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voce

(18 risultati)

Lavorare con la voce / Patsy Rodenburg, Il diritto di parlare

I lettori del libro che ho l’onore di presentare al pubblico italiano rimarranno sorpresi dalla sua urgenza, dalla vitalità implicita dei suoi argomenti. Se fosse ancora il tempo delle sintesi di sapore spengleriano, si potrebbe addirittura azzardare che, al tramonto della cosiddetta “civiltà delle immagini” (logorate dalla loro stessa abbondanza) è una “civiltà delle voci” che sembra, da molti indizi, annunciarsi. Inutile aggiungere che si tratta di un argomento molto intricato al confine tra l’estetica, l’antropologia, la storia del pensiero. Quelle che seguono non possono che essere delle note a margine, molto approssimative e inadeguate, dettate dall’esperienza della scrittura e dell’insegnamento della scrittura. Dal punto di vista della storia moderna delle forme narrative, quella che un grande studioso ha definito la presenza della voce è una vicenda lunga e drammatica. La si potrebbe definire come un movimento inesorabile di emersione dal basso: dall’oscurità del corpo e dei suoi ritmi immemoriali alla luce dell’esperienza e della coscienza. Ed è sorprendente constatare che questa vicenda così capitale (non credo di esagerare) nella nostra coscienza estetica e antropologica...

Il corpo della scrittura dalla letteratura al teatro / La voce umana è un miracolo

“La voce umana è un miracolo”, dice Mucho Maas, dj radiofonico, a sua moglie Oedipa, protagonista del secondo romanzo di Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49. Naturalmente noi non ci addentreremo nella labirintica trama del romanzo, cui pure viene attribuita la fondazione della letteratura postmoderna, né nel mirabolante mondo di Pynchon; questa affermazione ci servirà per introdurre senza troppi preamboli il rapporto voce-corpo/lingua-testi letterari, con particolare attenzione ai grandi autori e sperimentatori del Novecento italiano. Ma innanzitutto occorre chiederci: perché, per dirla con Pynchon, la voce umana e sempre un miracolo? Forse potremmo dire, molto semplicemente e in primo luogo, perché la voce è la parte più segreta e misteriosa del corpo umano, dal momento che, anche se non dovrebbe essere necessario ribadirlo, la voce è corpo. La cosa però non è così scontata, se è vero che ancora oggi in molte scuole di formazione per attori, dove il corpo e la voce sono materie di studio, le due cose vengono nettamente separate e insegnate come fossero entità distinte. Da un lato il corpo dall’altra la voce, come se dovesse spettare poi successivamente all’attore mettere...

Born to come back / La voce di Bruce Springsteen

Per trovare una voce bisogna averla cercata a lungo. Quando, alla soglia dei settant’anni, una delle rockstar più amate del pianeta confessa di aver scoperto la propria voce nel padre, è l’impalcatura stessa del rock che rischia di venire giù. Di tutti i luoghi, il soggiorno di famiglia. A un certo punto, durante lo spettacolo che Bruce Springsteen ha tenuto al Walter Kerr Theatre di Broadway nel corso dell’ultimo anno, il cantante lo ammette serenamente: io sono Mister Born to Run, nato per correre (dal titolo della canzone e del disco che lo resero famoso), volevo fuggire da tutto, prendere l’autostrada e non tornare più, ma oggi abito in New Jersey, a dieci minuti dalla casa in cui sono nato. Se Bruce Springsteen rincorse la voce del padre è perché, dice, “quella voce aveva qualcosa di sacro. Quando non sapevo che vestito indossare, sceglievo delle tute da lavoro, le stesse che mio padre metteva in fabbrica. Tutto ciò che sappiamo della virilità è ciò che abbiamo visto e imparato dai nostri padri, e ciò che io vedevo in mio padre era l’eroe, oltre che il mio peggior nemico”. Racconta poi di aver sognato il padre poco dopo la sua morte. Douglas Frederick Springsteen è seduto in...

