L’anima di un bar
Nelle città finte, il vero cattura le emozioni a prescindere da furbi accorgimenti di fidelizzazione, come biecamente si dice in un tempo in cui tutto è commercio, profitto e consumo.
A rigor di logica la riapertura di un bar, chiuso un mese e mezzo per ristrutturazione, non dovrebbe dar vita a un festeggiamento di massa, come è invece avvenuto dinanzi al rinnovato “Bar San Calisto”, nell'omonimo slargo di Trastevere, pochi passi da piazza Santa Maria in Trastevere; dove a sorpresa la sera di giovedì 26 febbraio, prima giornata del festival di Sanremo, sono accorsi in migliaia, ma sul serio, fino a notte fonda – e ciò che qui si proverebbe a indagare è il perché.
Non è obbligatorio conoscere il Calisto, specie per chi non vive a Roma, anche se negli ultimi vent'anni questo locale ha accumulato una certa fama entrando nelle più smagate guide turistiche quale soggetto di documentari (“Barricata San Calisto”, 2002) e di canzoni intimiste (Carl Brave: “Sembra una vita fa,/ noi fuori a quel bar”), oggetto di spezzoni di famosi film (“La Grande Bellezza”), calendari, disegni, fumetti, oltre che innumerevoli foto su pagine social.
Ora, è chiaro che anche i locali pubblici hanno un'anima ed è perciò sconsigliabile, oltre che inutile, sforzarsi di concettualizzarla, a maggior ragione quando spontaneamente come tale l'hanno percepita quelle moltitudini che per il ritorno del bar sono accorse a Trastevere. Una quantità di gente, per lo più dai 20 ai 40 anni con i dovuti margini alle due estremità, che per una volta non si ha timore di definire “popolo”, entità distinta da quella di “pubblico”, nel senso che questo particolare evento ha reso visibile una partecipazione attiva e corale, canti, balli, abbracci, risate, brindisi. Un raro mistero così gioioso e liberatorio da stimolare un supplemento di irredimibile curiosità, con il permesso di storia, geografia, antropologia e svagate riflessioni da abitante e orecchiante trasteverino.
Per cui si potrebbe partire dal fatto, riportato anche dalle cronache, che all'inizio dei lavori, in fase di svuotamento del locale, il mite e amatissimo proprietario, Marcello Forti, detto Marcellino aveva notato con la dovuta meraviglia che alcuni clienti cercavano di portarsi a casa dei pezzi di arredo destinati alla discarica, frammenti dello storico bancone, mattonelle del pavimento. Reliquie, insomma, o feticci, o quello che era.
Allo stesso modo, sempre durante la breve chiusura, facevano riflettere le diffuse preoccupazioni, per non dire le paure riguardo al destino dello storico caffè, per giunta accentuatesi dopo che una ignota mano notturna aveva posto sotto l'antica insegna un cartello che annunciava la prossima apertura del futuro bar “Shangailisto”, come dire trasformato secondo i più evoluti e anche sbrigativi modelli cinesi, pure presenti in zona.
Lungi da ogni tentazione xenofoba, il monito aiuta a comprendere gli ordinari sconvolgimenti che le ragioni del commercio e della ristorazione impongono ormai da anni a questa vasta area della città. Più che la diffusione di esercizi orientali, a dire il vero, la parte del leone sembra qui giocarsela la mefitica triade della italianissima criminalità organizzata, mafia, 'ndrangheta e camorra in perenne, soffocante e indisturbato dispiego di mezzi e quattrini da lavare.
A volerla tenere sul materiale, la festa potrebbe in parte spiegarsi con le basse tariffe da sempre applicate agli avventori del Calisto. Il caffè a 0,90 euro, senza oltretutto distinzione se al banco o al tavolino, appare comunque un potente messaggio, una specie di cannonata su come il trascinamento dei prezzi non sia per niente scontato o ineluttabile. È possibile che in questa accorta politica si potesse cogliere una lieta carica anti-consumistica, come pure una riserva di moderazione nell'era selvaggia dell'over turismo. Ma non di solo pane, come noto, vivono gli esseri umani e i clienti dei caffè ancora di più.
