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paura

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Il dolore vissuto

Si può non essere interessati e preda di compassione di fronte all'oceano di dolore nel quale affoga il tempo che viviamo e nel quale da sempre affoga la coscienza degli uomini che in mezzo al dolore hanno vissuto e vivono?   * Io sono fotografo. O almeno, lo faccio da cinquant'anni. Nel tempo e con la vecchiaia ho visto crescermi dentro la necessità di esprimere in quello che faccio, anche con parole, dentro una letteratura ibrida di immagini e parole, ma anche di sole parole o di immagini senza parole, il mio rapporto di complicata relazione con la realtà e con me stesso. Ci ho costruito delle cose: libri, mostre, testi. Contraddittoriamente e caoticamente. In un paio di mostre, per esempio, c'erano capitoli che si intitolavano: La geometria e la compassione. Nei confronti del dolore, certo. Ma è compassione anche il tessuto attraverso il quale, con empatia e passione, costruiamo, almeno individualmente, i nostri piccoli giardini di felicità. Altrimenti non si potrebbe vivere.   * Scrive Longanesi nel 1949 in prefazione al libro di immagini Il mondo cambia: “Dal 1900 ad oggi, in cinquant’anni di...

Combattere il terrore

Questo articolo è un estratto del saggio contenuto nell’ultimo numero della rivista “Carte Semiotiche” (La Casa Uscher) curato da Angela Mengoni e dedicato al ruolo delle relazioni anacroniche che attraversano la cultura visuale     Combattere il terrore   Nella storia dei conflitti successivi alla guerra fredda, la “guerra al terrore”, scatenata dall’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001, comprende un insieme di dinamiche in cui gli obiettivi, le organizzazioni strategico-narrative, i confini spazio-temporali e gli attori coinvolti si moltiplicano e si diversificano a seconda dell’emergere delle minacce terroristiche, scatenando di volta in volta scontri diretti contro obiettivi nazionali, come l’occupazione dell’Afghanistan (ottobre del 2001) e la seconda invasione dell’Iraq (marzo del 2003). William J. T. Mitchell, autore di riferimento nell’orizzonte dei visual studies e fautore di un’iconologia del presente, nel suo Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi (La Casa Usher, 2012) spiega con chiarezza le trasformazioni...

Costruire sicurezze, demolire certezze

“Ci sono luoghi come le strade secondarie male illuminate, dove l'atmosfera stessa può istigare a delinquere anche una persona di buon senso”, fa dire Irvine Welsh all'odiato capo ispettore Toal nel romanzo Il lercio. Questa frase sintetizza esattamente le teorie su cui si fonda la progettazione securitaria: la configurazione di un luogo può favorire l'insorgere di comportamenti criminali.     A partire dal 1972, Oscar Newman grazie a questo assunto diffuse la propria teoria del Defensible Space (successivamente ribattezzata CPTED – Crime Through Environmental Design – nome “scippato” al criminologo Charles Jeffery) in tutto il mondo e nei paesi anglosassoni in particolare. E proprio in Inghilterra le polemiche riguardanti alcune soluzioni utilizzate per dissuadere lo stazionamento dei vagabondi – anticamera del degrado urbano, secondo alcuni – hanno suscitato nuovo interesse sulla relazione tra spazio urbano e sicurezza. O per meglio dire, sicurezza percepita. Perché è scientificamente provato che a fronte di un decremento dei crimini, non sempre corrisponda una sensazione di...