Un crowdfunding per la poesia / Compatto: la voce di Baldini

Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, mi capitò di ascoltare per la prima volta una lettura pubblica di Raffaello Baldini (in romagnolo e nella traduzione italiana), fui subito certo di avere di fronte qualcosa di speciale, e non solo per la qualità dei testi. Erano gli anni in cui in Italia fiorivano i festival di poesia; i poeti si trovavano sempre più spesso a dover comunicare da un palco (“dal vivo”, come si dice per la musica) con lettori in carne e ossa, senza la mediazione della pagina scritta. Ho detto dover comunicare non a caso: per molti, questo confronto era – ancor più che un’opportunità per esibirsi e per far conoscere la propria opera – una prova, un cimento al quale era difficile sottrarsi. Non tutti erano preparati ad affrontarlo (e neanche il pubblico). Le difficoltà non nascevano soltanto dai limiti performativi di questo o quell’autore, dalla sua scarsa inclinazione a farsi dicitore, attore-interprete della propria scrittura. L’ostacolo era più profondo: la poesia moderna nasce (in Occidente, è forse il caso di precisarlo) proprio da una sistematica rimozione della teatralità, della voce, della presenza fisica del poeta. Alle radici di questa “...

Immagini di camminatori / Dimmi come cammini e ti dirò chi sei

Dimmi come cammini e ti dirò chi sei. Come ci ricorda Rebecca Solnit nella sua Storia del camminare (Bruno Mondadori), l’atto di camminare, per quanto meno necessario di respirare, mangiare e dormire – senza dei quali non potremmo neppure sopravvivere – costituisce tuttavia la vera esposizione di sé nel mondo.   Se n’era accorto Honoré de Balzac quando scriveva la sua Commedia umana, e nel 1832 diede alle stampe un piccolo gioiello: Teoria dell’andatura. Forse è da qui che bisogna partire per cercare di capire qualcosa dell’atto di camminare di personaggi come Mao e Stalin, Churchill e J. F. Kennedy, Madre Teresa e Gandhi.   Nel Museo Salvatore Ferragamo di Firenze, accanto a opere d’arte (mostra curata da Stefania Ricci e Sergio Risaliti, fino al 12 aprile 2015) e alle scarpe storiche dello stilista, sono visibili delle brevi clip che ritraggono la camminata di questi personaggi. Se l’andatura è la fisionomia del corpo, Mussolini vi appare impettito: testa alta, passo sicuro, circondato dai suoi gerarchi in divisa con stivali d’ordinanza, nel filmato dell’Istituto Luce veste di bianco e ha la paglietta in testa.   Avanza altero, spingendo la gamba in avanti. Non è...

Fantasmi pirandelliani

Succedono bei paradossi nei festival italiani di teatro. Al festival Inequilibrio di Castiglioncello, per esempio. In questa rassegna laboratorio che si svolge nell’ottocentesco castello Pasquini, nei luoghi dove Diego Martelli ospitò i macchiaioli, tra progetti in divenire, “studi”, spettacoli che devono ancora maturare, visioni di danza un po’ algide, un po’ concettuali, all’improvviso irrompe il capolavoro.   Anche qui si tratta, per ora di “materiali”: è uno spettacolo che forse non rivedremo più in questa forma. Ed è più che uno spettacolo, perché Roberto Latini - prendendo come testo e pretesto I giganti della montagna, l’ultimo dramma di Pirandello, e scavandolo con rara intensità e acume - ci regala un lavoro sulla vita, sull’apparenza, la paura, la rappresentazione di sé per proteggersi, per ritrarsi dal mondo o per sfidarlo.   Lo fa, ereticamente, sulle orme di Leo de Berardinis, accreditandosi come vero erede del grande uomo di scena, perché ne recupera lo spirito, la luce l’ombra l’ascesi che cerca l’uomo attraverso...

Thomas Bernhard. Goethe muore

In fin dei conti perché piace Bernhard? Perché non annoia mai a dispetto delle somiglianze dei temi e una continuità che sfiora l’uniformità nel modo di narrare? Perché è implacabile. Feroce e insieme divertente. Una volta individuata la preda, la pedina, la insegue, la accerchia, la scruta da ogni angolo e nelle più diverse occorrenze, ne esamina ogni possibile effetto e soprattutto ogni causa fino a quando ha individuato la scaturigine, che a sua volta subisce lo stesso trattamento; e poi la agguanta, se ne trastulla tra le grinfie come un gatto, e infine la morde, la mastica lentamente, rigira in bocca il bolo per succhiarne ogni sostanza, e poi lo sputa, disgustato. La preda appartiene a poche specie, imparentate tra di loro tanto da risultare spesso indistinguibili, il metodo è ricorrente, gli ambienti e i personaggi molto simili, eppure, una volta entrati nel gioco, non si riesce più a staccarsene fino a che non si è esalato, con l’ultima parola, l’ultimo respiro (che è anche il titolo di un suo libro autobiografico). Uso la parola apposta. Il respiro, il ritmo della...

