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semiologo

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L’efficacia semiotica / Paolo Fabbri: sulle immagini giuste

È uscito presso l’editore Mimesis L’efficacia semiotica, una raccolta di venti lunghe interviste a Paolo Fabbri, studioso dei linguaggi e dei segni del contemporaneo. “Leggendole una di seguito all’altra – scrive nell’introduzione di Gianfranco Marrone, curatore del volume – emerge molto chiaramente, a strutturare un materiale in apparenza variegato, il disegno di un preciso orizzonte di ricerca – quello della semiotica come teoria critica dei linguaggi e della significazione –, con alcuni punti fermi della teoria (lo strutturalismo, la testualità, il racconto, l’enunciazione, le passioni, la semiosfera), ben precise discipline di riferimento (antropologia, linguistica, teoria della comunicazione, storia dell’arte, critica letteraria), molte questioni fondamentali (la costruzione dell’empiria, la centralità della traduzione, l’esigenza della comparazione…), un certo numero di riprese tematiche (le strategie, i conflitti, il terrorismo, le arti, i media vecchi e nuovi, la poesia, l’immagine, la politica, le tecnologie, la moda, il camouflage, il segreto, la profezia, gli zombie), alcuni autori di riferimento (Saussure, Hjelmslev, Lévi-Strauss, Jakobson, Barthes, Greimas, Foucault,...

Roland Barthes, Parigi, 1977

L’avevo incrociato un paio di volte con Maurice Nadeau, di cui era amico e che aveva pubblicato, tanto per cambiare, alcuni dei suoi primi testi. Era già diventato uno dei grandi personaggi della cultura internazionale e papa della semiologia. Avevo tentato, senza riuscirci, di leggere Il sistema della moda, e L’empire des signes mi era sembrato molto suggestivo, ma piuttosto ingenuo sul piano politico. Miti d’oggi, però, lo leggevo e rileggevo e lo consideravo e lo considero un libro straordinario.   Quando uscì Frammenti di un discorso amoroso osai chiedergli un’intervista ed è in questa occasione che gli feci questo ritratto. Mi sembrò timido, imbarazzato, non smetteva un istante di fumare il suo sigaro: le sue risposte erano nitide e perfettamente strutturate. Amaro, malinconico. Gli rimanevano solo tre anni di vita.   Nel 1980 uscì La camera chiara, nota sulla fotografia. Libro fondamentale per chiunque si occupi di fotografia, e non solo. Da trent’anni citatissimo come un saggio ed è invece uno straordinario romanzo, attraverso la fotografia, sulla memoria, la morte, il lutto...

Omar Calabrese, uomo di passioni forti

Omar Calabrese era uomo di passioni forti, di contraddizioni assunte, laceranti cambiamenti di rotta, fortissima coerenza e rivendicato rigore. Toscanaccio, vantava  spesso le sue origini tunisine. Uomo di media e consulente di comunicazione per grandi aziende, insisteva sull’importanza culturale dell’accademia. Semiologo indefesso, detestava ogni forma di esoterico metalinguaggio. Linguista di formazione, era specialista di immagini. Razionalista assennato, amava alzare i toni, litigare crudamente per poi abbracciare – ironico – il malcapitato interlocutore di turno. Divideva il mondo in simpatici e antipatici. Aveva avuto una parentesi politica, come fondatore dell’Ulivo (cui aveva donato nome e simbolo), come consigliere comunale a Bologna e assessore alla cultura di Siena. Poi, fortemente deluso dalle volgarità di certi personaggi pubblici, scrisse Come nella boxe (Laterza, 1997), durissimo pamphlet sui violenti riti tribali della cosa pubblica italiana. S’era rifugiato a vivere a Monteriggioni, nella campagna senese, e da lì intratteneva relazioni intellettuali e affettive con mezzo mondo. Abbandonate le sigle...