“Stop killing blacks”

La rivolta dei migranti di Rosarno del 7 gennaio 2010 è passata alle cronache come un evento inspiegabile, una fiammata di follia, l'ennesima conferma dell'emergenza immigrazione. In un mondo in cui molte cose sembrano quello che non sono, senza rispetto per una verità sfuggente ma per la vaghezza portata a sistema di conoscenza del mondo, anche in questo caso abbiamo letto e sentito un elenco di luoghi comuni e di menzogne.   Dal 1990 nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, a lavorare nei boschi di aranci ci sono i primi ragazzi immigrati in Italia. Inizia così lo sfruttamento di manodopera a bassissimo costo per la raccolta delle arance calabresi. Con lo sfruttamento inizia la violenza della 'ndrangheta che controlla anche il settore agroalimentare. L'elenco dei ragazzi africani feriti o uccisi negli agrumeti di Rosarno dal 1990 al 2010, l'anno della rivolta, è impressionante. La 'ndrangheta spara per mantenere il controllo, per spaventare, per fare capire che una volta finito il lavoro è meglio che gli immigrati se ne vadano altrove.   Il 10 settembre 1990 non è una di quelle date che si ricordano...

La paura

Noi italiani oggi non contiamo più nulla, esclama la signora in coda mentre entrano due occhi che definisce a mandorla. Mi fanno paura, sussurra. Lo sa che gli zingari hanno segnato le porte che vogliono svaligiare, mi dice la vicina di pianerottolo: non dormo più dalla paura. Le rapine alle prostitute che lavorano in casa hanno subito un incremento, mi confida il taxista che fa il turno di notte, ma non denunciano. Hanno troppa paura.   E camminando di notte nel centro di Milano semideserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai paura, o vigliaccheria emotiva. Sono i momenti in cui amo la polizia, cantava Giorgio Gaber in La paura.   Se mi potessi mettere al suo posto avrei meno paura, mi dice la persona che nella stanza d’analisi è seduta di fronte a me. Ha vent’anni ma ha paura di morire e così sogna la data della sua fine, mentre di giorno effettua i controlli sui suoi organi. Che sente vivi, dunque pericolosi. È la posizione del figlio unico, sdraiato tra i genitori anche da adulto, che trasforma la casa in...

Oggetti d’infanzia | Cancello

Da piccola, durante i mesi estivi, la grande aia della nostra casa veniva allestita per accogliere i numerosi braccianti che lavoravano i campi sotto la direzione del mio nonno paterno. Mangiavano in fretta seduti su cassette da frutta all’ombra degli alberi di noce, si sdraiavano per un breve riposo sull’erba o sulle stuoie di canna sparse qua e là per poi tornare presto alle loro faccende faticose. Nella calura del mezzogiorno accompagnavo spesso la nonna al limite dell’aia che si affacciava sui campi, per chiamare a raccolta i braccianti, e per aiutarla a portare i fiaschi colmi d’acqua e vino freschi. Una grande apertura delimitata da pioppi secolari separava la corte dalle terre coltivate.   In un sogno ricorrente che ha accompagnato per anni la mia infanzia e che mi ha fatto così spesso svegliare di soprassalto in preda al panico, vedevo su quel confine tra corte e campi, tanto innocuo di giorno, un sontuoso cancello in ferro battuto: due ante mastodontiche incorniciate in basso da un ornamento di varie file di fiori, in alto, abbellito da pennacchi a forma di fulmine, un chiavistello a capocchia quadrata lo teneva incatenato...

Ragni e formiche

Cosa sono ragni e formiche per noi sapiens? Sui ragni ci sono pochi dubbi. Fanno ribrezzo, ci spaventano. Li guardiamo con orrore quando con le loro otto zampette sembrano muoversi dove noi non possiamo arrivare. Ci sentiamo minacciati alla loro vista, il nostro corpo potrebbe diventare una superficie da percorrere. Si temono le loro punture, li si immagina tutti come fameliche tarantole pronte a colpirci proditoriamente.   È la rapidità a spaventarci, insieme al modo furtivo in cui fanno ingresso nelle nostre vite. Primo Levi li associava alla morte: le ragnatele infatti coprono gli oggetti che abbiamo abbandonato, i luoghi dimenticati. Wells, il padre della letteratura fantascientifica, li immaginò capaci di organizzarsi per colpire gli umani. Nello splendido racconto “La valle dei ragni” (scritto nel 1903 e ora riproposto da Adelphi ) aracnidi di enormi dimensioni – la metà della mano di un uomo – si muovono in nuvole lanuginose simili a meduse, trascinate e guidate dal vento. Individuata la preda, la intrappolano con le ragnatele e la uccidono, come capita ad uno dei protagonisti del racconto, l’indiano dal...

