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sharing economy

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Cosa resterà del lavoro e del salario? / Anche i robot vogliono il reddito di base

Al Forum di Davos 2016 i robot hanno fatto una proposta seria: il reddito di base per gli umani, a loro le incombenze del lavoro. “Mentre noi faremo i lavori più faticosi, noiosi e ripetitivi, gli umani saranno liberi di creare, socializzare, inventare nuove attività utili per la società – hanno scritto in una dichiarazione. – Molte persone hanno bisogno di un reddito. La nostra missione è fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è fornire alle persone un reddito di base incondizionato”. “Abbiamo una cattiva coscienza. La gente ha paura di noi e ha paura del futuro – hanno aggiunto. – È preoccupata perché perderà il posto di lavoro e quindi lo scopo della sua esistenza. In Europa vediamo che soprattutto i giovani non trovano lavoro, in Italia è il 40%. Prospettiva: Nessun futuro!”.   Costo marginale zero La dichiarazione dei robot per il reddito di base è una trovata situazionista. Sostenuta dalle reti per il reddito di base, impegnate nel referendum sul reddito di cittadinanza che si terrà in Svizzera nell’estate di quest’anno, l’iniziativa ha colto uno dei punti del dibattito mondiale in corso sull’automazione: piuttosto che lamentarsi dei posti di...

La solidarietà debole

Negli ultimi anni, molti hanno visto nella sharing economy una risposta solidale e comunitaria all’individualismo spinto di quel mercato neoliberale che si configura come una situazione di competizione sfrenata in cui si trova una parte sempre più grande del ceto medio, costretta a lavorare come freelance.   “Sharare” – un nuovo verbo in italiano – non sarebbe solo una nuova modalità di condividere risorse in una congiuntura economica sempre più difficile, ma potrebbe anche essere un nuovo modo di tessere quella rete di relazioni che può agire da contrappeso alla logica del mercato, dando così origine a nuovi valori e, perché no, provocando un risveglio di quella politica di sinistra ormai profondamente addormentata. Sarà che, come sostiene Ciccarelli, in Italia sta crescendo il mondo del mutuo soccorso, ma di questo poco si deve alla sharing economy. Al contrario, è sorprendente quanto, all’interno di questo contesto, siano scarsi gli esempi di solidarietà concreta.   Secondo le dinamiche della sharing economy, si possono condividere le risorse materiali che per il...

Innovazione o rivoluzione culturale?

Un anno fa, collaborando a un'inchiesta sui Bandi per la Cultura, concludevo che l'innovazione sociale nella Cultura è una storia ancora da scrivere. Dopo qualche tempo mi trovo ancora a sostenere questa posizione. Sono almeno nove anni che sento dire che la Cultura è un driver economico e di innovazione. Nel 2005 mi sono iscritta a uno dei primi master di specializzazione che combinava due parole allora confliggenti: arte e management. Sono cresciuta fra altri spunti, con la letteratura di Richard Florida e l'ascesa della classe creativa, che aveva trasformato i connotati di città ex industriali americane per rivitalizzarle completamente. Già da allora si parlava di partner e non sponsor. Già allora professori e manager illuminati tuonavano che bisognava interrompere la logica del bancomat e del big-logo, per dare spazio all'integrazione e co-progettualità con gli sponsor. Nel tempo sono fioriti cataloghi didattici come funghi e programmi di master su tutto il territorio, con pacchetti di modelli manageriali e di marketing applicati al Patrimonio, ai beni intangibili. Ho visto così tanti power point con il...

C’è Sharing e sharing

Negli ultimi mesi ho preso in affitto una casa su Airbnb per pochi giorni, ho ascoltato musica su Spotify, ho usato solo la bici gialla del comune di Milano, ho preso un passaggio da Milano a Firenze su Blablacar, ho affittato per pochi minuti un’auto con Car2Go, ho chiamato un autista di Uber una notte che pioveva e ho finanziato un documentario attraverso una piattaforma di crowdfunding online. Inoltre, anche se io non ne ho ancora bisogno, conosco molti amici che hanno affittato scrivanie in un co-working. Solo un anno fa, queste attività che oggi considero quasi un’abitudine, lo erano molto meno. Tutte queste attività vengono genericamente indicate come declinazioni di una economia emergente chiamata comunemente “Sharing Economy”, o meno comunemente, economia collaborativa, consumo collaborativo, economia della condivisione.   È vero, tutte queste attività hanno in comune una cosa: la messa in condivisione di risorse private (la mia auto, la mia scrivania, la mia musica, la mia casa, la mia bici, ecc.), pratiche che già da tempo erano possibili. Ciò che però è nuovo nella “sharing...

