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Morti

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Un altro giorno di morte in America

Ogni giorno negli Stati Uniti sette bambini e adolescenti muoiono per colpi di arma da fuoco. Sono così tanti che fanno notizia i casi più mostruosi, i più insensati. Gli altri scivolano via nell’indifferenza generale, vittime di una guerra data per scontata. In un libro che è un pugno nello stomaco – Un altro giorno di morte in America (352 pp, add editore, trad. Silvia Manzio) – Gary Younge, giornalista e scrittore inglese a lungo corrispondente del “Guardian” dagli Stati Uniti, scava in quel silenzio per restituirci una manciata di volti e storie preziose. Il suo racconto ruota a intorno a un giorno scelto a caso, il 23 novembre 2013. Dieci ragazzi perdono la vita per un colpo accidentale, un omicidio premeditato, una sparatoria: il più piccolo ha nove anni, il più vecchio quasi venti. Per un anno e mezzo Younge ricostruisce le loro vite spezzate, incontra i genitori, i parenti, gli amici, intervista esperti, esplora luoghi e scenari.    In un reportage narrato nel suo faticoso farsi, l’obiettivo si allarga dalla dimensione privata a quella pubblica e dà corpo al ritratto di un Paese che non può o forse non vuole prendersi cura dei suoi figli.  Gary...

Il libro digitale dei morti / Che ne è del diritto all'oblio?

Il problema della morte sui social, su cui sono da poco intervenuto proprio su Doppiozero, è al centro del nuovo Libro digitale dei morti di Giovanni Ziccardi, appena uscito per i tipi di Utet. Il volume si sofferma su una una questione che, per le ovvie ragioni che tutti possono immaginare, si può, a buon diritto, definire imprescindibile. Ma, a ben vedere, possiamo ascrivere la sua imprescindibilità anche a un altro motivo meno lampante: utenti di un qualche dispositivo digitale lo siamo tutti e tutti siamo chiamati a fare i conti con le trasformazioni che la virtualizzazione di questo aspetto così fondamentale dell’esistenza pone. La morte al giorno d’oggi ci chiama in causa, così, doppiamente: in quanto umani mortali e utenti tecnologici virtualmente immortali. Ed è proprio la pervasività del fenomeno della morte digitale a far sì che le sue implicazioni si rivelino pressoché inesauribili e straordinariamente complesse. Il lavoro di Ziccardi arriva, così, come sua consuetudine – ricordiamo i meritevoli lavori sull’odio online, sulla dialettica fra controllo e libertà in rete e sulla cultura hacker –, a mettere ordine all’interno di una questione a dir poco intricata su cui...

Antonio Calabrò, Palermo, la guerra di mafia nei primi anni Ottanta / Digerire i morti

“Fatica, Palermo, a digerire i suoi morti”. Ecco, a pagina 62, il senso di questo nuovo libro di Antonio Calabrò (I mille morti di Palermo, Mondadori, pp. 256, € 18,50) dedicato alla spietata guerra di mafia che insanguinò le strade della città e le menti dei cittadini nei primi anni Ottanta. Periodo in cui, con strategia tanto lucida quanto spietata, i cosiddetti Corleonesi guidati da Totò Riina e Bernardo Provenzano presero il potere a Palermo e dintorni, sterminando i principali esponenti delle cosche rivali e chiunque, con loro, li ostacolasse nel cammino di acquisizione della leadership criminale sul territorio. Un periodo denso, allucinante, cupo, che ha radici antiche e strascichi lunghi, su cui Calabrò – cronista del quotidiano “L’Ora” all’epoca – si sofferma con dovizia di particolari, ricostruendo strategie globali e piccole tattiche individuali, storie di vita vissuta, retrofondali politici e spettri economici. Antonio Calabrò, I mille morti di Palermo A un certo punto, nel libro, ci si perde, tanto complesso è il groviglio di assassinii e vendette, tradimenti e delazioni, astuti pentimenti e patetiche levate d’orgoglio, spie e controspie. I protagonisti sono...

Seconda parte / Nuove cartoline dai morti (II)

La signora che faceva la chemioterapia vicino a me leggeva sempre i fotoromanzi.  Mi piacerebbe che qualcuno lo facesse sapere a Tonino, il carpentiere siciliano che lavorava con me in Svizzera. Non mi ricordo di che paese era e non mi ricordo neppure il cognome. Aveva i baffi e gli piacevano gli spaghetti col tonno.   ***   Tenevo la mia mano stretta nella sua. Lei guidava, mi stava portando in ospedale. Ci stavamo amando e ora io stavo morendo. Fuori pioveva, la pioggia bucava il vetro, arrivava ghiacciata sul mio petto.   ***   Nella tomba vicina alla mia c’è uno che ogni tanto fa un colpo di tosse.   ***   Lo sapevo che sarei morto a marzo. Lo avevo capito a ottobre che sarebbe stato il mio ultimo inverno. E ora sono qui senza cappotto, con un vestito elegante che non mi ero mai messo.   ***   Mia moglie ha aperto l’armadio e io ho chiuso gli occhi.   ***   Chi mi veniva a trovare sotto sotto sperava che io non guarissi, e così è stato.   ***   La malattia mi ha cambiato la faccia, me l’ha fatta più grossa. Sembrava che avessi due facce. Due giorni in ospedale e poi mi hanno rimandato a casa. Sognavo di morire...

Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti     Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”   No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato...

Expo e dintorni: Lontano da Expo

Venti giorni lontano da Expo e da Milano. Una fortuna non per tutti quella di lasciare il capoluogo lombardo per qualche breve periodo, perché poi ci manca, si capisce. Fortuna anche che ci è dato di tornare.   Una delle ragazze del bar dove prendo il primo caffè nel quartiere dove abito ha avuto tre giorni di ferie, è andata a Venezia, ma il primo giorno di vacanza l’ha trascorso a Milano, non le ho chiesto cosa ha fatto, se è stata con la sua famiglia cinese o altro.   Ulivi, ph Antonino Costa   Il mio periodo di riposo si è svolto in campagna, una campagna vicino al mare, nella grande isola di Sardegna. È la seconda per dimensioni nel nostro bel mar Mediterraneo che in questo momento pullula di cadaveri. Pare che le sarde ne siano ghiotte. Anni fa lessi un libro straordinario. Ne riporto, per comodità, un pezzo che fa al caso mio. È tratto dalla recensione sull’opera di Stefano D’Arrigo, scritta da Andrea Cedola, La parola sdillabbrata. Modulazioni su Horcynus Orca: Dopo l’otto settembre e la liberazione di Napoli, ‘Ndrja Cambrìa, «marinaio,...