Musica

A 40 anni dalla morte / Bob Marley, una canzone è un segno

Quando fu coniata l’espressione world music, Bob Marley era morto da più di un lustro. Era il 1987, e un gruppo di discografici inglesi, preoccupati di come promuovere il crescente numero di dischi di musica africana e genericamente altra che s’andava accumulando sugli scaffali dei negozi, s’inventò l’etichetta musica dal (o del) mondo. Non era rock, non era classica, non era jazz, non era folk, e i negozianti che nel frattempo avevano già adibito un angolo di negozio all’esposizione di una collana reggae – forse discosta, ma coloratissima – pensarono che la musica genericamente altra dal rock e dal pop di stampo anglosassone la si potesse assegnare a una voce tanto vaga quanto suscettibile di rappresentare il resto del mondo.    L’anno prima, nel 1986, Paul Simon aveva...

Due libri sull’autore del “Ring” / Wagner, il genio che divide

Correva l’anno 1976 e si celebrava il centenario della prima esecuzione completa del Ring des Nibelungen di Richard Wagner, quando Pierre Boulez approdò a Bayreuth per un’edizione della Tetralogia destinata a fare storia. In realtà, la storia era destinato a farla soprattutto il suo compatriota Patrice Chéreau, che aveva allora solo trentun anni, e che firmò una regia dirompente, vero e proprio spartiacque fra la tradizione e l’innovazione. Impresa tanto più sintomatica e decisiva in quanto realizzata proprio nel teatro sulla collina appena fuori dalla cittadina dell’Alta Franconia dove i riti wagneriani sembravano destinati a perpetuarsi senza scossoni. Realizzato con sofisticata articolazione “modernista”, lo spettacolo appariva ispirato dalle tesi politiche contenute nel Wagneriano...

Suono e cinema / La nuova musica di Hollywood

Pochi cenni musicali, al cinema, hanno avuto facoltà di inchiodarmi alla poltrona come quelli che aprivano il film Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Delle dissonanze che definire audaci, in un film hollywoodiano, è dir poco, e che sembravano preludere al fluire del petrolio che di lì a poco avremmo visto sgorgare a fiotti, ma anche il collasso interiore del protagonista, il suo precipitare nelle viscere della terra, invischiato fra melma, petrolio e sangue, molto sangue, come recita il titolo originale del film in inglese, There will be blood. Sui titoli di coda appresi che la colonna sonora del film era opera di Jonny Greenwood, il chitarrista del gruppo rock dei Radiohead. Scoprii così che Greenwood era l’unico membro del gruppo ad avere alle spalle una formazione musicale classica...

Goro, 17 luglio 1939 - Milano, 24 aprile 2021 / Prendere a morsi la vita. Addio a Milva

Non è la Milva che conosciamo, quella di questa prova dell’Opera da tre soldi con Giorgio Strehler. Non vediamo i suoi capelli rossi, più o meno fiammeggianti a seconda degli anni, ma un caschetto scuro alla Lulu di Pabst. E i gesti, intorno a quella sua inconfondibile bocca larga, che sembra voler ingoiare la vita, sono quelli di una diva del muto, Louise Brooks o anche Gloria Swanson in Viale del tramonto. E sono i cazzotti, violenti, contro il maschio dominatore, violento.     Di fianco a lei, nella Tangobalade della Dreigroschenoper di Bertolt Brecht c’è uno degli attori cari a Strehler, Gianni Santuccio. Poco dopo, per lo spettacolo definitivo del 1972, Santuccio si ritirerà e il suo posto lo prenderà un'altra icona della musica popolare, come Milva, Domenico Modugno....

