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Ciclo vitale di un’inoccupata

Mi presento, sono una venticinquenne entrata nel girone degli ufficialmente disoccupati in un assolato ma freddo mattino del dicembre 2011. Ricordo ogni nanosecondo di quel giorno e ripensando alla scena oggi avverto un retrogusto che ha un non so che di apocalittico. All’indomani del tanto agognato traguardo della laurea specialistica, mi siedo davanti al computer e compilo ingenuamente una candidatura in rete. Con soddisfazione inserisco il titolo di studio conquistato con tanta fatica e sul più bello… un fulmine a ciel sereno: sullo schermo appare l’espressione situazione occupazionale. Amara scoperta, la definizione di “studente” non mi donava più, e mi calzava a pennello quella di laureata in cerca di prima occupazione.   Dopo la triennale avevo già compilato molte candidature e inviato tanti curriculum, ma volete mettere l’alibi e la rassicurazione di essere ancora una studentessa? E improvvisamente cos’ero diventata? Una nullafacente, bis-patentata, ma pur sempre una nullafacente. Non ero pronta per questa presa di coscienza e i sensi di colpa e la frustrazione col tempo sono diventati insopportabili...

La vita è una lunga fuffa tranquilla

Mi chiamo Chicca e sono architetto. Caspita, ribatterete voi, non so se con ammirazione o con compassione o tanto per dire qualcosa. Per darvi un’idea: tempo fa ho visto un’intervista a Fuksas, quello che è talmente famoso che Crozza gli faceva l’imitazione, con il nome di Fuffas. Ebbene, Fuffas (quello vero, non Crozza) dichiarava, dal suo megastudio in centro a Roma - pieno zeppo di giovani collaboratori che sarei proprio curiosa di sapere quanto (e soprattutto se) guadagnano -, che se dovesse iscriversi all’università oggi non sceglierebbe Architettura, oppure emigrerebbe subito dopo la laurea, perché voler fare gli architetti, oggi, in Italia, è pura follia. Grazie caro, non potevi farti intervistare qualche anno fa? Così mi risparmiavo anni e anni e anni di studio rilievi plastici progetti scala 1:200?   Vabbé, ormai è andata. Mentre studiavo, per mantenermi facevo due lavori: commessa in un negozio di sabato e schiava in uno studio di architetti dal lunedì al venerdì. Poi questi dello studio ho dovuto mollarli per preparare la tesi, e la cosa divertente è che, dopo...

Sensi unici in contromano

Tornata dall’Erasmus nel 2005, fuori corso di un anno, la laurea in Lingue mi sembrava sempre più distante e meno necessaria alla mia esistenza. Già allora era evidente che non ci avrei fatto molto con quel pezzo di carta. In Francia avevo conosciuto il mio futuro marito, mio coetaneo, marocchino, solo che lui a differenza di me l’università non la poteva finire perché mancavano i soldi, che mamma dal Marocco non mandava più da anni. Fuori dal normale corso di studi in Francia il permesso di soggiorno non viene rinnovato, quindi comincia la vita da clandestino. Al mio rientro in Italia decide di venire con me, sperando che i vari zii emigrati a Milano lo possano aiutare a trovare un lavoro, ma tutti si dileguano e lui rimane da solo, senza un posto dove stare, senza documenti, in un paese che non conosce e di cui non parla la lingua. Decidiamo quindi di sposarci per regolarizzare la sua posizione in Italia, a 23 anni, entrambi senza lavoro, senza soldi, senza una casa e senza una laurea. Non pretendo che la mia scelta sia stata la più sensata e ponderata che potessi fare, anzi, ma non sento nemmeno il bisogno di venire...

Luddismo 2.0 (alter)

“Voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia voglio un piano quinquennale la stabilità”. (CCCP)     Prima c’è Aleksej Stachanov, che raccoglie 102 tonnellate di carbone in cinque ore e quarantacinque minuti. Poi c’è Sergej Scemuk, che estrae 170 tonnellate di carbone in una sola notte. E poi ci sono io che mi sveglio, con la mascella indolenzita dal bruxismo, la mia ragazza che non occupa più la sua porzione di letto e lo sciacquone che rumoreggia al di là del muro. Non vivo in un appartamento infestato dai fantasmi bensì condiviso con un amico che incrocio nel corridoio, mentre lui esce dal bagno e io oscillo verso la cucina, e con cui scambiamo i soliti mugugni intrisi di sonno. In cucina preparo e trangugio il caffè come se dovessi predisporre il mio organismo a chissà quale traguardo – a parte la sigaretta, a parte la susseguente sosta al bagno.   Tirato lo sciacquone – è forse questo il suono dei giorni correnti, la traccia nascosta della colonna sonora di queste giornate da intrattenere – ed effettuate le mie abluzioni esco dal bagno e, nel...

Terreno d’acqua

Ho introiettato il seguente insegnamento paterno: “Il lavoro, e in particolare quanto lavori, fa di te o una persona realizzata nella vita, o un assoluto fallimento”. Conformemente a quanto sostiene Max Weber in Etica protestante e spirito del capitalismo agli occhi di mio padre solo chi si sacrifica per il lavoro è una buona persona, degna d’amore e considerazione. Quindi, poco importa se si fa fatica a trovare lavoro… ciò che conta è che sei un imbecille perché a lavorare non ci vai. Nel mio caso, una fallita, anche se laureata con lode, che a ventotto anni mangia ancora la minestra che papà, con così tanto sacrificio e abnegazione, suda. Di sensi di colpa, dunque, considerata tale situazione, posso dire di essere satura. Si traducono immediatamente in giudizi morali, come se fosse il lavoro a determinare il valore spirituale della persona, l’unità di misura, il termine ultimo di paragone sul quale dosare lo spessore intellettuale e umano di qualcuno. La mia condizione fisica poi, non aiuta per niente. Se già per chi è – come comunemente si dice – “normodotato...