Categorie

Elenco articoli con tag:

Lampedusa

(14 risultati)

E ne è valsa, dopotutto, la pena

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto. 
Ne sarebbe valsa la pena. Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia. Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento. 
E questo, e tante altre cose? - È impossibile dire ciò che intendo!
 Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
 ne sarebbe valsa la pena T.S. Eliot Un velo lunghissimo blocca la porta girevole dell’Excelsior, e tutti gli attori, i produttori, i registi, i trolley e i pass, le macchine fotografiche e i canapé all’aperitivo, le giovani e i giovani elegantissimi in cerca di fortuna vestiti da sera per incrociare la sorte tra il parquet e i lampadari rimangono bloccati nella hall, con i concierge che tentano in tutti i modi di capire come sia finito quel velo enorme ad impedire l’accesso al cuore pulsante del festival di Venezia. Non è accaduto, ma stava per accadere. Fortunatamente la porta d’ingresso girevole ha accanto una piccola porticina, che ha permesso al corteo di 80 spose di passare entrare, attraversare il lungo salone ed uscire lì, tra i leoni, sul mare...

Mediterraneo come attitudine all’innovazione sociale

Il Mediterraneus, mare in mezzo alle terre che i romani chiamavano mare nostrum, è di colore bianco sulle labbra degli arabi: al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, Mar Bianco di Mezzo. Mare di mezzo, Hayam Hatikhon per la parola ebraica, ilel Agrakal per i berberi. Mare in mezzo alle terre, Chichūkai  per i giapponesi e deti mesdhe per gli albanesi.     "Fatta" l'Europa, si è posto il problema di mettere in cornice questo specchio che rifrange popoli, idiomi, politiche. L'appartenenza comune alle sue acque, impone che le terre da esse lambite non siano escluse dallo sviluppo ivi possibile e al tempo stesso che si stabilisca un certo ordine.   L'importanza della cooperazione, che L'Unione Europea ha espresso nella programmazione 2000/2006 e rilanciato con strumenti finanziari successivi, è confermata dalle nuove forme giuridiche di governo tra territori internazionali, ma già nel 2010 Il filologo Mahmoud Salem Elsheikh, nel corso del convegno La tutela del patrimonio culturale nelle aree a rischio di conflitto. Il ruolo dei tecnici, presso l’Abbazia di Santa Maria di Canneto a...

Io sto con la sposa

“Ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti” Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri La questione della bontà delle nostre azioni e della cattiveria di quelle degli altri è una questione antica, ripresa da moltissimi pensatori e filosofi, non ultimo Friedrich Nietzsche  che in Umano, troppo umano spiegava come la continua attribuzione dell’immoralità agli altri (per essere noi i giusti e i dotati di bontà) fosse causa stessa di conflitto.   Susan Sontag aggiunge un pezzetto al ragionamento del filosofo: uno dei grandi strumenti di deresponsabilizzazione è la compassione. Se io soffro con te, non posso essere stata la causa del tuo dramma. E’ su questo meccanismo che si fonda il nostro rapporto con una delle più grandi tragedie silenti degli anni 2000: le morti di migranti nel tentativo di esercitare un diritto sacrosanto, ossia il diritto alla mobilità, e la possibilità di scegliere dove vivere, o più semplicemente dove andare. E’ di pochi giorni fa il video di Repubblica che...

Istruzione superiore

La storia è nota ed è stata già raccontata da altri, ma mi preme scriverne perché la conosco da vicino e perché è anche una storia di scuola e di “successo formativo” contro molte previsioni. Abdelmoula Khadiri, per tutti Rachid, aveva una decina di anni quando ha lasciato la madre e la provincia marocchina per seguire i fratelli più grandi a Torino, già trasferiti per fare i venditori ambulanti. ‘Rachidino’ vendeva fazzoletti e spugnette, sciarpe e gadget vari in tutto il centro città, in particolare nella zona di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche e centro studentesco ad alta frequentazione. La mattina andava a scuola e poi lavorava, ha frequentato prima le medie e poi le superiori, prima in un istituto professionale e poi, con un passaggio, in un istituto tecnico serale. Sempre macinando chilometri e piedi e entrando in relazione con centinaia di persone, fuori dalle biblioteche, dai teatri, dai cinema, dai bar, dai locali. Molti studenti e studentesse, fin da quando era più piccolo e vederlo stringeva il cuore, lo aiutavano a fare i compiti e poi a studiare:...