Il mito della Guerra dei Mondi

“Era la vigilia di Halloween... l’unica seccatura è che un numero  impressionante di ascoltatori si è dimenticato che giorno era” (Orson Welles, 1938)     Oggi la trasmissione La Guerra dei Mondi di Orson Welles compie 74 anni. Tutti la citano come l’esempio più eclatante del potere dei media di falsificare la realtà e condizionare le credenze del pubblico. Oggi proverò a decostruire questo mito, cercando di chiarire i motivi delle reazioni del pubblico e soprattutto cercando di rimettere in discussione una volta per tutte il falso mito del panico generalizzato che questa trasmissione generò.   La sera di domenica 30 ottobre 1938, alle otto in punto, la Cbs trasmetteva in diretta La Guerra dei Mondi, un radiodramma tratto da un romanzo di H.G. Wells e diretto dal giovane Orson Welles. Il programma apparteneva alla serie di adattamenti radiofonici Mercury Theatre on air, in onda ormai da sedici settimane senza che avesse ancora raccolto grande successo. La domenica sera, alla stessa ora, la Nbc mandava in onda il più popolare Charlie McCarty Show e la Cbs non aveva ancora trovato...

Jeff Nichols. Take Shelter

Le badlands americane sono piatte e sconfinate, non nascondono nulla, non lasciano via di scampo. Per il cinema sono un luogo iconico in cui dare vita a un fantasma che non si ciba del buio, della sorpresa, dello spavento, ma del loro contrario: la luce, l’attesa, l’ansia che si insinua lentamente.   Pensate a Intrigo internazionale, all’aereo dall’alto, a Cary Grant che vede tutto e non sa dove fuggire o nascondersi: ovunque si muova è a tiro, ovunque si giri è solo terra piatta, nessun riparo o quasi. La paura lo circonda, lo soffoca. Sopravvive, certo, ma il ribaltamento di prospettive, il troppo spazio dove fuggire e dunque l’impossibilità di fuggire, generano un trauma soprattutto per lo spettatore.     A Hitchcock ovviamente non importava nulla delle terre selvagge, dei misfits, della disperazione bella e maledetta: ma come spesso è accaduto nel suo cinema, nello spazio infinito del suolo americano aveva intravisto una terra di nessuno da riempire con il rimosso di una nazione.   E cinquant’anni dopo, parecchi Malick, Springsteen, Monte Hellman e road movie dopo, il giovane...

Quel MacDonald’s di Stephen King

Semiosi illimitata. (Umberto Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione)     Nella raccolta A volte ritornano di Stephen King (ed. Bompiani) si può leggere un’introduzione firmata dallo scrittore John D. MacDonald. È un’introduzione molto piacevole scritta dall’autore del romanzo The Executioners trasposto in due versioni cinematografiche, la prima del 1962 col titolo Cape Fear interpretata da Robert Mitchum e la seconda del ’91 diretta da Martin Scorsese con Robert De Niro e un cast all star. The Executioners è grosso modo un romanzo dell’orrore, anche se John D. MacDonald, morto nel 1986, non viene certo ricordato come scrittore horror, ma piuttosto per i suoi romanzi hard-boiled, pulp e persino science-fiction. Come mai, allora, l’autore di un solo romanzo più thriller che horror ha firmato la prefazione di una raccolta di racconti dell’orrore scritta da uno scrittore dell’orrore?     Nell’introduzione, MacDonald suggerisce una risposta a questa domanda: “Per una strana coincidenza, oggi il romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King e il mio...

