raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Categorie

Elenco articoli con tag:

fascino

(3 risultati)

Kurt Cobain, una domenica mattina

Pedalavo, qualche giorno fa, sopra una rovinatissima mountain bike, pitturata mimetica, con una scritta 'WINNER' gialla in font Rockwell stampata sulla canna. Ero, di domenica mattina, su una stradina tutta buche che portava al mare, con le gomme e i tasselli che andavano in mezzo a una doppia fila di cipressi, poi di ulivi, prima di arrivare tra i cespugli della pineta di Sterpaia, provincia di Livorno.   Nel mentre, accanto a un campo di girasoli, l'occhio mi cadeva di continuo sulla scritta 'WINNER', che mi ballava appena sotto i testicoli. Dopo un po' è balzata in mente un'altra parola, l'esatto contrario: loser. La parola nella quale mi sono coccolato per tutta la giovinezza: loser, perdente. Non solo io, ma parecchi amici e amiche e donne che ho conosciuto. Perdenti. All'opposto dell'epoca dei ministri under 35 e Renzi premier, degli appelli all'ottimismo, degli U2 band preferita nei Q&A ai nuovi eletti Democratici; dello Strega allo scrittore de 'L'Italia spensierata' e dell'hip hop in classifica che glorifica il Dom Pérignon.   Ad un primissimo esame, che esame non è, ma...

Speciale Gianni Celati | Un padre scapestrato

A quell’epoca andavo all’università in via Guerrazzi 20, a Bologna. La prima lezione della giornata e della settimana cominciava alle 9.00 del lunedi. Arrivavo alle 8.50 e mi sedevo sulla panca bianca di fianco all’ingresso dell’aula C. Ero l’unico studente che si vedesse in giro a quell’ora nel corridoio del DAMS. Alle 8.55 il professore imboccava il corridoio e mi concedeva, nel suo filare diritto verso la porta dell’aula, un mezzo sorriso compiaciuto e insieme un po’ sorpreso che, a una matricola e mezza come me, non poteva che apparire un segno di predilezione. Perciò mi infilavo in aula subito dopo di lui, salvo constatare che da quel momento in poi e in rapida successione arrivavano tutti gli altri studenti.   Ma giustizia era già stata fatta: il primo giorno di lezione, con l’aula C traboccante, un Celati irritato fino alla collera aveva messo bene in chiaro che il suo corso sarebbe stato una strage - “e cosa venite a fare qui; qui si parlerà della letteratura inglese e se non sapete l’inglese andatevene a casa...”. Forse non disse esattamente queste cose, ma...

L’albero dei sigari

A Varvara la vista “di una catalpa in piena fioritura produceva [...] l’effetto di una qualche visione anomala ed esotica”. Nel racconto di Nabokov Pnin, lo sguardo dell’io narrante indugia benevolo sulla prosperosa ed esuberante moglie del “mediocre filosofo” Boltov che, con un gruppo di émigrés russi, trascorre l’estate del 1951 nella campagna del New England. Sconcertata e incantata dal numero di piante e animali che non conosce e non riesce a identificare, un giorno Varvara porta “con orgoglio e trafelato entusiasmo, per decorare la tavola da pranzo, un profluvio di bellissime foglie d’edera velenosa”. Oltre a regalarci una prosa dalle pennellate smaglianti, come quella sul Professor Boltov “in cui l’oscuro si coniuga in modo tanto singolare con il banale” (ottima anche per i filosofi nostrani), Nabokov sciorina disinvolto nomi di alberi; mai generico, individua ontani, lauri, aceri e, appunto, catalpe.     La bizzarria onomastica si deve - forse - a un’alterazione di Catawba, il nome di un fiume e di una tribù di nativi americani. Ma la pianta in...