Cees Nooteboom, danzatore e monaco

23 Febbraio 2026

In nessun luogo come a San Lluís, paesino un po’ fuori mano sull’isola di Minorca, e più precisamente nello studio posto al secondo piano della casa rurale acquistata nel 1971, Cees Nooteboom deve aver passato tante ore seduto a uno scrittoio. Non c’è, per ora, modo di calcolarlo. Si può tentare una stima approssimativa, considerando gli spostamenti incessanti, i chilometri percorsi, le città visitate ciclicamente. In quella stanza Nooteboom non ci saliva da qualche tempo. Le sue condizioni glielo impedivano, trascorreva le giornate fra il giardino e il pianterreno; ma al di là di questo, sembrava essere subentrata in lui una malcelata ripulsa, una disaffezione, – vervreemding si direbbe in nederlandese – verso quegli scaffali, le coste di libri che recavano troppo spesso il suo nome, il frutto di un mestiere un po’ assurdo che nessuno gli aveva insegnato e che sotto sotto era consistito, per troppi anni, nel convocare a sé momenti ancora palpitanti di vita solo per consegnarli, come un mazzo di chiavi ceduto controvoglia, in mano a uno sconosciuto. I personaggi a cui Nooteboom per quasi settant’anni si è affidato si esprimono quasi sempre in prima persona; dicono «io» riferendosi all’autore. Capita che riferiscano di qualcosa di puntuale, preciso, difficilmente contestabile. Un episodio avvenuto nel tal posto alla tal ora. Tuttavia, della suddetta circostanza capita che inizino a spuntare delle copie, versioni alternative. Può variare leggermente lo scenario. La data magari è duplice, gli avvenimenti si moltiplicano. Oppure è solo il nome di chi parla, a cambiare, come se una stessa biografia avesse diversi interpreti, alcuni più prevedibili, altri più celebri, altri meno – degli intrusi. Probabilmente, nell’imminenza della fine Cees Nooteboom aveva smesso di reclamare la paternità di questa frotta di soggetti e l’impossibilità di rientrare ad Amsterdam, dov’è conservata la parte più consistente del suo archivio, la consapevolezza dunque di un addio in primo luogo alle carte, non dev’essergli apparsa così drammatica.

Pensare che neanche tre anni fa, nel settembre 2023, ad Amsterdam si celebrava in pompa magna il suo novantesimo compleanno. Un appuntamento in diretta streaming che ha coinvolto amici scrittori, traduttori, studiosi e l’autore in persona, accoccolato in prima fila a esibire un’aria, effettivamente, piuttosto annoiata, nonostante la lettura con cui pure si è concesso al sussiegoso entourage. Quale migliore occasione, d’altro canto, per pubblicizzare l’uscita del primo tomo dei suoi diari, un’operazione editoriale coraggiosa data l’abbondanza del materiale accumulato in settant’anni di carriera. De danser en de monnik, Il danzatore e il monaco, è il titolo del volume che racchiude gli scritti privati tra il 1970 e il 1995 e che resta, perciò, ancora insufficiente a verificare se Nooteboom abbia prodotto di più a Minorca, ad Amsterdam, o chissà, a Berlino o a Tokyo, rivelando, in compenso, alcuni fatti insospettabili.

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Pare ad esempio che col suo fare svagato, l’autore sia riuscito a camuffare – così racconta Philippe Noble, che lo traduce in francese – una indecisione circa la bontà di quanto andava scrivendo. Tentennamenti che si alternano ad appunti e ripensamenti; è una paura di fallire che al lettore assiduo di Nooteboom suonerà del tutto estranea. Fallire cosa? Mancare quale obiettivo? Difficile anche solo immaginarsi un vero proposito, alla base di romanzi come Philip e gli altri, del ’55, o Il canto dell’essere e dell’apparire, dell’81, Verso Santiago del ’92, e così via. Testi connotati da una «inafferrabile fluidità» come li ebbe a definire Fulvio Ferrari, che molti di questi li ha tradotti. L’ironia che Nooteboom utilizzava nel dipingere certi tipi umani era la stessa con cui scardinava certe strutture narrative, certe buone pratiche della scrittura. Evidentemente questa posa impertinente, non scevra da una qualche «olandesità», faceva il paio con un mai placato fastidio, ovvero la necessità di doversi comunque misurare con le fissazioni del proprio piccolo contesto culturale. Ad oggi dell’opera omnia di Nooteboom è prevista la pubblicazione in tedesco, ma non ancora in nederlandese. Di tanto in tanto il suo storico editore De Bezige Bij ha rifiutato di pubblicargli alcuni testi, che sono invece usciti presso un marchio minore, Koppernik. Per anni nei Paesi Bassi si è usata una sottile ironia nel registrare il successo che Nooteboom riscuoteva in Germania, attribuendolo a un suo avventato distanziarsi dal crudo realismo olandese. Suona interessante, alla luce di tutto questo, l’incertezza confessata dall’autore, qualora si volesse ricondurla non tanto a una – inverosimile – sfiducia nei propri mezzi quanto a una sensazione di reciproca ingratitudine che Nooteboom e i Paesi Bassi sembravano provare l’uno per l’altro. Anche solo per raggiunti limiti di età, la faida fra autore e critica non poteva che ricomporsi; d’altronde però, se l’atteso Nobel non è mai arrivato forse è anche perché le istituzioni letterarie olandesi hanno sempre faticato a trovarsi d’accordo sul «nome da spingere». Leggenda narra che negli anni Settanta i cugini fiamminghi facessero fronte comune attorno al nome di Louis Paul Boon, ma l’autore morì il giorno stesso in cui avrebbe dovuto incontrare l’incaricato dell’Accademia di Svezia.