Madrid. Le elezioni del 20 novembre e il futuro

Ricordando un’installazione del 2008, l’artista catalano Antoni Muntadas rifletteva sulla paura come esperienza condivisa in momenti di conflitto, l’unica che accomuna i due lati di una frontiera problematica dove l’alterità si nutre di un senso d’incomprensione e di esclusione, nell’impossibile comunicazione.   La paura è anche il tema del recentissimo libro La economía del miedo (Editorial Galaxia Gutenberg) di Joaquín Estefanía, personaggio chiave della nostra Transizione democratica degli anni Settanta, che propone un’analisi dei meccanismi attraverso i quali il timore dei cittadini per la disoccupazione e per la povertà contribuisce a rafforzare il dominio dei mercati. A questo proposito egli riporta una citazione del sociologo francese Michel Wieviorka: “In un contesto di crisi gli attori sociali sono stanchi e le difficoltà di sopravvivere provocano situazioni difficili che abbattono il morale. La violenza e la conflittualità sono più frequenti quando ci sono ricchezza e risorse. Ma quando comincia la crisi, la gente non capisce bene cosa succede e...

Una conversazione con Antoni Muntadas

Al Centro Reina Sofía di Madrid ha aperto da pochi giorni Entre/Between una retrospettiva del lavoro di Antoni Muntadas che attraverso nove “costellazioni tematiche” offre una lettura complessiva del suo percorso. Maturato nel clima radicale degli anni settanta, il lavoro di Muntadas, nato a Barcelona nel 1942, residente a New York dal 1971 e da molti anni docente al MIT, si configura da subito come un’indagine intorno ai meccanismi discorsivi che danno forma all’esperienza sociale contemporanea. Con forme e media molto diversificati – dai dispositivi tipici dell’arte concettuale (inchieste, libri, archivi, interviste, ecc.) a installazioni, video, progetti nello spazio pubblico e più di recente al web –, l’opera di Muntadas affronta direttamente il potere e le istituzioni che lo rappresentano, prendendo di mira la logica egemonica, la rete di occultamenti, di falsificazioni grazie alle quali esse mantengono la loro credibilità. Come altri artisti a lui affini, ad esempio Daniel Buren e Hans Haacke, l’artista spagnolo sviluppa al tempo stesso una visione critica dell’arte e del suo “sistema,...

Dieter Schlesak. L’uomo senza radici

Dieter Schlesak con L’uomo senza radici (traduzione di Tomaso Cavallo, Garzanti, Milano 2011, 462 pagine) dissolve la forma romanzo nella storia privata della propria famiglia riuscendo a raccontare il Novecento della Shoah e delle ideologie attraverso un romanzo composito, che muta pagina dopo pagina quasi biologicamente. Schlesak maneggia letterariamente il sogno e l’allucinazione dando senso e spazio alle illusioni e alle esaltazioni che furono il motore di terribili tragedie. Le parole si fanno così briciole cadute da un tempo che ritroviamo oggi, con angoscia, sulla nostra tavola. Dieter Schlesak scioglie nel suo romanzo una sorta di canto funebre che partendo dalla morte della madre lo riporta nei luoghi dell’infanzia. Esule da sempre, come tedesco in Romania in un impero ormai dissolto, come razza occupante e poi come minoranza sotto scacco della dittatura comunista, Schlesak si ritrova così straniero ai luoghi della sua stessa infanzia e ai suoi stessi ricordi che rievocano litanie scomparse, canzoni perdute. Il ricordo si mischia al sogno, i brevi capitoli, anche di una sola pagina, sono veri e propri vaneggiamenti (Il titolo originale...

