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Gezi Park

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Rappresentare il non-rappresentabile

Mattia Cacciatori è un giovane fotoreporter che ha trascorso parte degli ultimi anni in Cisgiordania, a Ramallah, per documentare il conflitto israelo-palestinese. I suoi amici sono dunque abituati ad averlo lontano, a saperlo in giro per il mondo. L’8 luglio 2013 le prime pagine dei giornali accostarono, all’improvviso, le parole Mattia e Farnesina, io stesso mi ero quasi scordato che il mio amico fosse in Turchia per le rivolte di Gezi Park. Stavo seguendo, tra l’inerzia di Twitter, quelle giornate di Istanbul e quando la parola Mattia entrò nello schermo, in tutti gli schermi, mi trovai senza più nulla da dire e senza più nulla da pensare su quei giovani che vedevo manifestare e sulla questione turca in generale. D’un tratto l’unica immagine possibile di quella rivolta era formata da quell’insieme di parole che, lapidarie, su tutti i quotidiani italiani online e non, descrivevano l’arresto di Mattia da parte della polizia turca. Il flusso di notizie e immagini riguardanti le manifestazioni si era improvvisamente arrestato in una terza dimensione, la profondità della prossimità di Mattia alla mia...

Un anno dopo a Gezi Park

Quando un anno fa, il 15 giugno 2013, Gezi Park è stato sgomberato io ero lì. Non ero il solo. Per più di due settimane, non solo a Istanbul, milioni e milioni di persone si sono sentite unite, non estranee, contro l’abuso di potere del partito che ancora oggi ha la maggioranza: l’Akp. “Come ciechi si toccano ma non sanno di essere fratelli” ho scritto un anno fa in un romanzo chiamato Testimone a Gezi Park. Lo penso ancora. Peccato che i capulcu siano rimasti in pochi. La lotta continua. La lotta si evolve in nuove forme. La lotta, purtroppo, si è fatta violenta.   Il muro contro muro con cui si va avanti da più di un anno non ha fatto altro che indurire gli animi e la pelle. Secondo Amnesty sono morte una decina di persone, ci sono stati più di 8000 feriti e più di 5000 persone sono sotto processo (di cui solo una decina poliziotti). Il fatto che a ogni manifestazione c’è il rischio reale di non tornare a casa ha fatto sì che in molti hanno mollato. Del resto la fortuna è cieca e non guarda in faccia nessuno: Berkin Elvan è stato baciato mentre andava a comprare il...

Drone, l'occhio che uccide dal giardino di casa

È l’occhio del XXI secolo. Vola in alto, sopra le nostre teste. La sua visione è azimutale. Appare in grado di identificare un’automobile e i suoi passeggeri, distingue le portate di un pranzo all’aperto, sa capire se chi cammina su un sentiero di montagna è un pericoloso terrorista oppure un alpinista dilettante. Somiglia a un uccello, possiede ali nere e dimensioni ridotte; lo mostrano così le poche immagini messe in circolazione dalla aviazione americana.   Ma non c’è solo questo veicolo militare ad alzarsi sulle nostre teste. Questa estate lo si è visto volare sopra gli incendi boschivi. Qualche mese fa ad Istanbul, a Gezi Park, nel pieno della protesta che ha fatto vacillare Erdogan, il movimento di protesta ha lanciato in aria un piccolo apparecchio di colore bianco che forniva immagini da postare su You Tube. I poliziotti l’hanno abbattuto a colpi di pistola. Il suo nome è Drone; gli deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, anche se è conosciuto con vari acronomi: RPA Remotely piloted aicraft; ROA Remotely iperated aircraft; UAV Unmanned aerial vehicle. In italiano la...

Istanbul, che aria tira

A undici giorni dall'occupazione del Gezi Park, a Istanbul si respira un clima d'instabilità palpabile, quasi più violento dei tear gas che hanno pervaso per più di 40 ore non stop una vasta area intorno a Piazza Taksim.     Ma non c'è solo tensione. Stasera l'euforia è alle stelle. E' incredibile quello che sta succedendo in questi ultimi minuti: tifosi delle tre principali squadre di calcio locali, Fenerbace, Galatasaray e Besiktas, si stanno riversando in Taksim. Ultras che fino a tre settimane fa si guardavano in cagnesco, per usare un eufemismo, sono ora riunite nel luogo simbolo della protesta, cantando a squarciagola gli inni da stadio, riadattati per l'occasione, sotto gigantesche bandiere della Turchia.     L'Ataturk Kultural Merkezi, dalla cui cima i giornalisti hanno scattato alcune immagini ormai diventate simbolo della protesta, è gremito di gente che si arrampica sulle scale pericolanti in preda a un sentimento di riappropriazione degli spazi.   Abito a Istanbul da sei mesi, non abbastanza per capire in fondo tutte le sfaccettature socio-politiche di...