard, roba del repertorio di Frank Sinatra mescolata a qualche altra canzone che ti ricorda qualcosa di quando eri giovane ma non sai bene cosa, non hai voglia di ricordarlo, hai la sensazione che non ti farebbe un gran bene, e in ogni caso quel cantante stravolgeva tutte le canzoni e si mangiava le parole, dovevano passare due o tre strofe prima che tu riconoscessi quello che cantava.   Ma gli fai i complimenti lo stesso, ed ecco che succede un fatto...

La top ten è gentilmente offerta da Maalox Plus

La prima volta fu per caso. Laureato al Dams di Bologna indirizzo canterini, volevo fare la rockstar, le preoccupazioni erano relative agli arrangiamenti e il tempo aveva a che fare con la scansione metrica della partitura. Dopo un concerto a Roma il gestore del locale mi disse “ho solo banconote da mille euro, vi faccio un assegno” e io pensai, adesso lo compila in macchina e lo intesta ai Good Ole Boys! Tutto sommato non me la passavo male, vivevo in 4/4 ma un po’ ci pensavo a questa storia del lavoro serio. La seconda volta fu per caso, uno stage per una free-press bolognese. Niente male, pensai, una redazione, accrediti, anteprime. Invece al colloquio mi dissero: “si tratta di distribuire i quotidiani al semaforo”. Gentilmente rifiutai.   Poi venne Milano con le sue lucine, gli ape, la circonvalla, le rape nelle pagine di cronaca, un master e le allettanti prospettive di lavoro. Pochi mesi al Piccolo Teatro, quello di Strehler, poi in una grande agenzia di comunicazione e lì il tempo cambiò significato, importanza, valore. Tutto fu risucchiato nell’immenso tritacarne dei mass-media e si trasformò in una...