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Potere / Leader giullari impostori

Boris Johnson, Emmanuel Macron, Vladimir Putin, Donald Trump, Xi Jin Ping: sono questi i cinque leader che siedono nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il destino del mondo è nelle loro mani. Su scala minore, le sorti del nostro paese le abbiamo affidate per 14 mesi a Giuseppe Conte (il garante del Contratto), a Gigino Di Maio (la decrescita infelice) e al Capitano Selfini (il nostalgico reazionario). L'opposizione la guidava  l'evanescente Nicola Zingaretti, con i leader harakiri dell'estrema sinistra e la borgatara Meloni. Inquietanti autocrati (o aspiranti tali). Personaggi folcloristici o inconsistenti. Stelle che tramontano prima di sorgere, salvo venir resuscitate miracolosamente dall'inconsistenza di chi bacia la Madonna. Almeno dal punto di vista politico, nel 2019 abbiamo un problema. Una leadership efficace dovrebbe avere quattro qualità: condurre verso una meta, raccogliere followers, esercitare il potere e gestire efficacemente. Oggi nelle democrazie occidentali l'obiettivo, quando non è confuso, è il ritorno a presunte glorie passate (“Make America Great Again” oppure “Riapriamo le case chiuse”, “Riapriamo i manicomi”, “Ritorniamo al servizio di leva obbligatorio...

Il Giudice e i Minions / Rancore al potere

In una celebre canzone italiana “rancore” fa rima con “procuratore”. È il genio anarchico del genovese Fabrizio De André che, raccontando le vicende di un giudice di bassa statura, rende conto della logica profonda di questa passione tanto triste quanto, sappiamo, di estrema e attualissima diffusione. Si ricorderà che, in questa storiella di squallida vendetta (il nano diviene giudice e condanna al patibolo malcapitati qualsiasi), il rancore gioca un ruolo basilare, quello dell’acredine covata a lungo, scientemente e silenziosamente: “Fu nelle notti insonni vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami, diventai procuratore”. Niente di più politically incorrect, ma di schiettamente verosimile.   Il fatto è che il rancore, forse più ancora che il suo parasinonimo risentimento, è sentimento di estrema complessità: prende il corpo e insieme la mente, allunga il tempo, producendo una sorta di suspense che travalica, col suo specifico oggetto di fredda vendetta, la storia in cui tale sentimento si trova inserito. Resta spesso un rancore puro, senza oggetto, o meglio con un oggetto vago, indeterminato: più che pretendere ragione e riscatto, esso finisce per dar luogo a uno...

Il trend mortifero della sinistra radicale / Macron e i disastri del radicalismo politico

Le principali forze tradizionali francesi, destra e sinistra, le forze politiche che hanno perso le elezioni per questo prossimo turno presidenziale, hanno dato indicazione di voto al nuovo raggruppamento di Macron. Dobbiamo riconoscere che le parole di Fillon, uomo di destra, sono state le più chiare. Esiste ancora, nella destra francese, a differenza che nella destra italiana, una chiara marca di distinzione tra fascismo e antifascismo. L'indicazione di voto per Macron da parte di Fillon è, in primo luogo, contro Le Pen e la sua forza fascista, razzista, violenta. Insomma la destra democratica francese non si fa imbrogliare dalle moderate prese di distanza di Le Pen dal padre fascista. I socialisti, che si sono ridotti a netta minoranza, hanno fatto, con meno chiarezza, lo stesso discorso. La minor chiarezza è caratteristica di una sinistra vecchia e perdente, in uno stato di forte depressione, incapace di rinnovarsi, che scambia la complessità sociale con l'astrusità dei ragionamenti. Diversamente è stato per Mélenchon, leader di una forza politica di estrema sinistra che ha ottenuto un cospicuo numero di elettori. Mélenchon, come il Duca di Mantova nel Rigoletto, ha detto: “...

Kim, il successore

Raramente il successore è (o è ritenuto, o è ritenuto subito) all’altezza di chi lo precede, specie se questi è stato un fondatore; ce lo insegnano la storia e la letteratura. Nella tradizione occidentale la memoria corre ai bistrattati successori dell’imperatore Ottaviano Augusto e alle tormentate procedure di successione. Così i grandi capitani d’industria sembrano spesso destinati ad eredi che dissipano o si disinteressano della costruzione paterna, mettendo forse inconsciamente in gioco meccanismi di sottrazione alle “angosce dell’influenza”.   Anche nel campo della cultura il pericolo dell’epigonismo nei confronti del maestro si dimostra spesso fatale. Certo le difficoltà aumentano in proporzione alla crescita della quantità di potere da gestire sotto gli sguardi, pieni di riserbo e di giudizio, dei navigati collaboratori che attorniavano chi è venuto prima; di fronte alle attese di una folla abituata a credere il leader figura poco meno che divina. Ce lo ha raccontato benissimo Vargas Llosa in La festa del Caprone dedicato a Trujillo, padre della patria di Santo...

