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Giro d'Italia

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In memoria di Marco Pantani

Finalmente! Dopo dieci anni, in cui abbiamo ammirato la tenacia incrollabile con la quale Tonina Pantani ha gridato che no, suo figlio non si era suicidato; dopo che Philippe Brunel, giornalista dell’Equipe e raffinato scrittore, aveva smontato pezzo per pezzo quell’inchiesta così frettolosa, e aveva dimostrato, nel suo Vie et mort de Marco Pantani (pubblicato in Italia da Rizzoli nel 2008 col titolo Gli ultimi giorni di Marco Pantani, aperto da una bellissima prefazione di Gianni Mura), che troppi segni non erano stati presi in considerazione dalla magistratura; dopo che nel 2012 avevo scritto e messo in scena Pantani, con il mio Teatro delle Albe, pubblicato da Luca Sossella Editore, e dopo aver portato lo spettacolo in giro in tutta Italia e non solo; finalmente uno spiraglio di luce. Finalmente un colpo di scena. Si riapre il caso: la Procura di Rimini ha riaperto una nuova inchiesta sulla morte del grande campione, la stessa che all’epoca aveva condotto le indagini con una fretta sospetta, arrivando a definire l’accaduto un semplice incidente, causato dall’overdose di cocaina. Caso riaperto e ipotesi di omicidio volontario a carico di...

Il Rospatoio

Mi aveva detto un amico – avevamo, sì e no, quindici anni – che sul Rospatoio in un lontano Giro d’Italia Bartali aveva preso una cotta grossa così ed era andato in crisi. L’amico ogni tanto sparava qualche balla, ma a me piaceva credere che fosse vero, anche se qualcosa mi diceva che non lo era. Il Rospatoio: una salita di tre chilometri all’incirca, quasi dritti, con appena due o tre semicurve e una pendenza dell’otto per cento. Tra la vegetazione la sagoma aguzza, come quella di un dente cariato, della Rocca di Crevole, semidistrutta dagli Spagnoli in una lontana guerra cinquecentesca. Siamo in Toscana, anzi, in uno dei suoi cuori, a Murlo, venti chilometri a sud di Siena, famoso perché i suoi abitanti hanno lo stesso Dna degli Etruschi. Anni dopo, studiando la storia minore dei borghi senesi, avrei scoperto che questa collina divideva in due il comune anche politicamente: da una parte tutti comunisti, dall’altra tutti democristiani.   La mia bici da corsa era un’Aquila fabbricata a Montevarchi; due moltipliche e cinque rocchetti che non sapevo spingere neanche troppo bene: faticavo, infatti, anche...

Ciclisti

Io vado a lavorare con la macchina. Poi torno da lavorare, sempre con la macchina. E mentre faccio avanti e indietro vedo queste persone disperate che si muovono in bicicletta. Mi danno un’idea precisa di precariato, i ciclisti, che mette l’angoscia. Soprattutto quelli con gli zaini e le valigie agganciate ai lati delle ruote. Io passo col braccio sinistro fuori dal finestrino, tre bottoni della camicia slacciati e gli occhiali da sole saldati dietro le orecchie, e sudo. E sudano pure loro, delle volte stanno lì a rigirarsi tra le mani la cartina unta di fatica, piegata a piacimento dal vento caldo all’ombra di una pianta secca a bordo strada che uno li vede, non ci pensa a queste cose e dice, Ah i cicloturisti in vacanza, mi piacerebbe farlo, mentre nello stesso istante realizzi e pensi col cazzo che lo farò. Che infatti se li osservi vedi che gli ronzano intorno api, zanzare e l’acqua non è più fresca, e ci sarebbe bisogno di una doccia, di una veranda, un letto, eccetera. I ciclisti sono molto rumorosi. La meccanica del mezzo, proprio, tutti quei cigolii, rumorini metallici, fiato corto e colpi di tosse, che se sei steso...

Polidori sull'Anticavallo alla scoperta del mare verde

Le Fiandre e la Romagna, terre di ciclisti, sono piatte, viceversa le Marche hanno appena il tre per cento di pianura mentre il resto è collina. Qui, dalla balconata di Cupramontana, pochi chilometri da Jesi, nell’epicentro della produzione del verdicchio, è un mare verde a saliscendi, dense macchie di olmi, castagni, e di viti a filari scoscesi da cui si profila in lontananza il mare vero, appena uno spicchio sullo sfondo, cioè la chiazza slavata dell’Adriatico che si apre tra Senigallia e Falconara. Nella Marca profonda, la celebre tesi di Brera che vedeva nella bicicletta un Anticavallo non ha senso perché nella terra dei piccoli borghi e della mezzadria diffusa che tuttora disegna il paesaggio l’Anticavallo è stata la moto o l’automobile, semmai, due alternative modernizzatrici che hanno affiancato la bici o paradossalmente l’hanno preceduta, tant’è che nel secondo dopoguerra si è passati dal «biroccio», il tradizionale carro agricolo, alla Guzzi o all’utilitaria Fiat lasciando magari la Graziella alle donne di casa: che di bici brulicasse da sempre la costa, specie tra...

Se vuoi andare vai, io sto qui e aspetto Alfonsina

“Per una biciclette azzurra, / Livorno come sussurra!”. Laura Bosio ricorda un’ironica poesia che Giorgio Caproni dedicò alla madre Anna, in un’immagine di fine Ottocento. “Come s’unisce al brusio / dei raggi, il mormorio! / Annina sbucata all’angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai s’era vista, / in giro, una ciclista?”. Non è stato questo il punto di partenza del suo romanzo Le notti parevano di luna (Longanesi), recente vincitore del Premio Rapallo che pochi giorni fa si è disputato il superpremio con Francesca Melandri e Paola Soriga.   Alla fine la giuria popolare ha scelto Più in alto del mare (Rizzoli), il libro della Melandri, ma intanto nella più importante manifestazione tutta dedicata alle scrittrici è tornato a materializzarsi un personaggio che a lunghi intervalli ricompare talvolta sulla scena: Alfonsina Strada, la prima italiana a diventare fra lo scetticismo generale - senza contare lo scandalo - una popolare campionessa di ciclismo. Riuscì persino a partecipare al Giro d’Italia del 1924, sola fra una novantina di atleti maschi. Fu...