A un anno dalla scomparsa / John Prine, songwriter's songwriter

“He never was anything but humble and gracious”  Ted Kooser, US Poet Laureate   L’autore degli autori   Nei giorni immediatamente successivi alla morte, avvenuta il 7 aprile 2020 a causa del Covid-19, una delle espressioni più utilizzate, nei necrologi e negli articoli, per definire John Prine è stata “writer’s writer” o “songwriter’s songwriter”. Pitchfork ha addirittura intitolato il lungo editoriale di commiato Remebering John Prine, The Ultimate Songwriter’s Songwriter. Questa espressione, nel mondo anglofono, si riferisce a cantautori poco noti al grande pubblico ma molto apprezzati dagli altri cantautori. Nel caso di John Prine, tuttavia, risulta certo stringente ma alquanto riduttiva se limitata al mondo della canzone. Il suo impatto sulla cultura americana può...

A cinquant’anni dalla morte / Stravinskij, un’eredità che resta

I tempi non sono propizi agli anniversari musicali come occasioni di ascolto. In molti casi non è difficile farsene una ragione, perché troppe volte il ricorso alle date di nascita, di morte o di eventi più o meno speciali appare come una scorciatoia (e una stampella) per programmazioni a corto di visione o semplicemente di creatività. Ci sono però anniversari che offrono l’opportunità di riflettere, di fare il punto su di un autore, di rivedere giudizi o di ampliare le prospettive storiche e musicali. E perderli è un peccato. Una di queste occasioni era il cinquantenario della morte di Igor’ Stravinskij, avvenuta a New York il 6 aprile 1971. Se idee e proposte esecutive erano in cantiere, purtroppo l’effetto virus le ha ridotte notevolmente: finora qualche concerto, piccole...

24 marzo 1721 / Bach e i trecento anni dei Concerti Brandeburghesi

Il documento è ampolloso, ossequioso e curiale, formalmente ineccepibile, come si conviene a un atto ufficiale e per questo in francese, la lingua della diplomazia, delle corti anche in Germania e in generale della cultura europea nel Settecento: “Monseigneur, comme j’eus il y a une couple d’années le bonheur de me faire entendre à Votre Altesse Royalle, en vertu de ses ordres, & que je remarquai alors qu’Elle prennoit quelque plaisir aux petits talents que le Ciel m’a donnés pour la Musique…”. Si tratta di una dedica a “Son Altesse Royalle Monseigneur Cretien Louis Marggraf de Brandenbourg”, preambolo all’autografo contenente “Six Concerts avec plusieurs Instruments”, sentito omaggio firmato dal “tres-humble & tres obeissant Serviteur Jean Sebastien Bach, Maitre de Chapelle de S....

Tanto per cambiare / Il festival negato di Paolo Fresu

Negli anni Sessanta, durante le prime classi delle elementari, noi ragazzini di Firenze spesso ci divertivamo in uno dei tanti giochi che ci rendevano liberi e vispi: la barauffa. Uno di noi si metteva di fronte agli altri gridando “alla barauuuffaa!” e gettava una manciata di caramelle verso il gruppo che si trasformava immediatamente in una mischia. Alla fine, le caramelle si dividevano, ma rimaneva la soddisfazione, per i “vincenti”, di essere stati più pronti, scaltri e “ganzi” degli altri. Nessuno guardava al fatto che il successo fosse in gran parte frutto del caso, perché dipendeva dalla posizione in cui ti trovavi al momento del lancio. Una volta che avevi il tuo piccolo malloppo, però, gioco forza ti sentivi “più qualcosa” rispetto agli altri. Prima che la partita di calcio tra...

Addii / Raoul Casadei, il re del liscio

A me fa venire in mente le feste dell’Unità, con le coppie che si alzavano affaticate dagli anni e da corpi non proprio scattanti da sedie e tavolini, e poi si lanciavano come angeli sulla pista a volteggiare. Mi ricorda quelle bioniche ragazzine con gonnelline cortissime, che evocano le ballerine tuttegambe del varietà d’antan, e giovanotti vitaminici che accompagnano con ghirigori fisici pazzeschi le esibizioni delle orchestre spettacolo (vedi gli ExtraLiscio a Sanremo, il punk-liscio). Mi fanno venire in mente i frustatori di Dozza, ritmo di sciucaren, frustatori appunto, sulle frasi di valzer-mazurka-polka, e una vecchia “accademia di danza” (Lanzarini, forse?) a Bologna in via Ugo Bassi vicino al mercato, dove negli anni ’70 si vedevano fanciulle con la treccia lunga e le gonne sotto...

