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jazz

(14 risultati)

Mister Jelly Roll, di Alan Lomax / Non sparate sul pianista

Per un pianista che ha dato le spalle a migliaia di clienti armati nei postriboli di New Orleans, non essere morto sparato potrebbe già essere considerato un successo. Ferdinand Joseph LaMothe, in arte Jelly Roll Morton, sparato non lo fu mai, ma accoltellato alle spalle mentre armonizzava alla tastiera, sì. E non successe a New Orleans, bensì in uno squallido club di Washington, il Jungle Inn, di cui Morton era insieme co-proprietario, gran cerimoniere, pianista, buttafuori e, all’occasione, cuoco e cameriere. “Buttava sangue come un vitello sgozzato”, è la vivida immagine che ci consegnò la moglie Mabel. Morton poteva peccare di modestia, non certo di carattere. Era un creolo orgoglioso e sfrontato, che non amava farsi mettere i piedi in testa da nessuno, men che meno da teppisti e maleducati. Quando uno di questi si permise di usare un linguaggio poco urbano in sua presenza, Ferd non ci pensò due volte e lo prese a schiaffi. Un attimo dopo era in ospedale con degli impacchi di ghiaccio sulle ferite (“dicevano che avrebbe bloccato il sangue”, dichiarò imbufalita la moglie Mabel).   La vita di Jelly Roll Morton, “creolo di New Orleans e inventore del jazz”, è oggetto insieme...

Adorno ce l’ha con il jazz

Se c’è una questione che ha per lo più lasciato perplessi anche i più strenui difensori del pensiero filosofico di Theodor Wiesengrund Adorno è il suo giudizio negativo sul jazz. Le sue critiche alla musica d’intrattenimento in quanto espressione e prodotto dell’industria culturale possono essere accettate o, almeno, comprese senza troppe difficoltà. Certamente c’è stato chi, come Hans Robert Jauss, ha preso le distanze dall’austerità dell’estetica della negatività, che, polemizzando contro l’arte destinata al consumo di massa, ha accusato di irrilevanza e volgarità la nozione di “piacere estetico”. Secondo Adorno, infatti, quella offerta – o piuttosto: propinata – dai prodotti artistici dell’industria culturale è una esperienza degradata, “gastronomica” e “pornografica” che rinnega l’ambiguità enigmatica, utopica e scandalosa che caratterizza l’arte autentica. Tuttavia, questa tesi, per lo meno nella sua unilateralità, può senz’altro essere discussa e precisata; ma, di per sé, con buona pace di Jauss, non è ingiustificata: soprattutto se intesa alla luce dell’idea secondo cui, come Adorno scriveva riprendendo Stendhal, quella offerta dall’arte è una promesse de bonheur, non la...

Interviste e colloqui / Luciano Berio nel tempo e nello spazio sonoro

Arriva in libreria Interviste e colloqui (Einaudi), il terzo e conclusivo volume degli scritti di Luciano Berio, figura fondamentale nella musica del Ventesimo secolo e non solo.  Dopo i libri dedicati alle Norton Lectures e agli scritti musicali ecco riunito un gran numero di conversazioni rilasciate in Italia e all'estero dal compositore ligure tra il 1962 e il 2002.  Questo quarantennio lo ha visto tra i protagonisti assoluti del rinnovamento musicale, un processo lungo e faticoso non esente da contraddizioni, che risaltano benissimo negli atteggiamenti di Berio rispetto ai fenomeni musicali sempre mutevoli attraverso gli anni.    Certe dichiarazioni apodittiche che si leggono nei colloqui degli anni Sessanta sono del resto tipiche di tutta la generazione di Darmstadt e non dissimili dai coevi diktat di Boulez e Stockhausen su cosa dovesse essere considerato artisticamente valido e cosa no: fortunatamente la disposizione cronologica del libro (curato mirabilmente da Vincenzina Caterina Ottomano) ci permette di seguire fedelmente l'evoluzione del pensiero di Berio e la sua capacità di liberarsi dagli schematismi giovanili per abbracciare una visione dell'...