Voci

Le voci delle radio si assomigliano tutte. Lasciamo stare quelle istituzionali, da nomenclatura, della radio di stato (con l’eccezione delle pastosette voci intellettuali di Radiotre) o quelle più sbrigliate ma per curriculum “serie” di Radio24 o quelle finto-naif-incespicanti di Radio Popolare. Qui ho in mente le voci delle radio private di “intrattenimento”, quelle che fanno da sfondo sonoro a chiunque si trovi a maneggiarne i canali durante la giornata. Ignoro chi possieda quelle voci, ma tutte indistintamente danno l’impressione di collocarsi in un’area anagrafica che sta tra i trenta e i quaranta anni inoltrati. Maschili o femminili che siano, appartengono a un orizzonte di eterna adolescenza, contrassegnata dal cazzeggio permanente con risatine, gusto del doppio senso, continua allusività a copule fatte o da fare, gioco delle parti tra i generi (“Noi uomini”, “Noi donne”). Le connota una morbida amichevolezza, anzi una disponibilità immediata e senza ombre ad esserti vicino.   Nella logica di chi le vuole ascoltare e di chi le propone, le voci rispondono all’obiettivo di...

Today, the voice you speak with may not be your own

Oggi, la voce con la quale parli potrebbe non essere la tua. In un post apparso il 4 febbraio 2007 sul suo blog, il produttore, filosofo e musicista hip-hop statunitense DJ Spooky, al secolo Paul D. Miller, avviava una riflessione sulla pratica culturale del remix, con una doppia interpretazione. Da una parte negativa, intendendo nella fattispecie la voce come uno dei simulacra dell’epoca digitale, baudrillardianamente parlando. Dall’altra ottimistica, nella prospettiva di un “web 2.0 share-all style”, dove il diritto di remixare e di appropriarsi della voce altrui si trasforma in una pratica estesa a tutti.   La questione posta dal dj originario di Washington investe la ridefinizione stessa dei concetti di originalità ed autorialità nell’era contemporanea: “Dal momento che la storia umana delle idee, del progresso, dell’arte è una storia di pratiche di remix, possiamo considerare il ‘remix’ stesso come una voce autentica o non autentica?”   È da questa domanda che parte la riflessione di Vito Campanelli in Remix It Yourself, saggio edito da CLUEB nella collana Mediaversi,...

Roberto Pieraccini. The Voice in the Machine

Che cosa accomuna Wolfang von Kempelen, alla corte di Maria Teresa d’Austria, i film di culto di sci-fi come 2001: Odissea nello Spazio o Star Wars e il lavoro di centinaia di ricercatori nei laboratori in tutto il mondo? Il tentativo di dare voce a una macchina, di permetterle di comunicare con noi. Dalla macchina parlante di fine ‘700, ad HAL 9000, fino alle applicazioni odierne delle tecnologie vocali, più propriamente il riconoscimento della voce, la sintesi vocale, le biometriche vocali ed altro ancora. Se volete entrare in questo mondo affascinante, potete leggere il nuovo libro di Roberto Pieraccini, The Voice in the Machine: Building Computers that Understand Speech, appena uscito per MIT Press in inglese, non ancora disponibile in italiano.   Roberto Pieraccini, viareggino, diviene ingegnere a Pisa, per poi spostarsi allo CSELT (Centro Studi E Laboratori Telecomunicazioni) di Torino, culla delle prime ricerche italiane sulle tecnologie vocali. Siamo nei primi anni ‘80 e lo CSELT è un luogo unico per innamorarsi di una settore di ricerca così particolare. Passano gli anni, alla soglia dei ‘90, Pieraccini trascorre un...

Il declino di un leader

Il declino fisico di un leader è sempre uno spettacolo avvilente, ma nel caso di Umberto Bossi si è trattato di una vera e propria via crucis, che il capo leghista ha affrontato senza mai sottrarsi allo sguardo dei suoi fedeli, degli amici, ma anche dei nemici, cui ha riservato negli ultimi anni, in assenza della sua usuale parola sferzante, il gesto provocatorio e sovente volgare: dito medio, corna, pernacchia. Apparso in pubblico nonostante l’evidente menomazione prodotta dalla malattia, che l’ha trasformato in un’icona dello sfinimento e della santità presso i suoi fedeli, ha un unico precedente, almeno in Italia: la lenta agonia di Papa Wojtila.   Se si riavvolge il film della sua carriera, a partire da questo epilogo, ci si rende conto che la fisicità, lo sforzo corporale, è sempre stato lo stigma della sua personalità. Impensabile Bossi disgiunto dalle sue posture e dai suoi travestimenti: l’impermeabile bianco degli inizi e la canottiera del 1994, sino alle giacche sportive degli ultimi anni. Travestimenti di un vitellone che è arrivato incredibilmente, e fortunosamente, ai vertici della...