A cento anni dalla nascita / Astor Piazzolla, lo sradicato del tango

Da giovane, a Buenos Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny, perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e viziosa che aborriva.   Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da...

Michieletto tra Berlino e Milano / Jenůfa & Salome

Meno di due anni e un destino molto diverso separano Jenůfa di Leoš Janáček (Brno, 21 gennaio 1904) da Salome di Richard Strauss (Dresda, 9 dicembre 1905). Nati sul ciglio del XX secolo, questi due titoli capitali nella storia del teatro per musica e della modernità restano oggi molto diversamente considerati. Anche se la ricerca e la valutazione storica hanno ormai definitivamente stabilito l’importanza precorritrice del lavoro del compositore moravo, le sue origini appartate e le faticose vicende esecutive (doveva passare oltre un decennio prima che approdasse su una scena importante, quella di Praga) ne hanno condizionato lungamente la ricezione e in qualche modo continuano a farlo, affermando un’astratta stima storico-culturale, ma tenendolo ai margini del grande repertorio. Discorso...

David Greilsammer. Labyrinth / Un pianista fuori dai musei dell’ascolto

I programmi dei concerti sono da molto tempo – almeno dalla fine dell’Ottocento – funzionali a una sorta di museificazione della vita musicale, che in quest’epoca di privazione se non di totale mancanza, appare ancora più inutile e dannosa. Nel corso del Novecento, la prassi di restringere le scelte esecutive a un circoscritto numero di autori (i più grandi e i più popolari), in un arco temporale limitato, è stata spesso applicata anche ai dischi, specialmente nell’ambito strumentale. In questo caso, naturalmente, invocando le esigenze del mercato. In seguito, la crescente fortuna di generi una volta desueti, come il Barocco, paradossalmente ha finito per creare nuove “bolle”, mondi magari frequentati ma sostanzialmente impermeabili.  David Greilsammer, quarantatreenne pianista e...

Altre rivoluzioni / Miles Davis e le forme della libertà

In un’intervista con il compositore, storico del jazz e rabbino Bob Gluck, il batterista Barry Altschul dichiarò: “per me la definizione di libertà è vocabolario. Più vocabolario musicale hai, più sei libero”. Il sassofonista Anthony Braxton, che con Altschul condivise la breve ma intensa avventura del quartetto Circle all’inizio degli anni ’70, grande appassionato di scacchi, da par suo dichiarò: “per me la bellezza degli scacchi sta nel fatto che offrono una splendida opportunità per osservare le strutture e le relazioni, i progetti, le strategie sugli scopi, e i rapporti fra queste strategie, le variabili, gli obiettivi e il conseguimento degli obiettivi. La bellezza degli scacchi si estende anche alla fisica e alle pressioni. Per quanto mi riguarda, gli scacchi dimostrano ogni cosa...

Il flauto magico all’Opéra-Bastille / Carsen a Parigi: Mozart, la morte e le stagioni

L’ultima opera di Mozart, Die Zauberflöte (Vienna, Teatro Auf der Wieden, 30 settembre 1791: due mesi e cinque giorni prima della morte), è un enigma travestito da favola. Oltre le complicate stratificazioni simboliche e le evidenti quanto insistenti allusioni iniziatiche e massoniche, l’aura esoterica di questo “singspiel” – cantato e recitato secondo i principi costitutivi dell’opera nazionale tedesca – s’incrocia con le contraddizioni e le approssimazioni di un libretto al quale non basta la libertà del fantastico per giungere a una effettiva plausibilità. Del resto, molto se non tutto viene superato grazie alla musica di Mozart, miracolosa partitura nella quale la profondità si realizza dentro a una sublime semplicità. E l’emozione si tramuta in superiore consapevolezza.  ...