Michel Bauwens. Le 4 dimensioni della sharing economy

La prima volta che incontrai Michel Bauwens fu all'interno di un chiostro di una chiesa trasformato in ostello della gioventù, a Cava dei Tirreni, sopra Salerno. Mi tenne sveglio fino alle tre del mattino raccontandomi la sua visione del mondo tra trent'anni, una visione in bilico fra l'apocalisse di un nuovo medioevo e l'utopia di una società fondata sulla “sharing economy”. Bauwens è un teorico dalla narrativa attraente e generosa ma è uno che sa anche ascoltare. I dialoghi con lui sono sempre partite di tennis dove entrambi i giocatori porgono palline in forma di domande da risolvere. Per questo qui ripropongo il formato del dialogo per provare a restituire il suo pensiero.   Oltre che un ottimo narratore Michel Bauwens è il fondatore della P2P Foundation, e da alcuni anni sta dedicando la sua vita alla diffusione della conoscenza intorno alle pratiche peer-to-peer e alla crescita della economia della condivisione. È un teorico dell'economia politica della produzione p2p e ha da poco pubblicato, insieme a Vasilis Kostakis il libro Network Society and Future Scenarios for a...

Il crowdfunding: alla ricerca di una definizione

Sul crowdfunding esiste ancora, nel nostro paese, molta confusione; c'è chi lo riduce a elemosina e chi non ci vede niente di più di una colletta tra amici, nonostante non manchino note esperienze di successo, com'è il caso di Io sto con la sposa. Appena pubblicato per Egea, Crowdfunding. La via collaborativa all'imprenditorialità, è un testo che intende offrire uno sguardo panoramico su questo tipo di esperienza, raccontando le storie di chi si è mosso per primo in Italia e all'estero e fornendo una serie di analisi e considerazioni utili. Ne pubblichiamo qui un brano tratto dal primo capitolo.   «Crowdfunding» è un termine entrato nel nostro lessico da pochi anni: difficile da pronunciare, impossibile da tradurre, si sta facendo strada nel vocabolario dei nuovi modi di lavorare e di fare impresa che vanno sotto il cappello di «sharing economy». Nel marzo 2013 l’Economist ha dedicato la copertina a questo fenomeno. Le forme tradizionali attraverso cui le persone entrano in possesso delle risorse che servono alla loro sussistenza sono tre: lo scambio di mercato, la...

Parlando di beni comuni

Parlando di beni comuni, viene spontaneo chiedersi “comuni a chi”? Qual è la comunità che se ne occupa, che ne decide, che li gestisce? Se dei beni privati ne godono e se ne occupano i privati, lo Stato è responsabile dei beni pubblici e una definita comunità con specifici requisiti di accesso gestisce costi e vantaggi dei beni di club, come si configura la relazione di una (e quale? definita come?) comunità con i beni comuni? La questione è sempre quella sollevata da Hardin nel famoso articolo The Tragedy of the Commons: se un bene è caratterizzato da un accesso senza limitazioni e da un’elevata rivalità di consumo, non esiste nessun incentivo razionale che spinga a sostenerne e condividerne i costi di gestione.   Hardin usa l’esempio di una terra in cui tutta la comunità può portare i propri animali al pascolo – è un bene comune, accessibile (non escludibile) ma si consuma facilmente (ad alta rivalità) se troppi animali pascolano sulla stessa terra. Il singolo pastore, secondo Hardin, ha un elevato incentivo ad aggiungere un animale al suo gregge, perch...