Morto o imbalsamato

Per Hugo Chávez è tardi: il suo cadavere ha aspettato troppo per poter essere imbalsamato. Per garantire il successo le procedure di imbalsamazione avrebbero dovuto iniziare subito, già il 5 marzo, giorno del decesso. Ora gli esperti giunti dalla Russia le sconsigliano, trasportarlo a Mosca per essere certi del risultato vorrebbe dire strapparlo alla madrepatria e ai cittadini in lutto, per non dire dei costi milionari del processo di eternalizzazione.   Il popolo venezuelano che ha alzato pugni al cielo, mandato baci e pianto tutte le sue lacrime, che ha sperato che il cadavere dell’Ultimo comandante potesse continuare a vivere in una nuova forma, ha ricevuto la notizia di un cambiamento delle celebrazioni da Nicolás Maduro, l’erede prescelto che si trova a reggere la presidenza ad interim. Il corpo del presidente del Venezuela, esposto per nove giorni e nove notti, in una bara con il coperchio di vetro, in una monumentale camera ardente nell’Accademia militare di Caracas, è stato trasportato alla Caserma della Montagna, nel Museo della rivoluzione, il Pantheon nazionale, accompagnato da una folla sconsolata, rossa e...

Candidato e testimonial

Se si vuole capire cosa succede a una nazione, non si può fare a meno di osservarne la pubblicità. L’abbiamo scritto sul primo numero di Bill, citando Norman Douglas, lo riscriviamo all’indomani delle elezioni, dal momento che anche in materia politica la pubblicità italiana si è pronunciata da tempo.   Prendiamo una delle caratteristiche più tipiche della nostra democrazia: la proliferazione dei cosiddetti partiti personali, quelli nati cioè intorno a singoli personaggi. Lo si è detto, soltanto in Italia sono così numerosi. Bastava guardare la quantità di cognomi sulla scheda elettorale 2013: il partito di Monti, di Grillo, di Ingroia, di Berlusconi, di Giannino, e prima ancora quelli di Di Pietro, di Fini, di Lamberto Dini, di Leoluca Orlando… Non organizzazioni che scelgono di volta in volta il proprio leader ma movimenti nuovi, raggruppatisi intorno a un solitario artefice.   E cosa c’entra la pubblicità con questa storia? A prima vista dovremmo stare dalle parti del retaggio genetico italiano: la ricerca di uomini forti, di scorciatoie carismatiche… ben...

Intimità

La campagna elettorale in corso ha davvero delle caratteristiche sorprendenti. Ma dopo trent’anni di televisione berlusconiana si poteva forse prevedere che le sue due figure più eclatanti sarebbero state un imprenditore istrione e un attore comico. Silvio Berlusconi con le sue esternazioni clamorose, compreso il gesto con cui ha pulito la sedia di Marco Travaglio a “Servizio pubblico”, e Beppe Grillo con i suoi comizi-spettacolo, la traversata a nuoto dello Stretto, le battute e i gesti, sono senza dubbio i dominatori apparenti della competizione in corso. Se tutto questo si tradurrà davvero in un successo elettorale, non è affatto certo. E nonostante l’uso propagandistico dei sondaggi, arma di manovra e di persuasione degli incerti, nessuno sa bene cosa succederà al momento di andare alle urne. Tuttavia qualche riflessione su quello che è accaduto, e sta ancora accadendo, possiamo farla.   La prima cosa che colpisce è che la nostra società si manifesta anche in questo frangente come una “società dell’intimità”. Cosa significa?  Alla fine degli anni Settanta...

Isteria e narcisismo a cinque stelle

Riprendo il tema del trickster, figura inquietante, già descritta, a proposito di Grillo, da Marco Belpoliti in queste pagine. Nel capitolo L’isteria totalitaria, dei Linguaggi dell’isteria, ero convinto di un fenomeno che ho chiamato totalitarismo sublime. Una sorta di populismo coatto. Non che il populismo sia totalitario tout court. È un ingrediente che caratterizza il totalitarismo.   Quel che manca in quel testo è l’analisi del populismo vuoto, che non sta da nessuna parte. Il fenomeno del Movimento Cinque Stelle –  non vogliono esser più chiamati grillini in virtù dei rimproveri di verticismo mossi loro dai piraten tedeschi – è destinato a franare nel momento in cui la tesi indimostrabile che ognuno di loro è santo, come Savonarola, sarà sfatata. E non manca molto, data la percentuale d’italiani corruttibili.   Corruttibili, termine disposizionale, non corrotti. Stiamo parlando della disponibilità a corrompersi. Ci si corrompe sempre in un contesto, mai nel vuoto. Come diceva Nelson Goodman (1906-1998) un ombrello è apribile, ma se piove. Per esempio:...

