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sculture

(11 risultati)

Museo Civico Archeologico di Bologna / Ex Africa: l’arte dell’ineffabile

Non sono mai stato in Africa. Ho letto e visto molto: soprattutto le mostre curate dal grande studioso e collezionista Ezio Bassani (come La grande scultura dell’Africa Nera, al Forte Belvedere di Firenze, nel 1989, e la mostra Africa. Capolavori da un continente, nel 2003, alla Galleria d’Arte Moderna di Torino), deceduto, all’età di 94 anni, mentre stava preparando, assieme a Gigi Pezzoli, la mostra Ex Africa. Storie e identità di un’arte universale appena inaugurata a Bologna.  Difronte all’arte africana ho la strana sensazione di toccare un oggetto attraverso un guanto, avendo l’impressione che il tatto sia falsato da non esser mai stato in Africa e dalle mille incrostazioni equivoche che l’Occidente ha imposto a quel mondo.  Però, forse, questa mancanza di “conoscenza sul campo” mi aiuta a guardare e apprezzare l’arte africana con uno sguardo libero, come pura arte e non come documenti etnografici. Anche se si tratta di un’“arte tradizionale”, fatta di opere non create espressamente per il mercato, ma in risposta ai bisogni religiosi, rituali, politici ed estetici delle società africane del passato.  L’arte africana per esistere non ha infatti bisogno di...

Asakura / Tra Oriente e Occidente. Un viaggio a Tokyo

Al visitatore occidentale il nome di Asakura non dice granché. Eppure capita di essere presi da una singolare emozione nell’entrare in queste stanze, dopo essersi tolti le scarpe e averle riposte nel sacchetto di plastica che il museo mette a disposizione. In Giappone anche il minimo dettaglio è pianificato. Prima ancora di essere entrati nella casa-museo, si è già varcata una soglia che resta per lo più invisibile al viaggiatore occidentale. Prima ancora che se ne accorga, è già dentro un cerimoniale minimo, ma inaggirabile, di vestizioni e svestizioni, di atti e di posture. In fondo quella giapponese è una cultura della soglia. Lo si scopre ben presto, visitando i templi buddisti o scintoisti o i monasteri zen.  Il 朝倉彫塑館 (nome inglese: Asakura Museum of Sculpture) è la prima e unica casa-museo che visiteremo durante il nostro viaggio in Giappone, un paese che ha con il nome proprio e le sue sopravvivenze un rapporto evidentemente molto differente da quanto capita in Occidente. Fumio Asakura (1883-1964) è stato uno scultore di assoluto rilievo all’interno dell’arte giapponese del ’900.   All’interno di questa casa non solo ha vissuto e lavorato, ma vi ha anche istituito...

Low Form / Immaginari e visioni nell’era dell’intelligenza artificiale

Tre altoparlanti trasmettono a volume appena percepibile una fitta conversazione. A dialogare però non sono esseri umani ma entità virtuali, con termine tecnico chatbots, programmate per simulare il fluire casuale del parlato. I bracci robotici in movimento e i fili che li collegano accompagnano un dialogo da cui il visitatore risulta inesorabilmente escluso, incapace di intervenire o di coglierne i significati. L’installazione, dal titolo Do You Like Cyber?, apre la mostra Low Form in corso al Maxxi di Roma (a cura di Bartolomeo Pietromarchi, fino al 24 febbraio), incentrata sul rapporto tra ricerca artistica e intelligenza artificiale e nel titolo propone una delle domande attorno a cui ruotano le riflessioni dei sedici artisti invitati.    Nel percorso espositivo si incontrano chatbots, dipinti algoritmici, video-installazioni e visori VR che disegnano scenari tecno-utopici e realtà simulate basate su una distinzione sempre più sottile tra umano e non-umano. Il cuore della mostra, infatti, risiede nelle questioni sollevate dal dibattito sul rapporto tra fattore umano e Intelligenza Artificiale (o I.A.), che nel nostro tempo investe il mondo dell’arte suscitando...