A partire da Lampedusa

Il vento non ha tetto né casa, e il vento è una bussola per il nord dello straniero. Mahmoud Darwish   Un cellulare riprende i migranti a Lampedusa “ospitati” nel centro di primo soccorso e accoglienza della Contrada Imbriacola, denudati e lavati all’aperto per la profilassi contro la scabbia, contratta negli spazi stessi del centro.     Quel video offuscato racconta qualche minuto della vita sull’isola, il luogo in cui i migranti sbarcati vengono smistati per poi essere identificati. Il filmato racconta un momento di quotidianità. Nella doccia all’aperto, nello spogliarsi collettivo in giardino, non ci sono segni di violenza fisica, spesso presente negli spazi dei centri nei quali le parole “detenzione” e “custodia” sono sostituite da “ospitalità”; vi è l’umiliazione. Non è un caso che l’etimo di umiliare sia “humus”, suolo. Il terreno, il territorio diventano nelle pratiche di accoglienza un privilegio. Il viaggio, la migrazione, un peccato da scontare.   A seconda della provenienza o della storia (...

Greetings from Corelli

Lunedì mattina sono entrata per la prima volta al CIE di Milano, in via Corelli. Ero in ritardo, quasi a non voler andare. Con il taxi abbiamo cercato il posto risalendo in tutti i sensi quel pezzetto di città che si immerge sotto la tangenziale, senza riuscire a trovare il gabbiotto della polizia, i padiglioni nascosti all’ombra dei pilastri. Mentre mi accingevo ad arrivare, pensavo tra me e me che non potesse essere diverso dalle molte case di reclusione, circondariali, carceri di mezza Italia in cui sono entrata negli ultimi anni. Eppure. Eppure una differenza c’è.   C’è la facilità con cui ora si può entrare, dopo l’ondata emotiva della strage di Lampedusa, grazie alla quale tutti gli operatori del settore migratorio cercano di legittimarsi come “non complici” del sistema di controllo e gestione degli ingressi e delle uscite dal territorio nazionale. C’è che, una volta dentro, lo spazio è qualcosa di differente. Se tra le mura di un carcere è chiaro cos’è il dentro e cos’è il fuori e è evidente il confine simbolico che lo Stato...

Lampedusa: false tratte e false proposte

In un articolo sul Corriere della Sera del 4 ottobre, Fiorenza Sarzanini descrive così i “miliziani dei barconi”: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono avvicinati dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere merce umana da imbarcare, che li convincono a seguirli”.  I migranti sono quindi “merce umana” inconsapevole, uomini e donne sprovveduti e incapaci di decidere del loro futuro. Persone da proteggere e vittime credulone di trafficanti-spacciatori.   Come invece nota Andrea Segre, la lezione che questo come molti altri interventi traggono dalla vista delle centinaia di cadaveri raccolti sulla spiaggia di Lampedusa è cosi riassumibile: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi”. I criminali e l’origine del male sono loro, i trafficanti senza scrupoli, e i paesi europei hanno la responsabilità morale di unirsi per fermare questo scempio.   Questa è tristemente la posizione politica dominante su Lampedusa. La commissaria agli Affari Interni dell’Unione Europea, Cecilia...

Oltre i bastioni di Schengen

È davvero difficile prendere la parola in questo momento di dolore, di fronte a una sciagura come quella appena abbattutasi sull'ennesimo barcone di migranti a largo di Lampedusa. Ogni riflessione in merito non può che partire dall’ordinarietà della morte nelle acque del Mediterraneo e dalla speculare assuefazione che essa ha, più o meno consapevolmente, generato, rotta stavolta dall’enormità del numero di caduti.   Il nostro scenario così interconnesso, allora, lungi dall’assomigliare al tanto decantato villaggio globale, in cui ognuno si interessa di ognuno, si rivela arida metropoli posturbana. In cui non ci si riconosce nemmeno fra vicini di casa. Globalizzazione dell’indifferenza, l’ha chiamata, recentemente, papa Francesco.   A questo senso di estraneità (e in alcuni casi di disprezzo) diffuso corrisponde un impegno rinnovato di leader e politici verso l’accoglienza e la fratellanza nei confronti di chi arriva senza niente, affrontando nel viaggio il rischio così alto di morire.   A margine di questa disputa generale sul senso di umanità e su cosa davvero significhi nel profondo essere umani, c’è una questione culturale e riguarda il grande mare di mezzo, il...

