L’autobus iraniano

4 Marzo 2026

«Ti annusano la bocca
per sapere se hai detto: Ti amo.
Ti annusano il cuore»

Ahmad Shamlou, da In This Dead End (1979)

L’imponente massiccio montuoso che si staglia sotto il cielo scuro di Teheran (capitale dell’Iran dal 1786) prende il nome, in persiano moderno, di Alborz. Fra le sue cime spirano venti antichi, carichi di mistero. La ‘Harā alta’ nella tradizione preislamica appare come asse cosmologico, dimora splendente del dio Mitra; attorno al suo picco ruotano astri e cicli del tempo. La prima sequenza di L’autobus incantato – di Majid Bita, quasi trecentocinquanta pagine rigorosamente in bianco e nero – uscito per i tipi di Canicola lo scorso novembre, si svolge proprio all’ombra di quelle alture archetipiche che si proiettano sulla città. È notte, piove. Tra i vicoli di Teheran qualcuno è inseguito: la mano assassina del regime è all’opera. È così che siamo drammaticamente catapultati nell’Iran contemporaneo, dove dal 1979 gli Ayatollah tengono il Paese stretto in una morsa di oppressione.

In questo secondo lavoro, dopo il toccante e autobiografico esordio dal titolo Nato in Iran (rimando al bell’articolo di Pietro Scarnera, qui su Doppiozero) l’autore sceglie di seguire la vicenda di ventuno intellettuali che nel 1996 subirono un attentato – orchestrato in maniera tale da farlo sembrare un incidente – lungo la strada che avrebbe dovuto condurli verso un festival letterario in Armenia, a bordo di un autobus – di qui il titolo della graphic novel. L’avventuroso viaggio, attraverso la catena montuosa dell’Alborz, si carica di un portato simbolico: la voce dei dissidenti, degli scrittori e degli intellettuali impegnati in un lavoro di minuziosa ricostruzione e conservazione di ‘senso’ in un’epoca di oscuramento della verità e di violenza non può (non deve) valicare quelle montagne che, attraverso un’appropriazione indebita, diventano un marcatore geografico del regime; simbolo, dunque, del ‘limite’ e non più orizzonte mitologico di trasformazione. Nell’immaginario persiano quelle montagne sono, infatti, il luogo di rifondazione dell’umano, rifugio di principi ingiustamente allontanati (si pensi al celebre eroe Zal che compare nello Shahnameh di Firdusi, poema epico del X sec.), punto cardinale e segno di elevatezza morale. Nel corso dell’ultimo ventennio del XX secolo questa eredità sembra sia stata rovesciata come diretta conseguenza dell’istaurazione della repubblica islamica.

È un punto, questo, molto importante perché ci consente fin da subito di sgombrare il campo da giudizi affrettati e luoghi comuni (purtroppo molto diffusi, specie quando da occidente si guarda a oriente) restituendoci una realtà complessa e sfaccettata, frutto di progressive stratificazioni, sincretismi religiosi e culturali da cui non si può prescindere quando si ha a che fare con la storia dell’Iran e del suo popolo (o, per meglio dire, dei suoi ‘molti’ popoli). Il disegnatore è molto attento a segnalare questa dimensione a ‘più livelli’, specie nelle tavole che offrono delle vedute panoramiche della città, il cui skyline appare risibile se rapportato alle vette delle montagne circostanti, oppure quando i profili delle moschee, con le loro geometrie eleganti e favolose, entrano in rapporto con le sagome regolari dei palazzi che si susseguono senza soluzione di continuità (tavola a pag. 37). Un contrasto molto rilevante che segnala lo scarto tra vita urbana (Teheran è una metropoli moderna, densamente popolata) e dimensione spirituale nonché eredità storico-culturale, inevitabilmente fatta collassare sull’autoritarismo di un recente regime che si professa islamico, sciita, ma che in verità presenta dei caratteri eterodossi che con la tradizione dell’Islam hanno ben poco a che fare. Farò qualche breve considerazione storica sulla svolta di Khomeini più avanti. Per il momento, torniamo al fumetto.