Nel 1955 il giovane protagonista di Philip e gli altri parte in autostop per la Francia dopo la convivenza con uno zio colto ma provinciale. Così il ventiduenne Cees, orfano di padre allevato dai monaci – francescani prima, agostiniani poi – prende a girare l’Europa in autostop, scrive il suo esordio in soli due mesi e getta le basi di una fama duratura: il pellegrino flâneur, il pio autostoppista, il nomade salottiero. A posteriori, un incipit di grande fascino, ma che allora qualcuno volle contestargli. Se le lingue morte rientravano in un bagaglio rigorosamente monastico – Nooteboom citava a memoria numerosi classici latini – quelle vive le apprese da autodidatta. Con la stessa intraprendenza iniziò presto a collaborare con «Avenue», rivista olandese per la quale fu a lungo redattore di poesia, ma ritenuta, da certi torvi colleghi, troppo patinata. Suonerà assurdo, ma pur viaggiando per conto di una prestigiosa testata di costume che in Olanda sdoganava grandi nomi come Transtromer e Pessoa, pur collaborando nel mentre con il «Volkskrant» sulle cui pagine documentò il Maggio francese, agli occhi della critica Cees Nooteboom era dedito a frivolezze. Imperdonabile, poi, la frequentazione con Liesbeth List, cantautrice del nederbeat a cui regalò qualche testo negli anni Sessanta. La giostra delle mode letterarie gira vorticosa. La definizione di danzatore e monaco, un non-dualismo applicabile a praticamente tutti gli scritti successivi dell’autore olandese, e che all’epoca sarebbe parso deprecabile, oggi è più che mai eloquente.

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L’itinerario editoriale di Nooteboom coincide con quello geografico, poiché è quasi tutto messo per iscritto. Le tappe più frequenti – la Francia, il Giappone, l’Italia, la Spagna – si riconoscono dalla quantità delle tracce, dalla forma che esse vanno a comporre, come una songline, e il paragone con Chatwin ha un qualche fondamento. L’irrequietezza di Nooteboom si placava solo quando, viaggiando, rivedeva ciò che già aveva incontrato infinite volte. Partire in autostop per la Provenza e ritrovarsi a solidarizzare coi morti, più docili dei vivi, o a passeggiare nel passato in compagnia di «uno degli ultimi monaci cantori non ordinati». Con quante lapidi avrebbe dialogato di lì in poi, quell’io narrante, al di là della celebre, bellissima selezione di Tumbas; lo spirito dei poeti era sempre sull’uscio, a partire dai versi di Ovidio messi in bocca, nelle prime pagine che Nooteboom abbia mai pubblicato, a zio Alexander, e quarant’anni dopo al professor Mussert: «Non penso che riuscirò mai a spiegare con quanta voluttà pronunciavo il latino. Ha qualcosa a che fare con il piacere fisico, una forma rovesciata del mangiare.»

