Umberto Eco guerriglia semiologica

5 Marzo 2026

C’è un arco che unisce le parole di Eco del 1967 sulla guerriglia semiologica e quelle del 2015 sulla rete e gli imbecilli. C’è un senso di utopia avverata, ma al rovescio, e di un impegno (semiopolitico) di filtraggio da comprendere e aggiornare.

Nel suo famoso intervento sulla guerriglia semiologica, tenuto a New York nel 1967, Umberto Eco affermava:

esistono dei mezzi di comunicazione che, a differenza dei mezzi di produzione, non sono controllabili né dalla volontà privata né dalla volontà collettiva. Di fronte ad essi noi tutti, dal direttore della CBS al Presidente degli Stati Uniti, da Martin Heidegger al più umile contadino del delta del Nilo, siamo il proletariato. (p. 128)

Ne conseguiva l’idea che era sostanzialmente inutile divenire Ministro dell’Informazione o Presidente della RAI: la forza dei media di massa, come sistema, soverchiava la possibilità di controllarli e poneva piuttosto ciascuno nel ruolo del proletario costretto col suo lavoro interpretativo a produrre plus-valore per il sistema stesso (Eco 1979).

Secondo Eco l’unica azione possibile rispetto al dominio delle comunicazioni di massa, intese quasi come un soggetto con una sua propria personalità, non poteva stare nell’ordine della strategia ma della guerriglia:

Bisogna occupare, in ogni luogo del mondo, la prima sedia davanti ad ogni apparecchio televisivo (e naturalmente: la sedia del leader di gruppo davanti ad ogni schermo cinematografico, ad ogni transistor, ad ogni pagina di quotidiano). Se volete una formulazione meno paradossale dirò: la battaglia per la sopravvivenza dell’uomo come essere responsabile nell’Era della Comunicazione non la si vince là dove la comunicazione parte ma là dove arriva (p. 129).

Nonostante l’etichetta “guerrigliera” l’intento di Eco era spingere ad un grande lavoro di mediazione semiotica, una sorta di interposizione istruita e responsabile fra i messaggi e la loro ricezione: per dare i giusti criteri e metodi di decodifica dei prodotti comunicativi, per smascherarne criticamente le ideologie, per correlarli adeguatamente alle realtà socioantropologiche di arrivo. Insomma, davanti al rischio di manipolazione, equivoco e maliziosa ambiguità prodotti dall’alto, si trattava di mettersi in mezzo fra produzione e ricezione dei “messaggi” per provare a ridefinirne i valori, le articolazioni, le gerarchie, a vantaggio della massa dei subalterni.

Se questo poteva essere utile davanti ad un sistema dei media tutto sommato semplice si può immaginare quanto possa essere utile oggi, davanti a forme di comunicazione ben più complesse, pervasive, livellanti. Il paradosso, tuttavia, è che questa forma di mediazione si è già realizzata. La prevalente logica del commento su Facebook, il social simbolo della nostra epoca planetariamente interconnessa, è esattamente un prendere posto davanti allo schermo. Un prendere posto davanti a quello schermo del pc o dello smartphone che nella sua logica integrativa, convergente, sussume in sé la tv, i giornali, il cinema, la radio, la propria e altrui vita, e mediare la ricezione dei messaggi per la cerchia dei propri amici effettivi o potenziali. Il tutto mentre si lascia più o meno volontariamente trasparire l’effetto che i vari eventi-messaggi hanno avuto su di sé, su noi che li commentiamo. Il punto è che questa azione di filtraggio che Eco immaginava sostanzialmente pubblica e collettiva oggi è dispersa, individuale, solitaria, spesso solipsistica, tanto nel momento della produzione quanto in quello della ricezione. E per quanto il confronto online possa portare chi commenta a far gruppo con altri, a schierarsi in una polemica, magari persino ad avere un ruolo nel costruire ed influenzare una posizione – ad esempio attraverso i meccanismi della condivisione – questi corpi a cui si partecipa o che si contribuisce a creare paiono l’opposto delle soggettività compatte a cui si ispirava il socialismo otto-novecentesco e più in generale chiunque s’immaginava un popolo mosso da valori ideali quasi trascendenti e un progresso destinato a magnifiche sorti. Qui e ora ogni collettivo è volatile, la sua aggregazione appare contingente, la sua tenuta è fragile, i suoi valori mutevoli (e spesso platealmente contraddittori) quasi quanto le figure chiamate ad incarnarli: basti pensare alle continue giravolte di Trump.

Davanti a questa nuova condizione è divenuto famoso un commento di Eco, che secondo la vulgata avrebbe detto che i social media hanno dato “diritto di parola a legioni di imbecilli”. La frase di Eco, staccata dal suo contesto (classico meccanismo social) suonava molto contundente e polarizzante (come si conviene alla polarizzazione social). Il ragionamento più articolato, in realtà, suonava così: “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

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Immagine con licenza libera su Wikimedia Commons

Come si vede il punto in gioco nel discorso echiano, quantomeno in prima istanza, non era che i social producono gli imbecilli o l’imbecillità ma piuttosto rendono visibile una condizione che esisteva anche prima dei social ma rimaneva circoscritta dentro un suo spazio limitato, connotato negativamente dal punto di vista valoriale. Adesso invece quella condizione si traduce dentro uno spazio non circoscritto e per così dire lo satura. Le formalità proprie della pratica della “conversazione da bar” trapassano nella socialità mediatica di Facebook, ad esempio, e la permeano.