Charlie Parker, Julio Cortázar / Dietro la maschera

In esergo al racconto che vi accingete a leggere c’è una citazione dal poeta Dylan Thomas : «O make me a mask», fatemi una maschera, in cui l’evocazione della maschera potrebbe intendersi come desiderio di estraniarsi dal mondo nascondendo la propria identità nel tentativo di difenderla, dello scivolare tra le pieghe di un autre rimbaudiano per cercare di salvaguardare la più intima essenza di se stessi, attraverso un continuo scambio di ruoli.   Del resto, il musicista Charlie Parker (cui Julio Cortázar si è dichiaratamente ispirato per il personaggio principale del Persecutore), durante la sua breve e incandescente esistenza, aveva realmente utilizzato un gran numero di pseudonimi, da quelli che gli avevano attribuito i suoi colleghi musicisti, come “Bird” e “Yardbird”, a quelli imposti dal music business: in occasione di alcune incisioni discografiche realizzate assieme a Charlie Mingus, Parker dovette adottare il nome di “Charlie Chan”, non potendo apparire con il proprio a causa di un contratto che lo legava a una casa discografica differente da quella del contrabbassista. A sua volta, come in un gioco di scatole cinesi, questo pseudonimo evocava una maschera ulteriore,...

“I migliori nani”, dieci anni dopo / L'epopea cinica di Ciprì & Maresco

Per gentile concessione degli autori e della Cineteca di Bologna, pubblichiamo il seguente testo, incluso nel booklet del cofanetto Cinico TV – Volume terzo 1998-2007, che raccoglie la produzione “breve” che Daniele Ciprì e Franco Maresco hanno realizzato nel corso dell'ultimo decennio di attività comune, in particolare per la trasmissione televisiva I migliori nani della nostra vita (2006).   Rivedendo le venti puntate de I migliori nani della nostra vita a due lustri dalla prima messa in onda, colpisce in prima battuta l'evidenza con cui si manifesta l'inclinazione “documentaria” di Ciprì & Maresco. Va detto tuttavia che gli spunti documentaristici non sono mai mancati nell'opera dei due registi, fin dai tempi di Cinico TV, magari sotto forma di parodia dei codici televisivi allora in voga: le interviste-verità con il loro maramaldeggiare sulle disgrazie altrui, ridicolizzate dai dialoghi fra i vari Tirone, Filangieri, Paviglianiti e l'implacabile voce off di Maresco; la “pubblicità progresso”, sbeffeggiata attraverso slogan quali «Adotta un siciliano» o «Più liberi con la mafia»; e finanche i vertiginosi montaggi di Ghezzi & Co. – si veda il segmento Don Blob,...

Ovvero l'improvvisazione intima / Tango!

Non so ballare il tango. Lo guardo. Nella Boca, il quartiere del porto di Buenos Aires, il tango spuntò misteriosamente generato da qualche ritmo africano, ballato dai discendenti degli schiavi deportati in Sudamerica secoli prima. Sul tango ho letto soprattutto i libri strani e appassionati di Meri Lao, che ne hanno sempre restituito la natura appassionata, appassionante, malinconica e remota. Come un fantasma seducente del passato. Davide Sparti, epistemologo, ha scritto libri sull’improvvisazione e sul jazz, e ora ho finito di leggere il suo nuovo Sul tango. L’improvvisazione intima (il Mulino 2015, 22 pp., € 16,00). Il suo approccio scientifico, il suo sforzo singolare di creare una griglia di lettura dei segni di questa danza mi ha spiazzato. E se a un certo punto, nel corso del suo libro, non avesse messo in campo il suo vissuto, rivelandoci di avere voluto imparare a ballare il tango, forse mi sarei irritato. L’avrei ritenuto un entomologo che tentava di trafiggere con lo spillo accademico il palpitare misterioso della mariposa, della farfalla-tango, uccidendone il segreto e misterioso vitalismo un po’ funebre. Ho avuto la fortuna di incontrare e frequentare qualche volta,...

S-ballare serve a qualcosa

Dionisiaco/apollineo: nelle stagioni della nostra vita quante volte siamo entrati e usciti da queste opzioni esperienziali? Prima le canzoncine, poi il rock e il gusto di ascolto che si affina (o non si affina diventando o meno “intellettuali” o “non-intellettuali”)… poi adolescenza e giovinezza offrono la svolta “politica”: essere dentro o fuori? Ballare o s-ballare? La dimensione antropologica della festa è sempre stata calendarizzata, steccata da margini di controllo sociale al cui interno ognuno «fa ciò che vuole» (Rabelais, Gargantua); dai riti greci (baccanti, riti orfici) ai Carnevali medievali… Quanti quadri di Brueghel sembrano uno scatto da un free party degli anni Novanta? L’eccesso genera caos, e per quanti il caos è bellezza? Se la musica classica è armonia apollinea, il jazz è free, è improvvisazione, è generazione di imprevisto e mai udito all’interno di un preciso spazio di ascolto sociale: il concerto.           Da sinistra: Civilization ends here; Castelmorton flyer   Anche la scrittura...

