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profugo

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Straniero / Profughi bianchi, neri e color caffellatte

Sono stato profugo anch’io, nel mio piccolo, fatto non raro per “quelli dalla dura cervice”. Habiru vorrebbe dire, nell’antica lingua egizia, “straniero”.    Sono stato profugo in Svizzera nel 1939. Ho visto le aspre montagne della Confederatio Helvetica, già innevate a settembre, ma non arrancavo a piedi lungo gli scoscesi pendii, le guardavo appiccicato al finestrino del treno. Arrivato a Basilea, per alcune settimane ebbi modo di imparare qualche frase di tedesco, e già quando stavo mescolandolo con l’italiano natio, venni confusamente a sapere che non sarebbe stata la mia lingua perché il papà, come tutti sanno, non fu accettato come insegnante al Conservatorio. La Confederatio non ci voleva, perché avevano già troppe grane da sbrigare con i profughi laceri, stanchi e disperati, quelli che venivano dall’Est. La mamma, il papà, con me e il fratellino vestiti con gli abitini migliori, tutti e quattro “veramente spiaciuti”, andammo a trovare il Rabbino Capo di Basilea che, nel mio ricordo, è Sigmund Freud, ma un Sigmund tenerissimo che offerse a noi bambini squisite caramelle, mentre spiegava la serie pressoché infinita di motivi per i quali la Comunità non ci poteva...

Popoli in lattina

Dragan Zabov: Durante un incontro al Campus tra i partecipanti e gli studenti della Al-Quds University, di fronte ai 15 refugee palestinesi, una studentessa palestinese di Al-Quds mi pose, senza interloquire con loro, questa prima domanda: “come internazionale e visitatore dei campi profughi, non ti sei mai sentito in pericolo? Cos’è per te il concetto di civilizzazione?”. Lì per lì sono rimasto un po’ allibito, scambiando sguardi veloci e un po’ sanguigni con i refugee. Poi ho azzardato: “Non ne ho la minima idea... penso si possa speculare storicamente su quando abbiano avuto inizio le prime forme di intelligenza collettiva per la costruzione di beni comuni, ma il concetto di civilizzazione contiene in sé molte proposte. E i campi profughi ti possono offrire molti sguardi sul possibile, anche partendo da condizioni estreme, eccezionali e drammatiche. La pratica dell’architettura per esempio, la forma urbana, accompagna perfettamente questo ventaglio imprevedibile. Loro... [indicando i partecipanti, nds] sono le mie guide in tutto questo. E la gente che incontro al campo mi fa sentire, ognuno a modo suo,...

Chinese boxes

“Polifemo pensa per livelli, Ulisse per dimensioni…”   Franco Farinelli     Per il mio ultimo dispaccio da Campus in Camps (prima puntata), ho deciso di “togliermi dalle scatole”. Fuori per un attimo dalle categorie, in iperventilazione, all’interno di un conflitto multidimensionale, con tante chiavi e poche porte, i danni vengono passati da mente a mente attraverso le idee e il ferro nei corpi, nel tempo. Mi suona familiare, come se non riguardasse solo questa terra contesa… sei d’accordo?   “The dreamer can always remember the genesis of the idea. True inspiration is impossible to fake…” (Ariadne in Inception, Christofer Nolan 2010). Rendere possibile un incubatore di nuove idee, nate da sognatori in eruzione in un ambiente sedato o martoriato. Questa è in linea di massima una traccia ideale che mi sembra interessante seguire, notte tempo e oltre. Una plausibile formula per chiarire l’utilità di questo programma, articolato come progetto sperimentale e pilota. Uno spazio “protetto” dove tentare l’inusuale, aggiungere informazioni,...

La visione del futuro nasce tra i profughi

Mi trovo a Beit Sahour, un villaggio vicino a Bethlehem, in Palestina. Il viaggio per arrivare è avvenuto in modo inaspettatamente ricco. Questa volta ho deciso di arrivare dalla Giordania, via Istanbul. Da Amman, superato il ponte King Hussein, sono arrivato a Jericho dove ha luogo la prassi di confine per l’identificazione e la selezione degli ingressi. Il bagaglio, il corpo, la psiche ai raggi X.   Ad accogliermi, Sandi Hilal e Alessandro Petti, i progettisti e agitatori culturali che movimentano il fenomeno Decolonizing Architecture. Sono loro a curare e dirigere il progetto Campus in Camps, il motivo del mio stare, che a partire dal 16 febbraio offre a 15 giovani palestinesi un percorso formativo di due anni finalizzato a individuare nuovi modelli e processi da mettere in atto per rappresentare e raccontare un’altra visione nel futuro dei Refugee Camp. Nelle aspettative, una delle azioni in grado di portare un miglioramento progressivo della qualità della vita in questi luoghi.   Il sistema di partnership messo in piedi per la sua concretizzazione è composta da attori legittimati e con esperienza sul campo e, soprattutto,...

Tutti profughi

Giovedì pomeriggio 15 dicembre, autostrada Bergamo-Milano, poi tangenziale est per immettermi sulla Milano-Genova: sono diretto a Pavia, dove si proietta “Piazza Garibaldi”. Ascolto Fahrenheit, come faccio sempre quando sono in macchina, e cerco di capire meglio quello che è successo fra sabato 10 a Torino, il pogrom della Cascina Continassa, alle Vallette, e martedì 13 a Firenze, nei pressi del mercato di San Lorenzo, dove Gianluca Casseri ha ucciso Samb Modou e Diop Mor. C’è Marco Revelli alla radio, è stato lui il primo a usare la parola pogrom sul Manifesto: nella sua voce, oltre l’amarezza e l’indignazione, avverto qualcosa di nuovo, un tono quasi spaventato, o forse smarrito, quello di chi ha speso anni per avvertirci dei rischi d’incendio, con tutta quella benzina distribuita dagli “imprenditori della paura”, e vede ormai alzarsi le fiamme fra le pareti di casa, la nostra.  Devo ammettere di aver sentito un brivido scendere dalla nuca e fermarsi fra le scapole, per qualche secondo, come in cerca del suo posto.   Quel pomeriggio a Pavia, un mezzo disastro: pessima la...