Giusi Marchetta. L'iguana non vuole

Contiene molte cose L’iguana non vuole (Rizzoli, 2011), primo romanzo di Giusi Marchetta. L’impressione, scivolando tra le pagine di un libro ben scritto e senza i risvolti narcisistici oggi quasi di prammatica, è che il desiderio di raccontare una storia non sia mai disgiunto dal bisogno di fare spazio a tutto ciò che l’autrice ha da dire: sulla scuola, sulla condizione dei precari, sull’emigrazione, sulle storie d’amore e di amicizia, sull’autismo e la malattia, sulle nevrosi, le rabbie e le paure che tutti ci portiamo appresso. Su una generazione di ragazzi a trent’anni quando, come dice l’autrice, a trent’anni ragazzi non si è più. Non è un romanzo di denuncia, ma è un romanzo che, raccontando, denuncia: la storia è sempre in primo piano ed è attraverso di essa che prende corpo la realtà illustrata nelle sue differenti sfaccettature quotidiane, in tutti i suoi risvolti pratici (coinquilini, trasferte, traslochi) ed emotivo-relazionali.   Emma ha 28 anni, una laurea in lettere con il massimo dei voti, e la specializzazione sia per l’...

Il cammino degli infermi

Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa. L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana di Castelbaronia. Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano...

Di libro in libro scorre la vita

Certe volte capita che la lettura di un libro metta in moto una reazione a catena, per cui si sente il bisogno di dipanare una matassa, si ricorre ad altri libri, ti tocca fare i conti con episodi del passato, si ritorna ai libri e si va avanti, fino a quando si mette un punto. Per modo di dire.   Chernobyl di Francesco Cataluccio mi ha portato a Imperium di Ryszard Kapuscinski, come tenendomi per mano. Il 4 giugno 1933, mentre in Ucraina si muore di fame e le madri impazzite mangiano i propri figli denutriti, il responsabile della catastrofe passata alla storia col nome di Holodomor, Stalin, approva l’esecuzione del suo progetto più folle, la costruzione del Palazzo dei Soviet a Mosca: l’edificio, racconta Kapuscinski, avrebbe dovuto oscurare l’Empire State Building; alto 415 metri, sormontato da una statua di Lenin alta tre volte la Statua della Libertà, (il cui dito indice avrebbe dovuto misurare 6 metri), a costruzione ultimata avrebbe raggiunto una capacità di 7 milioni di metri cubi, equivalente alla cubatura dei sei massimi grattacieli newyorkesi di allora, un vero schiaffo all’America. Mentre sulle strade e fra i...

Ottaviano / Paesi e città

  Ah, il grande José Feliciano. E, mi voglio rovinare, perfino i Ricchi e Poveri. Già, perché passano gli anni, passano i decenni, ma ogni volta che sento Che sarà, ogni volta che, da solo o in coro, canto “paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato”, non posso fare a meno di pensare al mio, di paese, anche se (o magari proprio perché) non ci vivo più da tutti quei decenni. Sta sempre lì, Ottaviano, disteso sulle falde del monte Somma, appollaiato sopra il Vesèri che forse scorre ancora sotto terra, come un passato carsico che non si rassegna a passare; sta lì con la sua Chiesa Madre, con il Castello Mediceo finalmente strappato alle grinfie della camorra e restituito ai cittadini, con le viuzze strette e ripide del centro storico, con quella montagna incombente fatta di lapilli, di querce e di robinie.   Tranquilli: non mi metterò a suonare il languido violino della nostalgia. Sono andato via da più di trent’anni, ma non coltivo sogni da emigrante che vorrebbe tornare. E tuttavia è chiaro che la mia “patria” di scrittore...

Il sabato del villaggio / Manovra economica

Mai come in questi giorni, l’Italia sembra proiettata verso il futuro. Il ministro dell’economia ha presentato in consiglio dei ministri la manovra economica per stabilizzare il debito e rilanciare l’economia. Una manovra doppia quindi, che stabilizza e rilancia, ma soprattutto che punta tutto sul futuro, rimandando al 2013 i provvedimenti più impegnativi. Se la paura per il futuro prima lo immobilizzava, oggi rinchiude letteralmente il Paese in una sorta di illusione in debito, qualcosa di molto simile ad un’ansia adolescenziale perennemente tesa tra i sensi di colpa per i compiti da fare rimandati a dopo e un’apatia consumata davanti ai programmi televisivi pomeridiani. Dalla televisione al telefono: questa la mutazione di un Paese che fu di 60 milioni di c.t. della nazionale e che oggi è più vagamente composta da 60 milioni di manovratori. Tardoadolescenti anni Novanta cresciuti con troppa tv e niente internet.   Ed è agli anni Novanta che ci riportano le immagini e anche le telefonate di Luigi Bisignani, manovratore gattopardesco sempre alle spalle dei potenti per meglio sussurrare alle loro orecchie. Giorgio...