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La narrazione si svolge su diversi piani temporali. La vicenda comincia nel novembre 1996, quando in un appartamento alla periferia di Teheran nasce il «consiglio consultivo dell’associazione degli scrittori» che conta fra i suoi membri alcuni esponenti di spicco dell’arte e della letteratura iraniana, tutti (ovviamente) invisi al regime. Il periodo storico preso in esame copre circa un decennio, dal 1988 al 1998, nel corso del quale i servizi segreti della repubblica islamica hanno tentato (e nella maggioranza dei casi con successo) di eseguire una serie di omicidi politici. L’episodio del bus, noto alla stampa internazionale come Assassination attempt on the Iranian writers’ bus, rientrava in questo terribile progetto. Scampati all’attentato, alcuni protagonisti sono riusciti a lasciare l’Iran dopo aver subito continue vessazioni da parte degli agenti, detenzioni ingiustificate e interrogatori. Il racconto di quegli avvenimenti, a distanza di tempo e nei luoghi in cui hanno trovato rifugio (prevalentemente paesi europei), di Firooz (n.1949), Samad (n.1950), Niloo (n.1973), Azad (n.1941) e altri, precisa ulteriormente i fatti e aiuta il lettore a costruire un quadro di riferimento. Queste testimonianze risalgono ai primi anni duemila (dal 2003 al 2014 circa). Dopodiché le notizie diradano fino a scomparire. Si sa poco o nulla delle biografie di questi autori, molti dei quali da anni non sono più attivi. Non scrivono più. Non parlano più. Forse perché le parole non bastano in un mondo che ha insistentemente decostruito il linguaggio, svuotandolo, fino a renderlo un sordo tamburo percosso da ogni parte: cassa di risonanza degli urlatori, dei potenti.   

La sera del ’96, durante un momento di ritrovo conviviale – c’è chi beve, chi suona la chitarra, chi racconta dei buffi espedienti messi in atto per sfuggire ai controlli e farsi beffe delle paranoie del regime – l’amico Toosi (n. 1965) menziona di aver ricevuto una telefonata dal traduttore armeno Anush, conosciuto già prima della rivoluzione, il quale vorrebbe invitarli dalle sue parti per partecipare a una rassegna culturale; soltanto alcune giornate di incontri e convegni. Nel frattempo, nel buio, un’auto sentinella accosta proprio sotto le luci ancora accese dell’appartamento dove aveva luogo la riunione. Gli spazi domestici dopo la rivoluzione del ’79 sono diventati gli unici spazi di ritrovo possibili: «Sono stati chiusi tutti i locali e i bar che prima erano veri centri culturali» afferma Niloo, in un’intervista rilasciata dal suo appartamento di Praga nel 2003. L’auto indugia qualche istante, poi si allontana. Da un palazzo poco distante, qualcuno li sta spiando. Con l’ausilio di una telecamera riprende tutto ciò che possa apparire anche soltanto vagamente sospetto. Il gruppo di amici si è spostato ora sul tetto dell’edificio. Si valuta la possibilità di partire per l’Armenia. Ci sono molti rischi. Anche se la proposta sembra allettante, qualcuno è perplesso. «Guardatevi, siete i miei maestri, ma siamo solo topi spaventati in una città rovinata. Basta non ce la faccio più!» esclama Shida.

In effetti, dopo la lettura del drammaturgo di fama internazionale Arthur Miller al congresso del Pen International a Praga nel novembre del 1994, di una lettera aperta firmata da centotrentaquattro scrittrici e scrittori iraniani, ognuno di loro veniva tenuto costantemente sotto stretta sorveglianza e a poco a poco la vita stava diventando insopportabile. «Prima o poi busseranno alla nostra porta». Era solo questione di tempo. La prospettiva di allontanarsi dalla città capitale – Majid Bita non fa mai un esplicito riferimento testuale a Teheran, si limita a chiamarla ‘città capitale’ – rifletteva dunque l’intima necessità di riappropriarsi dei propri spazi e di riprendere a respirare. Si decide di andare. Niente aereo, meglio l’autobus: più di venti ore di viaggio attraverso le impervie montagne dell’Alborz. Le quarantotto ore che precedono la partenza vengono raccontate attraverso alcuni spaccati di vita quotidiana all’interno della città: il traffico cittadino durante le ore di punta, il suono dei clacson. Dalle auto-radio si possono sentire i gracchianti proclami caratterizzati dalle ampollose e celebrative formule introduttive: «Con ossequio reverenziale per la gloriosa eredità della nostra immortale guida suprema e dei martiri della rivoluzione…».

Già, la rivoluzione. Una ferita aperta, un interrogativo costante. Il cuore degli intellettuali iraniani, molti dei quali hanno partecipato attivamente alla rivoluzione contro lo scià Pahlavi, probabilmente si è spezzato tra il gennaio e il febbraio di quel 1979 e da allora ha continuato a battere seguendo le accelerazioni della paura, il ritmo irregolare e sincopato dell’angoscia. Alla partenza, qualcosa non quadra. Alle 18.00, orario prefissato, non si trova nessun bus in partenza per l’Armenia. La stazione è vuota, sembra abbandonata. Tutta la città in realtà ha qualcosa di spettrale, popolata da fantasmi e da figure umbratili che possono apparire ora in un modo, ora in un altro: da innocui passanti a spie del regime. È l’atmosfera schizoide generata da un clima controllante e oppressivo. La paranoia e l’isteria collettiva fanno parte strutturalmente delle dittature e di ogni deriva autoritaria. Non ne rintracciamo forse i segni anche qui in Europa o nei sempre più distopici Stati Uniti di Donald Trump?

