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cattolicesimo

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Dracula al museo. Su Chris Burden

Azione e protocollo Dal 10 maggio, giorno della scomparsa dell’artista americano Chris Burden, non ho smesso di compulsare i necrologi con un fastidio crescente. Della sua opera non restano altro che Shoot (1971) e Trans-fixed (1974), e la parte viene presa per il tutto. Riprendiamo da qui la faccenda.   Shoot. Il 19 novembre 1971 Burden – allora studente venticinquenne all’Università di California a Irvine – è alla Santa Ana Gallery, vestito in jeans e maglietta bianca, l’uniforme di Jackson Pollock nel suo atelier. Qui sfidò e sfuggì alla morte con una sorta di suicidio assistito: alle 19:45 chiede a un amico di sparargli sul braccio sinistro (sulle prime pensava alla cassa toracica) con un fucile calibro 22, a soli quattro metri e mezzo di distanza. Fu “come se un camion mi colpisse il braccio a 130 km/h”, ricordò, “In quel momento ero una scultura”; un incidente, dirà invece al pronto soccorso. Lo stesso anno Judy Chicago – che nel 1970 inaugura alla California State University a Fresno il Feminist Art Program – realizza una litografia in cui si mostra costretta...

Corpus Christi

Erano le otto di sera e fuori buio pesto. Lei stava dietro la scrivania, seduta su una poltrona di sky coi braccioli rattoppati. Prego, aveva detto facendoci cenno di entrare. Mettetevi comodi, aveva aggiunto indicando le due sedie davanti a noi. L'ufficio, come lo chiamava lei, era il soggiorno di una casa mobile del Settantanove, l'anno in cui era entrata in convento. Uno chalet di legno in mezzo a un boschetto di pioppi a est della proprietà, cinque miglia da Brenham, contea di Washington, Texas.   Si chiamava sister Jordana, dal nome del fiume dove Nostro Signore era stato battezzato, aveva detto. Era grassa, introversa e sospettosa. Fosse stato per lei avrebbe detto scusate, mi spiace, non mi va di parlare della spiritualità femminile nella Chiesa, rinuncio all'intervista. Ma era obbligata dal voto di obbedienza alla madre badessa. Teneva la testa infossata nelle spalle. Le guance piene si univano al collo senza nemmeno la piega del mento.   Cosa volete sapere, aveva chiesto incrociando le braccia sul petto. Parlava con la voce fina e nasale dei cartoni di Disney. La sua opinione, avevamo risposto. Aveva attaccato un discorso imparato...

Ricominciare

Trentasei anni fa, nel marzo del 1975, Pier Paolo Pasolini scriveva per il “Corriere della sera” una serie di articoli, destinati prima a suscitare una polemica acre e poi a diventare luogo di culto. Pasolini era mosso – a suo stesso dire – da uno scandalo ingenuo, che nasceva da un disagio intenso per la “cultura” del nostro tempo. Questo disagio poggiava su una tesi reazionaria in senso letterale. Con le sue parole: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta”.Una tesi siffatta non è nuova. Chi abbia letto per esempio Marcuse la può comprendere nella sua purezza...

Il cervello Marshall

All’apice della sua fama, negli elettrizzati anni Sessanta del secolo scorso, Marshall McLuhan si trovò preso tra due fuochi. Da un lato, un nutrito fronte di detrattori. Docenti e studiosi, membri a vario titolo del mondo accademico dal quale egli stesso proveniva. Per loro, non era altro che un arrogante squinternato, un ciarlatano in cerca di pubblicità. Dall’altro, l’ancora più cospicua schiera della controcultura che annoverava tra i suoi più entusiasti attivisti frotte di studenti, ovvero gli allievi dei detrattori. Vien da sé che da questo lato della barricata lo si vedesse in termini affatto diversi. Agli occhi degli ammiratori egli era un guru, il profeta di un mondo nuovo per il quale si era già trovato un nome innegabilmente evocativo: il villaggio globale. I Sessanta furono anche il decennio in cui McLuhan diede il meglio di sé. Del 1962 è La galassia Gutenberg dove l’invenzione della stampa e le sue ricadute culturali vengono presentate come le vere forgiatrici dell’uomo moderno. Di un paio d’anni successivo è invece Gli strumenti del comunicare, nel quale lo...

Salone, icone e reliquie

  Anche quest’anno il Salone del Libro di Torino ha fatto il pieno: di visitatori (a centinaia di migliaia) e di attenzione, da parte di tutte le pagine culturali. La conferma di connotazioni che si replicano di anno in anno a volte fa sottovalutare l’imporsi di modalità che a poco a poco si fanno strada con sempre maggiore chiarezza e che rivelano non poche cose. E non solo sul mondo dell’editoria e sul rapporto tra libri e lettori. In un certo senso il Salone sta alla società italiana, anzi, alla parte di questa società che ha qualche rapporto con la lettura, come le discoteche di Rimini e Riccione stanno all’universo giovanile: test rivelatori dove prendono corpo, in nuce, le nuove mode, i nuovi trend che poi si estenderanno e prenderanno il posto delle vecchie connotazioni.  Al Salone del Libro, al tempo delle icone più o meno mediatizzate, si va a caccia di reliquie. Accanto alle folle che fanno la fila per acquistare il biglietto d’ingresso sostano le “blindate”, quelle dei magistrati che intervengono nei dibattiti e degli altri ospiti minacciati dalle oscure potenze del Male. Dunque...

Anteprime / "Un paese in ginocchio" di Luca Scarlini

Che cosa hanno in comune gli italiani, dal Piemonte alla Sicilia, dal Molise alla Sardegna? Il cattolicesimo. Nel suo ultimo libro, Un paese in ginocchio (Guanda, pp. 152, € 13, in libreria dal 31 marzo) di cui presentiamo qui in anteprima un capitolo, Luca Scarlini parte dal fatto che, lo vogliano o no, gli italiani non possono non dirsi cattolici. Il saggista e drammaturgo fiorentino ci racconta, attraverso una serie di esempi, parlando di sesso e religione, di senso di colpa e cultura vittimale, di politica e società, in che modo l’identità italiana si sia fondata, e ancora si fondi, sulla forma esteriore della religione, che è per gli abitanti del Bel Paese una pratica prima ancora che una fede. Scarlini ricorre a una scrittura corrosiva, ironica e sarcastica, attenta ai dettagli, polemicamente sapiente. Come nei libri precedenti, vi racconta storie che ha recuperato da recessi ignoti, grazie dalla sua onnivora curiosità di lettore bizzarro e coltissimo. Il suo metodo consiste nel mettere insieme aspetti solo in apparenza distanti e irrelati, facendoli dialogare attraverso la propria spumeggiante scrittura. Alla pari del libro...