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rumore

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Giorno 15 / Voce

All’inizio del ventesimo secolo, un danese immigrato negli stati uniti, Peter L. Jensen, e il suo socio americano, Edwin Pridham, stavano cercando di migliorare le prestazioni acustiche del telefono. Lo storico W. David Lewis racconta che nel 1910 un parente di Jensen visitò il loro laboratorio e lanciò un’idea. Alle partite di baseball di San Francisco, gli annunci erano proclamati con il megafono da un tizio pittoresco che si faceva chiamare Foghorn Murphy (“foghorn” è la sirena che avverte i naviganti nella nebbia). Se Jensen e Pridham avessero trovato il modo di potenziare i loro dispositivi, non ci sarebbe stato più bisogno di figure come Foghorn Murphy. I due soci collegarono al ricevitore telefonico la tromba acustica di un vecchio fonografo. Con l’aggiunta di un microfono e un trasformatore, ottennero il primo sistema di amplificazione, che a detta di Jensen produceva «un chiasso di strilli e ululati che spaccava le orecchie e incuteva terrore». Avevano inventato l’altoparlante. Ne corressero i difetti allontanando il microfono dal ricevitore. Poi posarono un cavo fino al tetto del laboratorio, dove fissarono la tromba acustica. Pridham parlò nel microfono. Jensen...

Vermi sonori e usignoli meccanici

«Bastaaaa!» Ecco quello che ognuno di noi, almeno ogni tanto, urla silenziosamente all’ennesimo, allegro motivetto che ci martella da qualche onnipresente altoparlante. Una musica persecutoria accompagna ormai di regola l’utente di ogni aeroporto, bar dalle happy hours, negozio in franchising, centro commerciale, palestra. Forse i ritornelli della musica commerciale, come i canti delle varie specie di uccelli in natura, istituiscono e definiscono intorno a noi un territorio urbano nel quale, altrimenti, ci sentiremmo spaesati. Come dicono in Millepiani Deleuze e Guattari (1980) “ritornello” è sinonimo di principio di organizzazione contro il caos: nel buio, colto dalla paura, il bambino si rassicura canticchiando, «si mette al riparo con la sua canzoncina». Forse per lo stesso motivo cantiamo sotto la doccia, quando siamo svestiti, esposti a un getto d’acqua che altera la nostra temperatura e invade le nostre superfici e i nostri orifizi. Con il consueto gusto del paradosso, Woody Allen immagina un tenore che riesce a cantare solo sotto la doccia cosicché gli allestiscono un box con tanto di acqua corrente sui...

Duka e Marco Philopat. Rumble Bee

Rumble è una parola onomatopeica inglese che significa “rimbombo”, “boato”, “frastuono”, “fracasso”, ma è anche riferibile ai movimenti interni del corpo e delle sue viscere: “brontolio (di stomaco)”, “gorgoglio”. Il romanzo di Duka e Marco Philopat Rumble Bee (Agenzia X, pp 301, 15€) è il racconto di un rumble, la registrazione fedele dei rumori e sommovimenti impressi nel cervello di Malcolm, un “ragazzo” quarantenne romano, dipendente precario di una piccola casa editrice e standista presso le moltiplicantesi fiere del libro. Gli autori non ci vogliono presentare un’anima con una storia e pensieri definiti; quello di Malcolm è un cervello fatto di tessuti, neuroni e sinapsi, che entrano volta per volta in profonda risonanza con ciò che li contatta: gli scontri con la polizia nelle manifestazioni di piazza, l’hashish “Temple Ball” e varie sostanze psicoattive, ambienti e paesaggi come il Deserto del Sinai il biancore gelido di Copenhagen. Malcolm muta con ciò che gli sta intorno, i suoi pensieri si riorganizzano e...

Le sirene delle dodici

Anziché andare al teatro dell’Opera, John Cage preferiva ascoltare il traffico dal suo appartamento newyorchese su Sixth Avenue. I rumori nei quali siamo quotidianamente immersi ci disturbano finché li ignoriamo, scriveva, ma diventano intriganti non appena ci mettiamo ad ascoltarli. Bisogna prendere Cage alla lettera quando dice: “If you listen to Beethoven or Mozart, you see they are always the same. But if you listen to traffic, you see it’s always different”. Il traffico è uno spartito lacunoso pieno di variazioni e dinamiche inattese, di crescendo e diminuendo, di mezzopiano e mezzoforte, di tempi lunghi e corti, di timbri e accenti diversi, di precipitati e miracolose sospensioni. Le città sono degli sterminati soundscape, depositi di sons trouvés, macchine che producono ambient noises, ovvero nient’altro che suoni senza alcun contenuto liturgico, celebrativo, esortativo, introspettivo, espressivo. Suoni de-psicologizzati che non significano niente.   Che questo valga solo per Sixth Avenue?, comincio a sospettare quando mi accorgo che nello spartito di Parigi, dove Cage ha trascorso da giovane...

Il lutto del tutto

Amore e morte, per eccellenza, sono i temi della poesia. Uniti in un vincolo tenace, stabile proprio perché soggetto a tutte le metamorfosi, tutte le contraddizioni. Ed è così almeno da quando i fondatori della nostra lingua, nonché della poesia moderna, Dante e Petrarca, hanno avuto in sorte la “grazia ben formidabile” (così una volta, più tagliente che mai, Edoardo Sanguineti) del fatto – storico quanto mitobiografico – che “l’amata muore”.   Poeta per antonomasia petrarchesco si è mostrato, sin dagli esordi di Dietro il paesaggio (1951), Andrea Zanzotto. Così lo presentava infatti, nel ’54, il suo primo grande sponsor Ungaretti: di fronte al “segreto d’un panorama”, ogni giorno riscoperto e nondimeno sempre uguale, non si poteva che pensare al “Canzoniere del Petrarca dove da sonetto a sonetto appare sempre lo stesso fantasma, ma l’animo da sonetto a sonetto si modula a un grado diverso”. Esibitamente e quasi provocatoriamente Petrarca, dunque: nel tempo, il secondo Novecento, del massimo culto per Dante. Così fra l’...

Universalismi

Una decina di giorni fa mi sono ritrovato al DigiTrok! l’evento organizzato da Trok! e Digicult presso la Cascina Autogestita Torchiera a Milano. Una giornata costellata di banchetti, laboratori e concerti, con la presenza, e qui mi riferisco essenzialmente alla parte musicale, di artisti come Daniela Cattivelli, Nicola Ratti, Teatrino Elettrico, Echran, Otolab e altri ancora; molti di loro con un sound che spesso sfociava in un noise elettronico di ascendenza industriale, quando non direttamente nell’assordante devastazione del rumore bianco. A gran parte del pubblico (tra cui includo me stesso) questa musica da percepire quasi più con il corpo che con la mente è piaciuta o almeno è sembrata molto interessante, a giudicare dall’attenzione e concentrazione con cui venivano seguiti gli artisti. Mi è capitato però di incontrare qualcuno, meno uso alla violenza e alla totale mancanza di armonia o melodia di queste espressioni sonore, che si poneva il problema se esse fossero musica oppure rumore e che indicava nel fatto che il grande pubblico rifugge da questi ascolti la prova che queste sonorità “noise...