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Il linguaggio espressivo del fumetto consente di cogliere immediatamente questo aspetto fondamentale che riguarda le modalità di esercizio del potere ed i suoi effetti pratici; vale a dire, le sue ricadute sui codici comportamentali e la lacerante operazione di riconfigurazione dell’umanità, che sotto repressione risulta irrimediabilmente trasfigurata e annientata. Dobbiamo, in poche parole, guardare alle forme. Lo sguardo di un disegnatore è infatti sempre uno sguardo antropologico, perché traducendo in segno grafico i bordi e i contorni dell’essere umano capisce intuitivamente che quei confini, lungi dall’essere immutabili, sono soggetti a continue trasformazioni. La forma umana è in divenire. Il tempo presente – o, per meglio dire, la contemporaneità – è un’immensa riserva di mutazioni antropologiche in corso, dove coesistono forme dell’umano differenti e dove la discussione su cosa voglia dire essere ‘umani’ non è mai conclusa. Se l’umanità approderà a un futuro desiderabile, inclusivo e aperto dipenderà dalle scelte di oggi. Conosciamo il catalogo degli orrori e delle ingiustizie in corso, ma abbiamo meno familiarità con le trasformazioni che esso comporta, e che sono irreversibili. Un disegnatore, avendo a che fare con le forme, nota come i corpi si conducono nello spazio, come interagiscono con l’ambiente circostante e registra questi cambiamenti; perché osserva professionalmente gli spazi tra le cose. Il lavoro di Majid Bita ci mette di fronte a questo macrotema: ogni tratto è una rielaborazione personale e storica di un passato recente che ci aiuta a leggere tra i segni, spesso confusi e spaventosi, degli avvenimenti di oggi.

All’improvviso, ecco un autobus! Lo guida un autista dall’aspetto un po’ dismesso, dice che ha fatto ritardo perché c’era un grave guasto ai freni… ora è tutto sistemato, si può partire. Qualcosa non torna, però alla fine tutti e ventuno gli scrittori prendono posto, sono stanchi, non è il momento di pensare a tutte le possibili conseguenze, di passare in rassegna gli indizi di un possibile sabotaggio del mezzo. Da quel momento sono soli e comincia il loro viaggio verso le montagne, i cui risvolti sinistri lascio scoprire al lettore.

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Mi preme tornare solo un momento su quell’irrisolto della rivoluzione iraniana. Un inquadramento storico che tiene insieme questo lavoro e il precedente Nato in Iran. Majid Bita è nato infatti nel 1985, non ha dunque vissuto direttamente la rivoluzione, ma ha subito le devastanti conseguenze della guerra innescata da Saddam Hussein nel 1980 e le due guerre del Golfo. A fine anni Settanta, in un Iran che è sempre stato vivacissimo dal punto di vista culturale, viene prospettato un capovolgimento dell’ordine esistente su tutti i piani, da quello economico (la rivoluzione si professa anticapitalista) a quello morale (contesta la crisi dei valori della società dei consumi). Le eccezionali proteste di massa si rivolgono contro il regime dello scià, costretto dopo le dure repressioni a lasciare il paese nel 1979, poco prima che arrivi l’ayatollah Khomeini (10 febbraio 1979). La rivoluzione inizialmente si rivolge a tutti i musulmani e l’adozione di un linguaggio ‘islamico’ permette di condividere un programma ideologico minimo ma comune. Dopodiché si verifica un progressivo allontanamento dall’iniziale spirito della Rivoluzione, egualitario e sinceramente ispirato a criteri di giustizia sociale, mentre si afferma una dirigenza che si fa forte del suo essere ‘clero’ e che si arroga prerogative e privilegi di rilievo, sostituendosi de facto al regime precedente.

È questo spostamento imprevisto che continua a interrogare chi ha vissuto quei momenti così drammatici, dei quali manca ancora una ricostruzione storica accurata. Il prezioso lavoro di indagine, di testimonianza e di disegno di Majid Bita ha una valenza inestimabile: l’Iran di oggi così come quello di ieri è pieno di ombre e punti oscuri su cui è difficilissimo far luce, ma sono anche le nostre ombre. Quello scarto impercettibile che c’è tra l’essere umano e l’essere spettro ci riguarda tutti da vicino. Mentre leggevo L’autobus incantato il mio pensiero andava a tutte le vittime delle proteste del gennaio 2026, la cui voce e il cui coraggio non solo hanno superato le vette più alte dell’Iran settentrionale, ma sono arrivati a soffiare fin dentro i nostri cuori che battono all’unisono con i loro.

Le bombe lanciate dall’asse USA-Israele in questi ultimi giorni sono un ulteriore tentativo di affossare le voci di chi per anni ha tentato di opporsi al regime, usando come unico strumento il proprio corpo, il proprio linguaggio, la propria umanità. Facciamo in modo che quelle voci non rimangano inascoltate, rifiutando di aderire alla versione di chi crede (colpevolmente) che la strada per la liberazione coincida con i crateri lasciati dai missili.

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