19 gennaio 1943 / Janis Joplin e il blues cosmico

Nel leggere due libri contemporaneamente può capitare di sovrapporre l’uno all’altro, di confondere personaggi e vicende, oppure di cercarvi delle assonanze se non proprio delle corrispondenze. Mi è successo di recente con Janis, la biografia definitiva di Holly George-Warren (ed. DeAgostini, 2020, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe, 478 pp., € 24,00) e Istante propizio, 1855 dello scrittore cèco Patrik Ouředník (ed. Exorma, 2018; trad. Andrea Libero Carbone, 138 pp., € 12,00). Fra i due libri non v’è relazione, ma nel libro di Ouředník a un certo punto si legge: “Non chiedo l’uguaglianza delle donne; parlo di libertà. L’uguaglianza non è altro che una nuova riorganizzazione della società degli uomini, una nuova riforma: si dà licenza alle donne di assomigliarci, di diventare...

La mamma dei Måneskin

Il giorno dopo la proclamazione a sorpresa dei Måneskin come vincitori del festival di Sanremo non è il momento migliore per trarre conclusioni generali sullo stato dell’arte di questa manifestazione così importante nell’immaginario italiano. Ragion per cui propongo di rimandare ogni considerazione a quando le bocce saranno ferme, scegliendo di restare, piuttosto, sul pezzo. Ovvero sul pezzo – Zitti e buoni – del gruppo vincitore, provando a leggerlo criticamente. Si può cominciare con l’interrogarsi su quale possa essere il posizionamento propriamente musicale del brano. È chiara la ripresa di alcuni stilemi, a metà fra punk e glam, che mi ricordano, per il potente drumming, gli Smashing Pumkins. Anche l’esibizione porta a riconoscere il medesimo riferimento, da una parte, all’idea del...

1° marzo 2012 - 1° marzo 2021 / Lucio Dalla: “Io diffido dei puri”

Nella voce di Wikipedia a lui dedicata, Lucio Dalla (1943-2012) è qualificato innanzitutto come “cantautore”. Nessuna meraviglia, certo: è questa l’etichetta più ovvia che gli si può applicare. In realtà, la sua carriera di “cantautore” in senso proprio (autore cioè dei testi, oltre che delle musiche) ha inizio piuttosto tardi, nel 1977, con l’LP Com’è profondo il mare. Dalla ha 34 anni, ed è già un musicista molto noto. Dopo gli esordi come clarinettista jazz, negli anni Sessanta – su pressione di Gino Paoli – è entrato nel mondo della musica pop come eccentrico vocalist, ha inciso alcuni pezzi “bizzarri” come Quand’ero soldato (1966) e si è fatto conoscere soprattutto attraverso le sue anomale partecipazioni al Festival di Sanremo: Pafff-bum! (1966, in coppia con gli Yardbirds), Bisogna...

Tra i Beatles e Joyce / John Lennon, ritratto dell’artista da uomo

Liverpool non sarà Dublino, ma nello sfogliare due libri dedicati a John Lennon pubblicati da poco mi è venuta la voglia di rileggere Dedalus di James Joyce. Una cosa che non ricordavo è quanto si canta nel libro di Joyce. Fra le sue pagine c’è sempre qualcuno disposto a canticchiare una vecchia melodia:   Pazzia e gioventù Fan sposi i giovanotti, dunque, tesoro mio, io non ne posso più.   Questi alcuni dei titoli in cui ci si imbatte cammin facendo: Brigid’s Song; Oft in the stilly night; Sweet Rose O’Grady; The Groves of Blarney; Killarney; Lilly Dale; O twine me a bower; Strawberry Fields Forever (d’accordo, quest’ultima non c’è, ma l’avessi incontrata non l’avrei considerata un corpo estraneo).   Le canzoni sono lo strumento attraverso cui Stephen, il protagonista del...