Durante i tour di presentazione era esigentissimo e facile all’ira, ma gli bastava scoprire che una qualche bettolina servisse un piatto in via d’estinzione per rianimarsi e partire alla ricerca. Infilarsi nei meandri del passato gli metteva allegria, specie se il connubio era simile a quello appena descritto. La sua editrice Emilia Lodigiani, che con Iperborea lo ha portato in Italia la prima volta nel 1991, ricorda di corse in taxi da un capo all’altro di Parigi pur di assaggiare un cervelletto, o di quando a Genova, da solo, come un rabdomante, aveva scovato l’osteria popolare meglio nascosta – e meglio fornita – della città. Nooteboom ha goduto in Italia di grande fortuna, anche come poeta; quando lo definivano tale si faceva più malleabile, era meno sensibile alle polemiche che evidentemente si portava dietro dai trascorsi olandesi, quando più spesso gli capitava di mettersi sulla difensiva. A restituirgli il buon umore era, evidentemente, una curiosità inestinguibile. Certo, si potrebbe obiettare, comodo incuriosirsi delle specialità culinarie italiane. Ma il suo era un interesse imprevedibile, che non aveva oggetti privilegiati. Era in grado di fissarsi anche su ciò che calpestava, su «piante con uncini e denti, capaci di bere la pietra aggrappate alla sabbia». È un verso scritto negli ultimi anni, ma vale al di là del piano simbolico. Sempre Emilia Lodigiani ricorda di quando lo scrittore la rimproverava di non conoscere a menadito i fiori dei luoghi che frequentava sin da bambina. Quello sguardo così fermo, che buca il velo della realtà, Nooteboom non l’avrebbe mai perso. Penso a L’occhio del monaco, raccolta di poesie del 2016 dedicata all’isola frisone di Schiermonnikoog, il cui nome, si intuirà, aveva già del potenziale, e nel cui paesaggio scabro il poeta intravede i propri fantasmi, ma anche ciò che è tangibile, che è sostanza e sembianza insieme. A Minorca, dove Cristina Gerosa, direttrice di Iperborea lo ha raggiunto assieme a Emilia Lodigiani lo scorso anno, non era facile rinvenire i mille dettagli disseminati nelle sue cronache insulari. Tutto si è rivelato sorprendentemente minuto, più piccolo e condensato rispetto al tanto che Nooteboom riusciva a estrarne. Immagini, ma anche suoni: l’anziano autore era sempre più rapito dalla lingua degli animali. Il miagolio dei gatti, ma anche il raglio degli asini e il cinguettio degli uccelli – forse con una qualche immedesimazione: «Ora io volo, le ali non ho bisogno di muoverle, sono un uomo di vento, e laggiú vedo il mio doppio camminare / un uomo simile a un cane, con il naso rivolto / a terra, e io mi libro qui, tra i denti una canzone / che non ho mai imparato.» Ancora una presunta doppiezza, di cui l’autore ha sempre approfittato per depistare il lettore. La lingua dell’uno è la stessa dei tanti alter ego che Nooteboom si è fabbricato. Un demiurgo, colui che scrive, coinvolto nelle fantasmatiche faccende delle sue creature, ecco perché nel nostro caso è tranquillamente possibile parlare della vita dell’autore citando i suoi personaggi.

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Negli anni Settanta Nooteboom pubblica esclusivamente poesia e scritti di viaggio. Nel ‘78 si aggiudica il premio Jan Campert per la raccolta Open als een schelp, dicht als een steen. Aperto come un guscio, chiuso come un sasso. È dell’80, invece, Rituali, il primo romanzo dai tempi di De ridder is gestorven, Il cavaliere è morto, di sedici anni prima, che incontra il favore del pubblico e di buona parte della critica e che gli vale, grazie allo «stile contemplativo» che conquista un po’ tutti, il prestigioso premio F. Bordewijk. I personaggi – Inni Wintrop da un lato, Taads padre e figlio dall’altra – hanno un profilo inaspettatamente solido. Il confronto fra le due parti si presenta come netta distinzione fra due modi di rispondere all’alienazione; lasciarsi trascinare dalla modernità o barricarsi fuori di essa. Un romanzo generazionale che copre una ventina d’anni, ambientato ad Amsterdam, ma che meglio di qualsiasi altro descrive cosa abbia significato per Nooteboom lo zen, la nobilitazione assoluta della forma, il magnetismo di certi «oggetti che, per vie misteriose, stabilivano un legame tra lui e persone ed epoche scomparse da tempo». C’è dunque il Giappone, in questa fase, al centro dell’universo di Nooteboom, ma l’Asia convive con l’Europa. Si diceva in apertura che in Germania l’editore Suhrkamp avrebbe accolto l’opera dell’autore olandese più calorosamente che in patria. Il legame artistico e sentimentale con Simone Sassen, fotografa tedesca di vent’anni più giovane, nasce in questi anni. E poi c’è Berlino, la città in cui Nooteboom si trova quasi per caso nel 1989. Il fiuto del flâneur non serve solo a scovare trattorie; nei giorni del crollo del muro decide di compiere il percorso inverso alla massa che spingeva verso la Repubblica Federale, vede l’Est svuotarsi. Nel dopoguerra la capitale tedesca era stata la città che più profondamente era mutata, e inarrestabilmente continuava a cambiare; Nooteboom le dedica una raccolta di scritti di viaggio, ma soprattutto vi ambienta Il giorno dei morti, l’altro romanzo della maturità, che si apre così: «Qualche secondo dopo essere passato accanto alla libreria, Arthur Daane si rese conto che la parola "Geschichte", storia, gli era rimasta impigliata nei pensieri, e che nel frattempo l’aveva tradotta nella propria lingua in modo che, all’istante, aveva assunto il suono "geschiedenis", meno minaccioso che in tedesco. Si domandò se fosse dovuto a quell’ultima sillaba. "Nis": una parola stranamente breve, non volgare e aspra come altre parole brevi, anzi, rassicurante. "Nis" voleva dire "nicchia", un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto.»