L’Eresia della felicità di Marco Martinelli

Ti circondano. Sono una sessantina, tra gli undici e i diciotto anni. Tutti con una blusa gialla “cucita con tre metri di tramonto” come quella di Vladimir Majakovskij, il poeta cubo-futurista che voleva strappare la gioia ai giorni venturi. Hanno i colori della primavera esplosa e nomi da neo e paleo italiani i ragazzi dell’Eresia della felicità di Marco Martinelli, una scheggia della “non scuola” di Ravenna, impiantata per la prima volta a nord, anzi a nord-est. Vengono da Asseggiano, una zona periferica di Mestre, dal centro vecchio di Venezia e da Marghera, città-fabbrica in crisi. Si chiamano George, Jiko, Vajit, Chiara, Kevin, Nicolò, Nina, Elisa, Alvise, Adil, Albulena, Damiano, Dan, Zeno, Jennifer, Snizhana, Marco…     Cinema-teatro Aurora di Marghera, a destra della stazione di Mestre, guardando verso Venezia. Sera di venerdì 31 marzo. Sul viale si incontrano pochi passanti, principalmente immigrati. Qui la sala è piena di amici, genitori, appassionati di teatro, insegnanti. È uno di quei luoghi dove si continua caparbiamente a fare teatro dialogando con chi abita nelle...

Marco Belpoliti. La canottiera di Bossi

Esce in questi giorni il volume di Marco Belpoliti dedicato a Umberto Bossi (Guanda, pp.112, già disponibile su ibs.it in versione cartacea e su amazon.com in versione kindle) di cui anticipiamo di seguito il capitolo dedicato alla Voce del Capo. L’autore rilegge il capo leghista attraverso i suoi gesti, esplorandone l’origine e il significato, mostrando come il suo eloquio e i suoi atteggiamenti abbiano profondamente condizionato il comportamento morale dei politici e degli italiani in genere. Da queste pagine emerge il “vitellone”, per dirla con Fellini, il cantante rock e non solo capo di partito, il predicatore scomposto piuttosto che sottile tessitore: un ragazzotto di paese che arriva in Parlamento e incarna quello che Sciascia chiamava “l’eterno fascismo italiano”, acquattato nel grembo stesso della provincia, al Nord come al Sud, e di cui la nostra cultura è impregnata. Fa parte di noi, per quanto ce ne distanziamo, lo rinneghiamo, cerchiamo di strapparcelo di dosso.   Umberto Bossi, Manifestazione della Lega Nord, Novembre 1993 (ANSA).     La voce del Capo   C’...

Andrea Tarabbia. Il demone a Beslan

Marat Bazarev è l’uomo che cammina con una testa di forca appesa alla cintura: è il demone e la vittima, il carnefice e il prigioniero, la fine e l’inizio, è Petja il bambino ucciso, e Ivan il vecchio deforme, Marat è anche l’unico attentatore sopravvissuto al massacro della scuola di Beslan in Ossezia.   Andrea Tarabbia nel suo romanzo Il demone a Beslan (Mondadori, pp. 350, euro 18,50) gli fa dono della parola, la sua unica possibilità di spiegare l’inspiegabile. Una voce priva di suoni, come L’urlo muto di Edvard Munch, dalla cui bocca deforme fuoriesce un fiume di parole che invade in maniera capillare lo spazio della narrazione. La sua testimonianza ha un andamento sequenziale, un ritmo immutabile, entro cui l’autore tenta di circoscrivere il caos con cui si deve misurare.   Così come nell’inferno dantesco, Marat scende uno dopo l’altro i gironi di un mondo a lui noto, in cui si alternano i ricordi del suo villaggio distrutto dai soldati russi senza volto né pietà, le storie dei suoi compagni, i resoconti delle giornate trascorse in prigione con i...