Concerto di Capodanno / Quartetti, Beethoven inventa la modernità

All’inizio di luglio del 1801, Beethoven scriveva a un amico violinista di Bonn pregandolo di non utilizzare il Quartetto per archi in Fa maggiore che gli aveva mandato qualche mese prima, perché nel frattempo aveva provveduto a un’ampia revisione della partitura. «Ora ho imparato – spiegava – come si scrivono i Quartetti». La versione iniziale di quella composizione – si tratta dell’op. 18 n.1 – non è andata dispersa e anzi è stata pubblicata negli anni Venti del secolo scorso, offrendo interessanti indicazioni tecnico-musicali sull’affinamento dello stile beethoveniano. Ma al di là del pur prezioso risvolto musicologico, il piccolo episodio accaduto sulla strada della pubblicazione della prima raccolta di Quartetti per archi del compositore tedesco – avvenuta in quello stesso 1801 – è...

Nuove esperienze / Opera lirica: fenomenologia dello streaming

La normalizzazione del 7 dicembre alla Scala è la più recente tappa della lunga marcia dell’opera nel mondo flagellato dal Covid. L’inaugurazione della stagione milanese – da molto tempo un assai gonfiato rituale istituzionale e politico, economico e mondano, mediatico e solo marginalmente culturale – questa volta è stata inevitabilmente giocata in difesa. Operazione riuscita, se non altro nell’obiettivo di limitare i danni ai dati di ascolto: poco più di due milioni e mezzo gli spettatori davanti ai televisori, meno dei quasi tre milioni dell’anno scorso, però non troppo meno. Ma resta il fatto che questa volta l’evento era stato disinnescato fin dal momento in cui un importante focolaio fra le masse artistiche aveva costretto a rinunciare ad allestire – pubblico o non pubblico – l’opera...

Pianoforte e orchestra / Beethoven sfida il “mercato”

Oltre le narrazioni fantasiose, manca la prova che nell’aprile del 1787 a Vienna l’allora trentunenne Mozart abbia incontrato e magari ascoltato suonare un promettente ragazzotto tedesco appena sedicenne, di nome Beethoven. Questo fa sì che il più significativo collegamento “pratico” fra i due sommi musicisti – un grado di separazione, adottando la nota teoria sociologica – sia costituito da una bottega di fabbricanti di pianoforti. Il titolare si chiamava Johann Andreas Stein e aveva sede ad Augusta quando Mozart, in viaggio per Parigi nell’autunno del 1777, conobbe i suoi fortepiano, restandone folgorato. In una celebre lettera al padre si coglie nitidamente la sua esaltazione di fronte alla scoperta: «Posso toccare i tasti come voglio, il suono sarà sempre uguale. Non strascica, non è...

Fra Songbook e dischi a tema / Ella Fitzgerald e Frank Sinatra: night and day

Settant’anni fa, nel settembre del 1950, Ella Fitzgerald incideva il suo primo album, Ella sings Gershwin, un disco in formato 10 pollici – 25 centimetri di diametro – di sole otto tracce, quattro per lato, tutte composte da George Gershwin. Durata complessiva: venticinque minuti e sedici secondi. Il disco fu prodotto da Milt Gabler e registrato a New York in due sedute, l’11 e il 12 di settembre. Vi figuravano dei classici come Someone to watch over me, How long has this been going on e But not for me, ma anche delle canzoni meno battute come Maybe o Soon.   Due anni prima, il 18 giugno del 1948, la CBS (Columbia Broadcasting System) aveva presentato nelle sale del Waldorf Astoria di New York un nuovo formato di disco in vinile a microsolco, il cosiddetto Long Playing o Long Play,...