Il segno del comando

L’altro giorno, al termine del suo comizio, in Place de la Concorde, il presidente Sarkozy, in giacca e cravatta, si è concesso un bagno di folla per stringere le mani dei suoi sostenitori. A un certo punto si è arrestato e si è sfilato l’orologio dal polso; lo ha messo in tasca, nei suoi eleganti calzoni blu, e ha ripreso il suo giro rituale. Il timore era quello di vederselo sfilare nel corso dello stretto contatto con la gente. Un orologio da 55.000 euro, si è letto sui siti, prodotto dal rinomato orologiaio svizzero Patek Philippe, in oro bianco, modello 5140 G, regalato al candidato presidenziale dalla moglie Carla Bruni durante la luna di miele. Un gesto piccolo borghese simile a quello di chi si tasta le tasche posteriori per sentire se il portafoglio c’è ancora, e che dà la misura dell’eleganza posticcia dell’uomo che aspira ad ottenere il secondo mandato alla testa del paese.   Del resto, Sarkozy deve essere stato memore di quanto era accaduto a George W. Bush durante la sua visita in Albania nel 2007 come presidente degli Stati Uniti. In maniche di camicia arrotolate, quasi a imitare la...

François Mitterrand, Parigi, 1977

  Dopo De Gaulle, forse l’ultimo re della monarchia repubblicana francese.   Ha attraversato la storia moderna del suo paese imprimendovi la propria impronta carismatica, contraddittoria e con contrastate zone luminose e oscure.   Qui lo seguivo per  il quartiere di Montmartre durante una campagna elettorale. Attraversava mercati, stringeva mani, entrava nei bistrot a bere un bianco, ma nella sua recita di accessibile familiarità non veniva mai scalfita la sua distanza di stratega solitario, forse cinico, come dicevano, sicuramente solo.

Cyberchiefs: come funzionano le tribù online?

La lunga lotta tra la repubblica della libertà e il regno della burocrazia si è spostata su Internet. Avete mai pensato alle comunità che sviluppano Linux o che scrivono Wikipedia come a burocrazie? È quello che ha fatto il sociologo francese Mathieu O’Neil in Cyberchiefs - Autonomy and Authority in Online Tribes (pubblicato da Pluto Press e non ancora tradotto in italiano), un libro in cui analizza le strutture di potere presenti nel web senza limitarsi a celebrare acriticamente l’autonomia che la rete darebbe ai suoi utenti. I processi che regolano la produzione diffusa e orizzontale di contenuti che avviene in progetti come quelli di software libero o nella blogosfera sarebbero esempi di una nuova forma istituzionale - la burocrazia tribale online - tipica di internet e diversa dalle altre forme di organizzazione.   Il lavoro di O’Neil parte dall’idea che la ricerca di autonomia e autorganizzazione sia una delle forze trainanti della rete. L’ideologia di Internet ci spinge a diventare prosumer (producers-consumers), e quindi a sentirci liberi di essere produttori autonomi in quanto giornalisti, artisti, autori...

Fanny & Alexander

Di norma, di uno spettacolo si legge un programma di sala. E di una mostra un catalogo. Del lavoro degli ultimi quattro anni del gruppo teatrale di Ravenna “Fanny & Alexander” (al secolo Chiara Lagani, dramaturg e attrice, e Luigi de Angelis regista: meno di 75 anni in due ma sulle scene da 18…) ci viene invece proposto un Atlante. Anzitutto perché non di un semplice spettacolo si tratta, bensì d’un “viaggio teatrale” in dieci tappe. Da Dorothy. Sconcerto per Oz, all’inizio del 2007, a West, andato in scena alla Cavallerizza di Torino lo scorso giugno e ancora in tournée nei prossimi mesi. Ma on the road da sempre è la vita dei teatranti. Il vero “viaggio” è quello all’interno del testo di F&A, nonché il nostro nel loro continente di immagini ed enigmi.   Il “testo” è Il mago di Oz: la fiaba pubblicata nel 1900 da L. Frank Baum e soprattutto il film diretto nel 1939 da Victor Fleming (con la sedicenne Judy Garland nei panni di Dorothy): un territorio attraversato a tutti i livelli e in tutte le direzioni, con un grado di “perversione...