Alla Tate Modern fino al 10 settembre / Giacometti: all'inizio del mondo

Somiglianza e differenza: siamo più simili o più diversi rispetto agli altri esseri umani che ci circondano? L’interrogativo ha affascinato filosofi e artisti di tutte le epoche e tutte le culture, ma universalismo e unicità restano i due poli entro i quali si muovono le relazioni umane: continuità e identità ci mettono in contatto e ci distinguono. È questa, forse, la migliore linea-guida per ripensare oggi – dopo Adorno, dopo Canetti, dopo Deleuze: da dove siamo noi, suoi postumi di cinquantun’anni – all’arte di Alberto Giacometti. Il particolare distintivo era la sua ossessione, perché non poteva tollerare la riduzione dell’esperienza alla riproduzione del mondo: guardare significava per lui cogliere l’elemento irriducibile alle logiche della somiglianza formale.   Guardare era, perciò, prima di tutto un fatto materiale: significava capire come le cose sono fatte per farle parlare attraverso la materia. Gli occhi, diceva, attirano la nostra attenzione, quando guardiamo una faccia, perché sono fatti di una materia diversa dal resto della faccia. Ciò li rende speciali, che è altra parola-chiave dell’universo di Giacometti: apparentemente alla ricerca di ciò che è distintivo...

100 anni di Rodin / Rodin e il dominio sessuale

«La gente dice che penso troppo alle donne» disse Rodin a William Rothenstein. Pausa. «Però, in fondo, che cosa c’è di più importante a cui pensare?»   Cinquantesimo anniversario della sua morte. Per l’occasione si sono stampate decine di migliaia di riproduzioni delle sculture di Rodin, destinate in particolare a libri commemorativi e servizi giornalistici. Il culto degli anniversari è un mezzo per informare in modo indolore  e superficiale un’«élite culturale» che, per ragioni di mercato, deve essere in continua espansione. È un modo di consumare – non di comprendere – la storia.   Fra gli artisti della seconda metà del xix secolo oggi considerati dei maestri, Rodin fu l’unico che ebbe onori internazionali e venne ufficialmente considerato un personaggio illustre nel corso della sua vita attiva. Era un tradizionalista. «L’idea di progresso» diceva «è la peggior ipocrisia di cui la società sia capace.» Nato in una modesta famiglia parigina di petit-bourgeois, Rodin divenne un maestro. All’apice della sua carriera dava lavoro a una decina di scultori incaricati di scolpire i marmi per i quali era famoso. A partire dal 1900 dichiarò che le sue entrate annuali...

Making Douala 2007-2017

Italian Version   A small structure spread over three stories, with flooring bordered by rows of seedlings running along the balustrades, all nourished by an irrigation system that collects rainwater and distributes it drop by drop. Each drop falls against metallic cans and produces a musical note, creating a delicate and harmonic sound. Lucas Grandin's The Sound Garden of Bonamouti (Le Jardin Sonore de Bonamouti) rises a little higher than the Wouri River in Douala, a large city in Cameroon. Surrounding it is a lawn, finally clean. When the artist arrived in the area in 2010, it resembled a landfill dump. Convincing the inhabitants to clear the terracing overlooking the water, in a setting that seemed potentially fascinating, was not easy: Grandin rolled up his sleeves and began to remove tires, plastic, garbage, by himself. Slowly one after another joined him.   Lucas Grandin, Le Jardin Sonore de Bonamouti, 2010. Credits doual'art.   Recognizing that an abandoned space can become a shared space is not really obvious in the context of an area like Douala, where a large part of the population lives in informal settlements with no roads and few spaces of...

Public Art in Africa / Making Douala 2007-2017

English Version   Una piccola costruzione su tre piani, calpestabile, delimitata da file di pianticelle che si rincorrono lungo le balaustre, nutrite da un sistema di irrigazione che distribuisce capillarmente l’acqua piovana. Ogni goccia prima di raggiungere la terra del vaso picchia contro un elemento in metallo e produce una nota, creando un coro di tintinnii delicato e squillante. Le Jardin Sonore de Bonamouti di Lucas Grandin si erge poco più in alto del fiume Wouri a Douala, grande città del Camerun. Intorno, un prato, finalmente pulito. Quando l’artista è arrivato nel quartiere, nel 2010, qui c’era una discarica. Convincere gli abitanti a ripulire il terrazzamento affacciato sull’acqua, in una posizione che prometteva di essere alquanto suggestiva, non è stato facile: Grandin si è rimboccato le maniche e ha cominciato a rimuovere montagne di copertoni, plastiche, spazzatura, da solo. Qualcuno pian piano lo ha affiancato.   Lucas Grandin, Le Jardin Sonore de Bonamouti, 2010. Credits doual'art.   Riconoscere che uno spazio abbandonato possa diventare spazio condiviso è un salto logico niente affatto scontato in un contesto come Douala, dove larga parte della...