Pare che questo attacco Nooteboom lo abbia scritto a Los Angeles. Le dislocazioni continuano, al di qua e al di là della finzione; si fatica a stargli dietro. Nel 1991 gli viene commissionata una novella per l’annuale Settimana del libro: esce La storia seguente, etereo scherzo narrativo e travolgente ricordo d’amore ambientato a Lisbona, piccola summa di sperimentazioni – e timori – nooteboomiani. L’identità del narratore è talmente labile, affidata a una prosa che «il più possibile cerca di riprodurre la mancanza di forma del pensiero», così Fulvio Ferrari, da ricordare Pessoa, la figura letteraria che assieme a quella di Slauerhoff, di Chatwin e di Borges, forse più da vicino risuona tra le pagine di Nooteboom. Lo stesso anno riceve il Constantijn Huygens Prijs alla carriera, una compensazione che difficilmente lo ripaga della scarsa stima di cui gode in certi ambienti. Si apre un’ennesima parentesi della sua vita letteraria, solo anagraficamente più senile: escono Le volpi vengono di notte, Venezia. Il leone, la città e l’acqua, Pioggia rossa, per citare i titoli più significativi. Arriviamo agli ultimi giorni. In cosa differiscono dai precedenti? I viaggi sono sospesi a data da destinarsi. La marea torna in qualche modo a comprimersi, e si placa. Niente andirivieni fra la bella casa di Amsterdam, il buen retiro minorchino e chissà quale paese lontano. Il soggiorno insulare si restringe fino alla sua dimensione claustrale. Minorca si riduce a un piccolo hortus conclusus, lo studio dove l’autore ha appuntato un numero imprecisato di parole torna a essere, come giustamente ha scritto Emilia Lodigiani nell’accomiatarsi dall’autore, «quella cella di convento in cui aveva sognato di entrare da giovane».

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Ultimamente studiosi e curiosi venivano a chiedergli conto del suo, di passato. Nooteboom, malato di Parkinson, non sembrava curarsene tanto. La moglie Simone lo assisteva nella memoria già da tempo, occupandosi della sistemazione di un’opera che si era fatta ciclopica. Nel corso dell’ultima intervista rilasciata di persona, con lo scrittore Thomas Heerma van Voss, il suo archivio mentale è ormai scompaginato. Van Voss gli ricordava che nel 1977 la rivista «Revisor» aveva chiesto a un gruppo di scrittori di disegnare il proprio ritratto: Nooteboom compreso. Glielo mostra. Vi si riconosce? Nella sua opera i soggetti della pittura fuoriescono facilmente dalla cornice e fanno valere le proprie ragioni. I soggetti di Bosch o di Velazquez sono più reali di chi li osserva. E il discorso, spiega Nooteboom, vale anche per i ritratti, naturalmente. Chi è l’io? L’autoritratto di un altro, lo avrebbe definito una volta, titolando così una raccolta di prose poetiche pubblicata da Crocetti. Un’astrazione che si dissolve con poco. In La storia seguente il narratore si svegliava «morto dalla paura di essere un’altra persona». Procedendo con questo elenco si rischia di far passare Nooteboom per uno scrittore epigrammatico, quando invece andrebbero spiegati i legami intertestuali, così fitti e al tempo stesso imprendibili, che più di tutto contribuiscono alla grandezza del suo stile, i varchi e le divagazioni che portano da un periodo a un altro, da una stanza all’altra, da un libro all’altro. Dopo aver giocato con la dissoluzione, ci si abitua all’idea? Cosa era cambiato, ora che la morte, anziché limitarsi a sfilare per le pagine, rischiava anch’essa di fuoriuscire, tirandosi dietro la porta?

Chiunque abbia incontrato Cees Nooteboom negli ultimi tempi ne ha descritto la serenità nell’affrontare la vecchiaia e l’imminenza della fine. Novantadue anni non bastano a capire cosa riservi il futuro. L’autore mostra una sola consapevolezza: se fino a un certo momento i morti non erano che una socievole minoranza, col tempo questi avevano preso il sopravvento. E ormai i veri estranei sono i vivi.

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