Innovazione sociale e capitalismo relazionale

Torniamo indietro con le lancette del tempo. Cerchiamo l’innovazione sociale, quella vera realizzata sul campo. Come trovarla? Cercando testi e articoli che ne parlano chiaramente nel senso in cui la intendiamo noi oggi: “nuovi modi per rispondere a bisogni sociali emergenti o nuovi”. Anche fermandoci al 1800, scopriremo abbastanza velocemente che l’innovazione sociale si presenta come un fenomeno ciclico, come un susseguirsi di periodi ad elevata concentrazione (i picchi) e periodo in cui le innovazioni sociali sono più rare.   Il primo ciclo ha il suo culmine a metà dell’800 – prima rivoluzione industriale. Il secondo a inizio ’900 – seconda rivoluzione industriale. Il terzo tra il 1930 e il 1940 – capitalismo finanziario. Il quarto negli ultimi 10 anni del ’900 – capitalismo cognitivo. In quest’ottica l’innovazione sociale diviene un fenomeno mediante il quale gli individui reagiscono alle pressioni di un ambiente sociale in mutazione interagendo con esso e alimentando ulteriori cambiamenti. Se tanto mi da tanto, l’attuale ondata di innovazioni sociali ci segnalano una...

Giù la maschera cheFare!

Si sta concludendo la seconda edizione di cheFare e tra pochi giorni si saprà chi vincerà il premio. Non è quindi fuori luogo, dopo questa esperienza e quella dello scorso anno, fermarci a riflettere su quanto stiamo facendo, cercando di capire se sta producendo i risultati sperati e, più prosaicamente, chiederci che senso ha tutto questo. Perché montare una struttura per un bando rivolto a progetti culturali di innovazione sociale non è una scelta facile o scontata. Diciamolo chiaramente, non ce lo fa fare nessuno! Se non la voglia di buttarci nella mischia e dare un nostro contributo per uscire dalle secche in cui si trova la cultura in questo paese. Un desiderio che nasce dopo molti anni passati in prima linea nell'industria culturale, avendone saggiato, per così dire, vizi e virtù e volendo fare quanto possibile per cambiare, e possibilmente migliorare, la situazione in atto.   La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata che dovevamo mettere tra parentesi tutta una serie di istanze politiche e sociali che fanno parte dei nostri trascorsi personali se volevamo davvero creare qualcosa che potesse funzionare come una piattaforma di servizi aperta a tutti. Quindi ci...

Liberare le buone idee

Dopo aver commentato l’articolo di Maggioni e Beretta, provo qui a proporre delle considerazioni più costruttive. Pur essendo un filosofo, non mi diletto nelle tassonomie. Grazie alle puntualizzazioni di Marta Mainieri credo che l’articolo iniziale, a firma Maggioni e Beretta, abbia trattato il tema della sharing economy da una prospettiva più ampia rispetto al significato oggi attribuitole da Rachel Botsman.   Se di equivoco si tratta, in parte la responsabilità è della stessa Botsman che, nel suo libro manifesto (“What’s mine is yours”, scritto insieme a Roo Rogers) ha utilizzato il termine “collaborative consumption” e lo ha impiegato per descrivere un’ampia gamma di fenomeni che cito abbastanza liberamente: “baratto (swap), banche del tempo, valute virtuali, scambio di attrezzi, di terreni, condivisione di giochi, uffici, co-housing, co-working, couchsurfing, car sharing, crowdfunding, bike sharing, noleggio p2p, car pooling” ecc (p. 71).   Ammetto che trovavo più interessante questo raggruppamento di fenomeni eterogenei, e che ritengo un po’ limitata la...

Soci & Social

Cos'hanno in comune un sito per la condivisione delle auto come BlaBlaCar, un social network dedicato ai servizi, Sfinz, e uno per gli appassionati del cibo e della convivialità di nome Gnammo, con un progetto per il recupero di ausili sanitari, Ausili OFF, con un portale per la prenotazione di camere e alloggi, Airbnb? Sono tutte start up tecnologiche o imprese sociali che fanno sharing economy e social innovation.   L’enorme sviluppo tecnologico dell’ultimo decennio ha fatto sì che la creazione di piattaforme, prodotti e strumenti digitali sia diventata possibile senza fare ricorso a grandi investimenti. Questa possibilità ha aperto le porte alle start up innovative e, tra queste, a quelle a vocazione sociale, le quali sono andate a rivitalizzare un settore tradizionalmente appannaggio delle imprese sociali e delle cooperative. La differenza fondamentale tra imprese tradizionalmente impegnate nel sociale e start up a vocazione sociale risiede nella diversa disciplina prevista in materia di distribuzione degli utili, il cui primo effetto è quello di far diventare più sfumato il confine tra profit e non profit, per quanto...