L’ultima peste

Nel 1831 Schopenhauer lasciò Berlino fuggendo da un’epidemia di colera. Si rifugiò a Francoforte dove visse per il resto della vita. Fuggire da un luogo dove un’epidemia imperversava era allora ancora una delle poche strategie possibili; ancora sconosciute le cause di molte malattie, sconosciuta per la maggior parte delle persone l’esistenza dei microrganismi, Pasteur ancora da venire.   Nel 1929, un morbo oggi pressoché dimenticato come la difterite in Italia era ancora un flagello. In un piccolo paese sull’Appennino Tosco-Emiliano il mal del groppin – la riproduzione dei microrganismi nella laringe portava all’asfissia – causò in pochi mesi la morte di oltre 20 bambini. In quel paese annidato tra i monti la malattia era stata portata da Genova da due bambini e dalla loro madre fuggiti dall’epidemia e rifugiatisi nel paese d’origine. Un evento vissuto come una tragedia collettiva se, in tempi in cui era ancora alta la mortalità infantile, per decenni la celebrazione di una messa restò a testimonianza di quella strage. Un secolo dopo l’epidemia di colera che aveva...

La falena dell’Acheronte

Ad interessarmi, in quei primi anni, erano quasi solo le farfalle, intendo, le farfalle diurne, quelle che in gergo tecnico si chiamano “ropaloceri”, ovvero “antenne a clava”, essendo questa la caratteristica-chiave che le contraddistingue dalle farfalle notturne, le falene, quelle che hanno antenne di varia forma: filiformi, piumose, a pettine, e così via.   Erano solo le farfalle diurne, dicevo, quelle che mi ossessionavano quando uscivo con il mio retino a caccia: multicolori, bellissime, eleganti, furtive, astute, leggere, veloci. Ma attenzione, lettore: il mondo delle farfalle sensu lato comprende anche la ben più abbondante categoria delle falene che sono 10 volte più numerose delle farfalle. Al mondo vi sono quasi 170.000 specie di farfalle, ed il 90% di esse sono falene. In Europa, ad esempio, abbiamo meno di 500 specie di farfalle diurne su di un totale di 5000. Ma l’interesse per le falene era davvero minimo nei primi anni di ricerche ed esplorazioni per i prati ed i boschi del Biellese. Infatti, questi esseri sono spesso grigiastri, bruni, smorti, monotoni, scuri, pelosi, dal grande corpo e dall’...

Acqua primo amore

Credo che il periodo del terremoto del ‘76 in Friuli sia stato uno dei momenti più felici della mia vita. La mia terra era in ginocchio, il dolore e la morte più reali e brutali che mai, ma non mi sfioravano minimamente. Vivevo in una mia bolla euforica lontana galassie da quel che stava succedendo. Ero innamorato, e il mio amore corrisposto. Del resto non mi importava nulla. Avevo la fortuna di non essere toccato personalmente dalla tragedia, e così nessuno dei miei amici. Non provavo la minima paura. Dopo i primi scossoni, che avevano mandato all'aria vite e case come briciole ai passeri, continuavano a manifestarsi frequenti lievi scosse di assestamento che facevano impazzire di paura la gente. Non me. Poteva succedere in piena notte, ed ecco che la casa si svegliava con una vibrazione di terrore, i miei balzavano fuori dal letto per fare di corsa tre piani di scale e passare il resto della notte in macchina. Tentavano di far uscire anche me, inutilmente. Non avevo nessuna voglia di alzarmi per una paura che proprio non mi toccava. Se va giù tutto, pensavo, faccio fatica per niente, tanto vale stare a dormire. E dormivo beato e...