Lamezia Terme, 20 novembre 2011

  Torno a Lamezia. Finalmente abbiamo le date ufficiali del debutto di Donne al Parlamento: 20 e 21 novembre, ore 21, al Teatro Comunale Politeama, gestito per il Comune da Piero e Pierpaolo Bonaccurso del Teatrop.   I corsari hanno lavorato benissimo. Ricordate che vi dicevo dei problemi creati dalla innaturale (per la non-scuola) pausa estiva? Bene, sono andati dappertutto, non solo sono ritornati nelle scuole, ma anche nelle strade, nelle piazze. Nei pub, dove gli adolescenti si danno raduno, e hanno trovato nuove adesioni ed entusiasmo. Come crediamo si faccia il lavoro con i giovani? Si fa così. Impiegando tempo e passione. Le locandine, certo, i manifesti, i dépliant, la conferenza stampa, ma prima di tutto il guardarsi in faccia. Il prenderli sul serio, uno a uno. E forse i giovani stessi possono farlo meglio di tutti, per questo è importante non essere “avari”, ma coinvolgere ragazzi attenti e svegli e appassionati nei progetti culturali, se vogliamo che siano una miccia capace di accendere i loro coetanei.     Le prove procedono. Io oggi seguo solo Praxagora e le altre con Emanuele e Tonino, mentre...

Anima

Dušo, dušo moja, anima, anima mia: ancora oggi quando mi telefona da Zagabria mia zia mi chiama così. L’anima slava viene citata a proposito e a sproposito, la si infila dappertutto anche quando non centra. È la mia anima slava, dice chi mi conosce, a farmi vivere in un perenne stato di agitazione. Ti si sente fin da giù delle scale, mi dice la maestra di meditazione, non si agiti, ripete il medico convinto che se mi fermo scenderà anche la pressione, langsam langsam, piano piano, mi dice il collega psichiatra, lei è troppo veloce per me, si irrita il negoziante, be quite mi invita l’insegnante d’inglese.   Inutile spiegare, dire che si tratta di uno stato abituale e naturale, che anzi, con il passare degli anni va meglio, le onde non sono più quelle alte da bandierina rossa, ormai è un vento settembrino di tramontana. La non calma è una Weltanschauung insofferente all’ordine costituito, uno strumento di superamento dei confini, delle giuste distanze, rispetto dei ruoli, linee gerarchiche e costruzioni istituzionali, delle classi sociali che non devono sfiorarsi. Delle...

Renato Guttuso, Palermo, 1973

Di Renato Guttuso, a Bagheria, la cittadina in cui entrambi siamo nati, ho sempre sentito parlare con affetto e orgoglio: era i ragazzo del paese che aveva fatto strada. Da giovane, dicevano soprattutto le donne, era bellissimo. Qualche volta gli oppositori politici ironizzavano sul comunista che abitava a Palazzo del Grillo a Roma. La sua casa di Bagheria era contigua a quella dei miei nonni materni, che avevano ben conosciuto la famiglia. Veniva ricordato con ammirazione il padre di Renato, l’agrimensore Giacinto, per la sua grande eleganza. Pare che vestisse spesso di bianco e non dimenticasse mai il bastone da passeggio. Eppure, pioggia o fango che ci fosse per le strade, rientrava sempre immacolato. La madre, rimasta vedova e sola mentre Renato cercava fortuna lontano, aveva vissuto gli ultimi anni in dura miseria. La mostra antologica che si tenne al paese nel 1962 fu un grande avvenimento popolare. Fu proprio in quella occasione che lo incontrai per la prima volta.   Ma un poco amici diventammo almeno dieci anni dopo, grazie a Sciascia. È forse l’uomo più seducente che abbia mai conosciuto. Il colore della sua voce, i racconti, l...

Decostruzione

Aprite un libro di filosofia e dopo tre passi di Hegel in epigrafe, collocati in forma triangolare, trovate un testo che occupa i tre quarti della pagina mentre il restante spazio è occupato da una colonna di testo autonoma. Il testo principale è un saggio di Jackie “Jacques” Derrida del 1972, corredato di note e illustrazioni, mentre a lato per oltre venti pagine corre come controcanto una lunga e visionaria digressione di Michel Leiris dedicata a Persefone tratta da Biffures (1948).   Timpano è il saggio che apre il volume Margini di Derrida (1972) ed è un manifesto programmatico che illustra le ragioni della decostruzione nel momento in cui le mette in atto: tutte le occorrenze del lemma ‘tympan’ vengono fatte risuonare, dal tympaniser (= ridicolizzare) al timpano come tamburo (che è anche timbre) e come parete dell’orecchio umano su cui il significato si inscrive nell’ascolto, fino al significato tipografico di “timpano” come telaio di legno, parte di un congegno che produce scrittura. E “timpano” è, nell’architettura del tempio greco, la superficie...