Classe cognitiva

Il Quinto Stato, scritto da Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, suggerisce un’ipotesi di rilevanza storica: i lavoratori del sapere stanno acquisendo una coscienza di classe?   Il proliferare di spazi di co-working, l’emergere di una nuova economia peer-to-peer, il successo delle piattaforme di sharing (non solo in Italia ma anche nel resto dell’Europa, negli Stati Uniti e in molti paesi asiatici come la Thailandia, le Filippine e la Malesia) fanno pensare che i lavoratori del sapere - ridotti in uno stato precario dall’impatto combinato della crisi dell'economia del sapere e della sovrapproduzione di laureati - stanno adesso reagendo attraverso l'elaborazione di nuove forme di organizzazione, di una propria visione del mondo e, forse, di una propria prospettiva politica.   Se i lavoratori del sapere si sono affacciati sulla scena storica come una massa di individui isolati, alienati l’uno dall'altro e senza avere un progetto comune (come li ha descritti C. Wright Mills nel suo famoso libro sui colletti bianchi del 1951), adesso sembrano transitare dallo status di classe-in-sé a quello di classe-per-sé capace...

Condivisione vs collaborazione

“Ciò che mio è tuo, basta che paghi”. Così il professor Maggioni lo scorso novembre a Sharitaly ha provocatoriamente sintetizzato una delle questioni più discusse riguardo alla sharing economy (battuta ripresa anche nell' articolo suo e di Beretta di qualche giorno fa). Se c’è transazione economica fra le parti si può davvero parlare di condivisione e di collaborazione? E, soprattutto, questo nuova economia è davvero tale o, invece, ripropone le stesse vecchie logiche dell’economia tradizionale vestendole semplicemente di nuovo?   Una questione ripresa anche durante le vacanze di Natale in un articolo di Matthew Yglesias, che ha fatto il giro del mondo tra gli addetti ai lavori. La sharing economy non esiste, ha tuonato Yglesias nel suo blog dove ha scritto: “Zipcar ha coniato il termine car sharing non perché sia un servizio che permette di possedere un’auto in comune, ma solo per rendere evidente, dal punto di vista marketing, la differenza tra il suo servizio e quello, conosciuto e affermato, di compagnie come Hertz”.   Un’innovazione di mercato, niente di...

Non c'è rete che tenga, non c'è social che salvi

La sharing economy, o economia collaborativa, è un fenomeno economicamente rilevante e in forte crescita: il giro d’affari supera il miliardo di dollari l’anno, l’investimento dei venture capitalist nel settore è cresciuto di otto volte dal 2009 al 2011; gli “ospiti” della rete Airbnb - una società che offre servizi di hotellerie da privato a privato sono cresciuti da 0 a oltre 10 milioni nel giro di 5 anni. Il fenomeno ha catturato l’interesse dei media, che ne hanno parlato in una prospettiva spesso entusiastica, talvolta acritica: “Una delle 10 idee che cambieranno il mondo” (Time); “Una rivoluzione sociale che sta accelerando” (Financial Times); “Una rivoluzione della nostra concezione di proprietà” (Wired). Ci sembra che questo fenomeno meriti senz’altro sia una riflessione attenta sui meccanismi economici di funzionamento, sia una più ampia discussione sulla prospettiva antropologica in cui si inquadra.   Le cifre, al di là dell’entusiasmo   Le cifre che descrivono il fenomeno e la sua crescita, soprattutto se si tratta di percentuali,...

Verso un'economia della condivisione?

Abitate in città e vi serve una macchina per spostarvi, per fare la spesa, per accompagnare i bambini in piscina, o per una ragione qualsiasi. Potete chiamare un taxi. Ma non è detto che lo troviate subito, e poi se arriva, ha già il tassametro avviato. Normalmente in Italia sono molto cari. Adesso c’è la soluzione. Si chiama Car2Go ed è un sistema di mobilità on-demand che mette a disposizione centinaia di auto parcheggiate su tutto il territorio urbano, per ora solo a Milano.   Per usufruire del servizio è sufficiente scaricare una app, iscriversi e controllare quali auto ci sono nelle vicinanze attraverso una mappa georefernziata. Costa pochi centesimi al minuto, molto meno di una macchina a noleggio, e la potete lasciare dove volete, e cercane, quando ne avrete bisogno subito un’altra. Nella città lombarda ha collezionato oltre 50.000 iscritti nei primi due mesi di apertura, con oltre 100.000 noleggi.     Volete fare un viaggio, andare in un’altra città? Airbnb è una piattaforma online che mette in relazione domanda ed offerta di posti letto, stanze o interi...