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Gustavo Zagrebelsky, La giustizia come professione

Non vi è giorno in cui le cronache e le riflessioni non si occupino della Giustizia, tra processi, malfunzionamenti, aspirazioni, critiche. E questo avviene comprensibilmente in quanto, oltre ad essere formalmente un potere dello Stato, è una macchina onnivora che colpisce con lo strumento dei processi, demolisce le traiettorie di cittadini, compensa le vittime, mostra le devianze, ne ipotizza il superamento. È una macchina che ha i caratteri dell’azienda in quanto gestisce uomini, siano essi magistrati o personale di supporto, spende denari, richiede spazi, fornisce servizi pubblici, con l’anomalia curiosa e poco trattata di non rendere conto a nessuno del proprio operato salvo in termini statistici e dei propri investimenti finanziari nei processi. Colpire la criminalità non ha prezzo, si osserva, e quindi diventa urticante e indisponente cercare di sapere ‘quanto costa’ la giustizia e quale sia la sua economia. Soprattutto quella penale tra intercettazioni telefoniche e perizie spesso naufragate. Del resto quella giustizia è gestita da professionisti, siano essi dipendenti come magistrati o assistenti vari, siano essi indipendenti come avvocati che svolgono una professione per...

L'uso delle parole / Letteratura e giustizia

Legittimo impedimento, presunzione d'innocenza, patteggiamento, prove, indizi. Questi termini sono ormai parte del nostro linguaggio, e anche del nostro immaginario, di cui le parole sono sempre le spie. Da qui viene da chiedersi: la lingua del diritto è davvero così fredda, inerte e oscura, come a prima vista si potrebbe pensare? E in che rapporto sta il linguaggio della legge con quello della letteratura?  Le parole dei giuristi (legislatore, giudice, avvocato), più di altre, non si limitano a descrivere fatti, li provocano esse stesse. La lingua del diritto è potentemente creativa, poiché genera norme, atti amministrativi, contratti e sentenze: essa insomma ha conseguenze reali sulla vita delle persone, modificandola. Certamente come ogni linguaggio di settore, le parole dei giuristi sono caratterizzate da una terminologia e da un frasario tecnici, il cui uso è, in qualche misura, necessario, perché vi sono categorie e concetti che non possono essere espressi e comunicati con la lingua comune.   Tuttavia la letteratura è stata la prima ad accorgersi della potenzialità creativa di questa lingua gergale irta di stereotipi, di arcaismi, di frasi formulari. Non a caso (...

Per non essere vittime delle pulsioni collettive / Anatomia del crimine

Per lungo tempo si è pensato che il processo penale fosse esclusivamente l’occasione per applicare a un cittadino la legge concepita in astratto. Applicare uguale interpretare, e cioè leggerla secondo la volontà di chi l’ha costruita, secondo il tessuto linguistico, l’evoluzione storica, calandola in definitiva al caso concreto. Il positivismo ottocentesco ha impresso una formidabile spallata a questo modo di intendere il momento giudiziario, palestra dell’accademia e riserva esclusiva dei giuristi e delle loro costruzioni. Il diritto, si diceva, non può fare a meno della scienza in quanto la ricostruzione del fatto accaduto e la salute mentale dell’imputato non possono prescindere da conoscenze specialistiche. L’antico mito, che oggi ancora risuona nelle aule universitarie, del giudice quale “perito dei periti”, e cioè sovrano illuminato che domina ogni materia giuridica e non, iniziava a subire ferite profonde. Dalle discussioni in materia psichiatrica si è passati, lentamente ma inesorabilmente, alle scienze tradizionali ed oggi alle nuove scienze.   La letteratura poliziesca, e poi cinema e televisione, hanno contribuito a rompere un velo: le indagini non sono solo...

Asghar Farhadi. Una separazione

La separazione sembra essere sancita fin dal bellissimo incipit del film: un piano frontale riunisce Simin e Nader davanti al giudice che sta valutando la loro richiesta di divorzio. È un’inquadratura soggettiva del giudice e i due coniugi che a lui si rivolgono guardano quindi in macchina, verso di noi: si tratta di un piano ‘interlocutorio’ che non sarà estraneo a chi conosce i classici di registi iraniani come Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf, che spesso giocano sullo scarto tra finzione e realtà, al di qua e al di là della macchina da presa. Ma qui la scelta sembra segnare un altro discrimine: da una parte le certezze e le verità monolitiche della legge e della religione (e visto che ci troviamo in una società teocratica questo binomio è già di per sé piuttosto avviluppato), dall’altra la nebulosa instabile e viscosa degli individui, che coi loro dubbi e le loro fragilità tentano di sbrogliarsi nell’intrico delle relazioni umane, aggrappandosi ostinatamente a dei principi che si frantumano e si disperdono nel pulviscolo del quotidiano. Nel seguito del film assisteremo...