Quello che il passaggio echiano non prende in considerazione è la possibilità che, per altro verso, siano le formalità proprie del media in quanto linguaggio che ridefiniscono il senso dell’interazione che è in gioco. Come s’intuisce dalla stessa frase di Eco, infatti, il punto non è semplicemente che la chiacchiera da bar – con i suoi attori e i suoi stili – si trasponga in uno spazio (più) visibile; né che coloro che chiacchierano “come al bar” soverchino quantitativamente chi dentro i social fa riflessioni “meditate”: il punto è che il mezzo instaura una relazione non gerarchica fra i suoi partecipanti e dunque mette – o tende a mettere – il provocatore da bar e il premio Nobel nella stessa posizione enunciativa. Abbattendo le gerarchie il linguaggio dei social (o meglio, i social in quanto linguaggio) attribuirebbe alle parole di ciascuno lo stesso valore di partenza rendendo impossibile discriminare la qualità della parola.

Che fare? Ancora una volta Eco immaginava e proponeva come rimedio una pedagogia della selezione delle informazioni, della verifica delle fonti, del filtro critico dentro il mare magno della socialità mediale. Il semiologo – il semiopolitico – una volta di più come traduttore, sebbene sotto il segno della ragionevolezza piuttosto che della guerriglia. Un diplomatico, avrebbe forse detto il suo amico Paolo Fabbri.

Ma come dobbiamo intendere questa azione di filtro traduttivo-diplomatico? Ripartiamo dalla situazione a cui Eco alludeva nel 1967. Chi produceva il messaggio e chi lo riceveva si trovavano nella posizione di una reciproca alterità: questo significava che la guerriglia semiologica, in fondo, si poneva non solo nel ruolo di filtro rispetto alla “voce del padrone” ma anche di istanza di mediazione fra mondi che altrimenti avrebbero potuto non capirsi, in cui lo stesso programma pedagogico che muoveva parte della comunicazione statale poteva fallire anche per semplice incomprensione. In fondo, già allora, la guerriglia semiologica non era solo e semplicemente guerrigliera. Era, più in generale, un lavoro di traduzione che si immaginava potesse essere portato avanti da uno strato di mediatori sensibili, competenti, impegnati. Una forma evoluta, democratica, progressista del two-step flow of communication.

Si sarebbe tentati di dire che nulla rimane di questa dinamica in un contesto digitale che favorisce al massimo la disintermediazione, in cui ciascun individuo sembra essere in contatto con tutto. In cui siamo pieni di guerrieri narcisi, suscettibili e solitari. Ma questo è vero solo fino ad un certo punto, perché masse di influencer-opinion leader, ricreano passaggi di mediazione di quanto ci avviene intorno, portando dati eventi (e non altri) a visibilità, dandone letture che divengono facilmente dominanti, focalizzandone un aspetto o connettendo un evento-fatto-narrazione ad altri eventi-fatti-narrazioni e così ridefinendone la cornice di lettura e lo stesso statuto di realtà, verità, credibilità di quanto ci accade intorno.

Ciò che invece è mutato radicalmente è quella reciproca alterità che era in gioco in precedenza, e questo non solo perché non è più esistente l’asimmetria – perlomeno quella operativa – fra chi commenta in rete, come abbiamo visto seguendo Eco. Prima, chi stava in basso nella relazione comunicativa era in qualche modo tenuto a sentire questa voce altra, a farci i conti. Oggi, nello spazio piatto della rete, l’utente rischia più facilmente di ritrovare ciò che già sa o crede di sapere. Di ritrovare ciò che già crede convincendosi di averne trovato una conferma. L’alterità, il punto di vista avverso, viene incontrata principalmente in quanto discorso screditato da parte di chi porta prova al mio punto di vista.

Paradossalmente, oggi, una guerriglia semiologica che volesse essere realmente critica, dovrebbe interporsi nel gioco comunicativo per far ascoltare l’alterità per davvero, con tutti i suoi diritti, non per addomesticarla o delegittimarla in partenza. In poche parole, la guerriglia semiologica oggi starebbe dalla parte della costruzione di uno spazio di dialogo franco, di una conversazione con la diversità che ci esponga almeno un minimo a ciò che non abbiamo già pensato, giudicato, incasellato. Che non ci lasci comodamente nell’identità e nella posizione in cui già siamo. Non abbiamo bisogno di guerriglieri solitari, imbecilli e anche un po' idioti. Ma il compito del diplomatico semiotico e guerrigliero (o addirittura del semio-guerrigliero della diplomazia!) sembra davvero difficile, se non disperante. Forse ancora tutto da inventare.

In copertina, Umberto Eco nel 1981 immagine di Creative Commons Attribution-ShareAlike.

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