Cahier de doléances

Mi immagino Thebes, la undicenne di The flying Troutmans, che sfreccia verso il Messico su uno scassatissimo furgone Ford Aerostar accanto a suo fratello Logan, mentre ascoltando la zia Hattie parlare al volante apre per l’ennesima volta il vocabolario. Siccome me la immagino, per ragioni drammaturgiche è uscita dal romanzo di Miriam Toews (bellissimo: leggetelo! C’è anche in italiano), non è più canadese e sta consultando il vocabolario della Treccani, nientemeno. Va alla lettera «f» e inizia una delle sue assurde letture. Nessuno la interrompe. «Free lance ‹frìi làans› locuz. ingl. [propr. “lancia libera” e quindi “soldato di ventura”] (pl. free lances ‹... làansi∫›), usata in ital. come agg. e come s. m. e f. – Detto di professionista, e in partic. di scrittore, giornalista, fotografo, indossatrice, ecc., non legati da contratti esclusivi con società, centri organizzati, case editrici o ditte, ma che svolgono liberamente e in modo indipendente la loro attività professionale. Anche di musicista di jazz che si esibisce, nelle...

Pressure without grace

Whiplash è un film bello e sbagliato. E proprio per questo potenzialmente dannoso. I suoi pregi e i suoi difetti stanno nell’evidente ambiguità: ambiguità positiva, che crea una efficacissima tensione drammaturgica con pochissimi elementi, e ambiguità ideologica, invero piuttosto scoperta. Il film è costruito con soli tre ingredienti: un maestro, una batteria e un allievo (gli altri personaggi sono poco più che elementi di contorno, pezzi di scenografia). Eppure funziona benissimo. Damien Chazelle ne ricava emozione, tensione, climax, spettacolo, utilizzando con maestria gli strumenti di una narrazione serrata e uno stile sincopato e drammatico. Il soggetto potrebbe sembrare una variante estrema, quasi isterica, di Saranno famosi, ma sotto s’intravede la struttura di un plot più classico ed efficace: quello della vendetta, cruciale in tantissima letteratura, dall’Odissea al Conte di Montecristo. Una vendetta declinata in modo insolito, perché la figura del villain coincide con quella del mentore.     Il maestro-mentore, infatti, primo elemento del film, ha tutti i requisiti del grande...

Davide Mosconi. Fotografia, musica e design

Il nome di Davide Mosconi non è ancora molto conosciuto presso il grande pubblico. Eppure le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni e gallerie in tutto il mondo, tra cui la National Gallery di Bruxelles, l’I.C.A. di Londra, la Guggenheim Foundation di Venezia, la Rayburn Foundation di New York; i suoi lavori sono stati scelti per la Biennale di Venezia nel 1991, nel 1993, nel 2001 e nel 2003. Nel 1963, appena ventiduenne, veniva considerato dalla stampa nazionale “il musicista di jazz italiano più personale e dotato”, mentre due anni dopo firmava, come fotografo, l’indimenticabile servizio su Sofia Loren scattato a Roma. Al MoMA di New York, quando nel 1972 si tenne la famosa mostra Italy: The New Domestic Landscape, il suo contributo figurava insieme ai più importanti designer di quegli anni. E se tra i suoi maestri troviamo Richard Avedon e Hiro, tra le sue frequentazioni si annoverano musicisti come John Coltrane e Cecyl Taylor, l’entourage di Salvador Dalì, gli amici e colleghi Ugo Mulas e Bruno Munari, tra i tantissimi che lo accompagnarono.   2112 note, 1990. Installazione alla Biennale di...