Fin dagli anni ‘70 il bar San Calisto, nei suoi vari rivolgimenti, ha funzionato come ciò che la più sgraziata sociologia definisce un luogo “di aggregazione”. Vero è che se ne trovano sempre di meno, e qui di solito parte il pianto greco sulla fine dei partiti, degli oratori, delle agenzie di socializzazione e via dicendo; come pure, riguardo a questo angolo della città eterna, può affacciarsi la tentazione securitaria per cui in certe ore l'ambiente, gli schiamazzi e i traffici non erano dei più raccomandabili.
Eppure l'altra sera, da queste parti, è decisamente prevalso un clima allegro e del tutto pacifico, si direbbe un'esplosione di bonomia. A un certo punto un'automobile è rimasta imprigionata nella calca, e se in genere tale invasione spinge parecchi a insultare il conducente o ad assestare manate e calci alle lamiere, insomma, niente di tutto questo, una contagiosa risata ha accompagnato l'equipaggio a destinazione, adelante con juicio, il Dioniso collettivo è parso paradossalmente autocontrollato.
Felice del resto è apparsa la mancanza di bandiere, striscioni, segni di riconoscimento. Come da anticipazioni social, è venuto Carl Brave, cantautore ex pischello fra pischelli, tra il caotico e il casuale si è materializzata qualche chitarra, senza volontà di far spettacolo, né ansia di prestazioni, il tutto limitandosi a un megafono. Con le spalle alle mura del palazzo appartenuto al conte Monaldo Leopardi – dove Giacomo ha abitato durante la sua infelice permanenza a Roma e dove oggi la Comunità di San'Egidio con intelligente e disciplinata lungimiranza offre primo ricovero e organizza corsi di italiano per i profughi dei corridoi umanitari – Brave ha cantato dentro questo megafono, con pessimi effetti sonori, ma è stato meglio così.
E allora? Allora niente. Se proprio si deve cercare il senso di questo sentimento popolare, anche in questo caso grazie ai social vale forse rifarsi a quanto proclamato da una anziana signora trasteverina durante una piccola cerimonia svoltasi all'interno del locale prima che partisse la buriana: “Er core de Roma nun se compra!”. E per quanto sul “core de Roma”, la città più scettica e cinica del mondo, è consentito e anche ragionevole esprimere qualche riserva, beh, la sensazione è che il giubilo collettivo si spieghi con un moto di riconoscenza, un premio alla salvaguardia dell'autenticità, un riconoscimento, tanto più significativo perché proveniente dal basso, tributato a un luogo che poteva mutare o sparire, farsi vuoto o pieno di fuffa, e invece è rimasto miracolosamente quello che era.
Già più complesso è definire il carattere di questa residuale persistenza, che magari e per vie traverse origina dal toponimo, per cui San Callisto martire, ex schiavo trasteverino, banchiere fallito vissuto nel secondo secolo e dopo tante peripezie divenuto papa, ebbe fama di pontefice mondano, moderato e tollerante, aperto al perdono di adulteri e colpevoli di fornicazione.
Ma anche senza rincorrere ecclesiologiche fantasie, l'idea è che si tratti di qualcosa di visibile e invisibile che ha a che fare con l'anima stessa di Roma, la sua vocazione universale al miscuglio pacifico, la sua serena, caotica, pigra e incandescente promiscuità. Dal che, certo in differenti orari, ma come regolati da un naturale algoritmo, ai tavolini e comunque nell'area del Calisto si ritrovavano vecchiette, giovanotti, turisti, ladroni, giocatori di carte stanziali, famigliole, spacciatori, artisti, manager, zoccole, ecclesiastici, fanatici, curiosi. Tutti sempre molto cortesi, a loro modo, talvolta perfino affettuosi, là dove il vincolo, pur labile e disincantato, sta proprio nel ritrovarsi lì, in quel posto immutabile e beatamente a basso costo, una specie di zona franca di reciproca e anche divertita accettazione. Tanto più preziosa condizione quanto più nel rione vanno moltiplicandosi anonimi bar e baretti in odore criminale, vinerie che calamitano risse e coltellate, misteriose licenze dispensatrici di alcol ai minori, artate pasticcerie, finte gallerie d'arte, fabbricacce di aperitivi e, ultimi arrivati, allucinati, beffardi maxi schermi ad alta risoluzione che reclamizzano orridi piatti di pastasciutta “come 'na vorta”.
Così a Roma, anche senza volerlo, ci si scopre e riscopre occhiuti conservatori del progresso e, in fondo, pure della libertà.