Nigeria Now

English Version   Quando Dante Farricella (l’art director di Sisters’ Grace) le ha chiesto di scegliere un posto in cui farsi fotografare, Peju Alatise è rimasta interdetta: «Non è il tipo di decisione che mi viene lasciata, quando organizzano un set con le mie opere». «Ma l’artista sei tu», ha risposto lui. «Nessuno può sapere meglio di te quale sia il tuo posto in mezzo ai tuoi lavori». Lei allora ha scelto di sedersi vicino alla porta che compare nella sua installazione Flying Girls: otto bambine in cerchio, dotate tutte di piccole ali, avvolte da una nuvola di rondini e lambite da un fiume di farfalle. La porta bianca, aerea, che si apre verso un imprecisato altrove, per l’occasione era decorata con una piccola coccarda arancione. «Il colore della ribellione, secondo mio padre. Mi aveva promesso che sarebbe venuto con me. Se n’è andato prima del tempo e io ho portato qui il suo colore».Qui è Venezia, la Biennale d’Arte alla sua 57esima edizione. Peju, con Victor Ehikhamenor e Qudus Onikeku è stata selezionata per rappresentare per la prima volta la Nigeria alla cosiddetta Olimpiade dell’Arte. Lo spazio assegnato è la Scoletta dei Battioro e dei Tiraoro, vicino alla chiesa...

Nigeria Now

Italian Version   When Dante Farricella (the art director of Sisters’ Grace) asked Peju Alatise to choose a place to be photographed, she was puzzled: "That’s not the kind of decision that is left to me when they set up an exhibition of my works." "But you are the artist," he replied. "No one can know better than you what your place is amid your works.” She then chose to sit near the door that appears in her Flying Girls installation: eight little girls in a circle, all with small wings, wrapped in a cloud of swallows and surrounded by a sea of butterflies. The white, aerial door, which opens to an unknown somewhere, was decorated with a small orange rosette for this occasion. "The color of rebellion, according to my father. He promised me he would come with me. He left us before his time, and so I brought his color here." ‘Here’ is Venice, at the 57th Edition of the Biennale of Art. Peju, along with Victor Ehikhamenor and Qudus Onikeku, has been selected to represent Nigeria for the first time at what is called the Olympics of Art. The space allocated for this is the Scoletta dei Battioro e Tiraoro, near the San Stae church. If coming by boat along the Grand Canal, it...

Labirinti

Il raffinato editore emiliano Franco Maria Ricci ha appena inaugurato un labirinto realizzato tra il 2004 e il 2015, a Fontanellato (in provincia di Parma). Il labirinto è fatto con piante di bambù di specie diverse. In uno spazio di 7 ettari, la struttura ospita complessi culturali per un’estensione di oltre 5.000 metri quadrati: un museo per la sua collezione d’arte di oltre 500 opere; una biblioteca (con i 1.200 libri stampati da Giambattista Bodoni, e 15.000 volumi di storia dell’arte); una casa editrice (la già nota Ricci Editore, che il proprietario ha venduto nel 2004 per finanziare il progetto e ora ha ricomprato); una sala delle feste e dei balli; la piazza di un borgo con la sua chiesa; una torre belvedere. Ricci ha scritto sul proprio sito:   Da sempre i Labirinti mi affascinano. Insieme ai Giardini, sono tra le fantasie più antiche dell’umanità. Il Giardino, o Eden – così bello che Adamo ed Eva, freschi di creazione, continuavano a stropicciarsi gli occhi – incarna l’innocenza e la felicità; il Labirinto è, invece, una creazione del Potere e una fonte di turbamenti...

Il mascarâr di Coia

È venuta giù un’acqua fuori dalla grazia di dio, guarda lì, ha sparpagliato tutte le zucchine. Anche i pomodori: tutti guasti, gonfi. Quelli che ho raccolto stamattina non si lasciano mangiare, Renzo indica l’orto recintato, coperto da una rete verde sottile fissata a sei pali di legno: questa è per la grandine, ne scende parecchia, è normale, vedi, anche l’uva è coperta, altrimenti la rovina tutta. Qui a Coia piove tanto, ma come quest’anno, guarda, una roba da non credere. Agita un vasetto di vetro, sembra contenere del sale. No, dice, sono germogli di pino mugo messi a sciogliersi nello zucchero, si sciolgono se arriva il sole, dice, altrimenti lo sciroppo non lo prepariamo, cosa ci vuoi fare, quest’anno è così.   In auto scendiamo verso il paese passando per via degli usignoli. Dopo un paio di chilometri, a sinistra, proprio di fronte al Cjscjelàt – quello che rimane del Castello Frangipane, dove ogni anno, il sei gennaio, bruciano legna, sterpame, fieno per il Pignarûl Grant – c’è il garage-laboratorio: Remo ci accoglie con un got di sgnape, un...