Mondrian e la visione della vera realtà

Cosa c’è da vedere in un rettangolo rosso? Quali sono le motivazioni che spingono un pittore a dipingerlo? Siamo generalmente portati a credere che l’arte astratta sia il prodotto di un’operazione del tutto mentale e fredda, che ciò che spinge i pittori a praticarla non sia il calore di un’emozione né il fuoco di una passione, né la forza dell’espressione, ma un rigoroso procedimento intellettuale-logico e distaccato dalla realtà sensibile. In verità il pittore di un’opera astratta è guidato da ciò che i suoi occhi vedono tanto quanto il pittore di arte naturalistica; ciò che contraddistingue il primo dal secondo è il suo modo di vedere incentrato a rilevare le proprietà visibili immanenti o invarianti della realtà, e il convincimento che questo rilevamento porti a illuminare la visione dell’umanità.   Come ogni novità questo modo di dipingere fin dall’inizio non suscitò molto entusiasmo, fu anzi accolto con scetticismo misto a sarcasmo: col tempo, però, insegnò anche agli occhi dei suoi detrattori a vedere ci...

Le regine del semifreddo

Un tempo erano le divine del jazz: Bessie, Sarah, Billie, maestre di stropicciature della vita da sgranare tra le pieghe del blues struggente delle loro voci. Avvolte in una coltre torbida, si stagliavano irraggiungibili come stelle del firmamento, cose che noi umani possiamo solo immaginare. In tempi più recenti quei modelli sono stati rielaborati in chiave meno fascinosa ma parecchio patinata. Eravamo nel bel mezzo degli anni '80 quando svettava in cima alle classifiche il sound morbido di Smooth Operator di Sade Adu, allora acclamata dal Times come The Queen of Cool. Con un mix di r'n'b, jazz e pop e un'immagine raffinata e sexy la bella Sade generava atmosfera felpata. Mentre il mito delle divine iniziava inesorabilmente a farsi un puntino lontano.     E di questi tempi chi rimpinza il nostro soul system generando atmosfera? Ritrovare quell'insieme di ingredienti esplosivi è cosa rara ormai. Di maledetto c'è poco, le nostre signore della scena musicale sono spesso professioniste rigorose e tecniche impeccabili, e l'ambiente dei club fumosi lo si può ricreare senza dannarsi troppo l'anima grazie al...

Videoclip

Rivendicarne la paternità italiana sarebbe scorretto, eppure quando si parla di video musicale è difficile non pensare alla cosiddetta Musica cromatica del futurista Bruno Corra. Anno 1912, così Corra definiva il suo disegno diretto su pellicola, ispirato alla musica di Mendelssohn e Chopin. È trascorso un secolo e il minimo che si posa affermare è che il videoclip è divenuto una forma d’arte ormai a sé stante. L’idea di sviluppare un filmato accoppiato a una musica è in pratica coeva del cinema sonoro. Cosicché il jazz, che alla fine degli anni 20 nel secolo passato andava per la maggiore, cominciò a essere accompagnato dalle immagini. Da Minnie the Moocher di Cab Calloway (il primo vero clip della storia, secondo gli storiografi) a Duke Ellington, dai Beatles a Bohemian Rhapsody dei Queen (il primo videoclip della storia, sostiene a torto la massa di appassionati di musica rock), l’evoluzione di questa “ristretta” forma di linguaggio ha trovato proprio negli anni ’80 il suo massimo amplificatore.     Con lo sviluppo della discografia su scala industriale...

La macchina per scrivere

Poco più di centocinquanta anni è durata la macchina per scrivere. Da quando un novarese, Giuseppe Ravizza, l’aveva pensata e realizzata per aiutare la scrittura dei non vedenti. Adesso la sua invenzione, contestata da un altro creatore americano, si è estinta. L’ultima fabbrica, localizzata in India, chiude: non ci sono più ordini. Tutti, o quasi tutti, oggi scrivono con il computer. Oppure a mano, con la penna o la matita, dal momento che l’unico vero concorrente della videoscrittura è il quaderno, o piuttosto il moleskine. Il mondo meccanico viaggia verso l’esaurimento.   L’immaterialità ha avuto la meglio. Ma cosa ci abbiamo guadagnato con la fine della tastiera meccanica? Di sicuro ora si fa meno fatica. Chi ha avuto modo di imparare a scrivere sulle macchine tradizionali – spesso con solo due dita – sa quanta energia occorresse per battere sui tasti, per sollevare il carrello, per imprimere le maiuscole, per dare alla riga un ritmo accettabile: la scrittura mentale seguiva, almeno inizialmente, il ritmo dei colpi dei polpastrelli sui tasti, e la fine della riga, vera unità...