Lampedusa: la strage

Strage non è una parola, è uno straccio che sventola dalle home dei quotidiani, una parola che non restituisce nulla e che in particolare in Italia sventa possibili colpevoli, li rende inesistenti, improbabili, impossibili. Colpevolezza e responsabilità mai sono andate così d’accordo da quando le politiche migratorie italiane si sono così volenterosamente piegate a logiche sostanzialmente razziste.   Una lunga fila di morti stesi lungo la banchina di Lampedusa, donne, uomini e bambini. Una lunga inutile fila di morti, gente che non inseguiva un desiderio o una speranza, ma semplicemente cercava una possibilità di sopravvivenza e gli è andata male.   Le vittime sono sempre informate sui fatti: cosa è successo, chi è stato, come è andata, le vittime sono quello che resta mentre i colpevoli se la squagliano. Ma un indizio c’è sempre, una traccia da seguire che in questo caso ci circonda: è l’accorrere, spesso ancora prima dei soccorsi, di voci, di giudizi e pareri, di possibilità mancate, di vie da percorrere: tutte voci sovrapposte, a confondere, sembrano...

Settantacinque chilometri di mare

Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame." J.C. Izzo     El-Houaria è l’ultimo paesino del Cap Bon, la punta più settentrionale dell’Africa. Dalle grotte di ardesia, si vede Pantelleria. Settantacinque chilometri di mare hanno ricoperto nei secoli l’istmo che collegava Sicilia e Tunisia. Se si passeggia per Tunisi, quei chilometri di mare sembrano assenti: stesse bouganville, fichi d’india e dolci alle mandorle. Volti scottati dal sole, uliveti, mare cristallino. Quel mare, quel posto di violenta bellezza, racchiude nello spazio dell’orizzonte la storia degli ultimi venticinque anni.   Solo oggi sono morte 90 persone e 250 risultano disperse al largo dell’isola dei conigli. Ieri altri 13 corpi sono stati recuperati a Scicli, qualche chilometro più lontano. Dal 1988 si stimano che siano morti nel Mediterraneo almeno 19.142 persone, di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011 (da Fortress Europe). La stima è chiaramente al ribasso. Per dare una proporzione, sono l’equivalente numerico...

In mezzo alle terre / Betweenlands

Nel corso del 2011 abbiamo visto un Mediterraneo protagonista e spettatore di un’energia collettiva univoca all’interno di un’area da sempre considerata culla della cultura. Un’energia che partendo dalla sponda araba ha generato un profondo cambiamento riverberato fino alle porte dell’Europa. Un’energia che ha sconvolto e coinvolto diversi paesi in cerca di un’identità nuova e cosciente: dalla Tunisia, passando per l’Egitto e fino alla Libia, giungendo come un’eco a Lampedusa e in Grecia. Unico comun denominatore: la piazza, la folla, la colle ttività.La partecipazione. La libertà. Betweenlands è un progetto di Loris Savino e Marco Di Noia che racconta tutto questo: il rinnovato sentimento di coscienza, di dignità, di responsabilità che si è esteso da un paese all’altro, da una sponda all’altra del Mediterraneo. Il racconto parte dagli attori di questo cambiamento: le persone, le loro voci, i loro visi, le loro necessità e motivazioni. Persone che hanno avuto il coraggio e la coscienza di dire basta ai regimi e alla mancanza di libertà, che...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...

Foeura di ball

Non è del tutto tipico quel «Foeura di ball» (fuori dalle balle) con cui Umberto Bossi ha finto di poter liquidare la questione dei profughi in arrivo dall’Africa a Lampedusa. Proprio la formula scelta dal ministro per le Riforme Istituzionali rivela una chiusura, una forma di arroccamento forse più radicale di quanto non sia tradizionale per la direzione della Lega e di quanto non richiederebbero le stesse tattiche politiche e pre-elettorali di circostanza. «La soluzione è: Foeura di ball»: questa la frase originale. Incomincia in italiano e finisce in dialetto, in controtendenza con il faticoso apprendimento della lingua comune compiuto oramai da pressoché tutta la nazione. Bossi non ha mai esagerato con il dialetto, ne ha sempre considerato i rischi di esclusione oltre ai vantaggi di inclusione. Il successo espansivo della Lega degli anni Ottanta e inizio Novanta (quando dalla Lombardia si è allargata al Veneto sino a intestarsi l’intero «Nord») fu dovuto anche al sostanziale abbandono delle rivendicazioni linguistiche. Queste furono limitate ai cartelli stradali, quando notturni verniciatori...

Torino, 5 marzo, ore 17.23

La sensazione mi sorprende al semaforo di corso Novara, angolo corso Giulio Cesare. C’è qualcosa di nuovo nel paesaggio dei balconi che si affacciano dai casamenti multipiano dell’incrocio: anzi, d’antico. Ci metto un attimo, poi la sensazione si precisa: questo era un posto dove per anni hanno sventolato le bandiere arcobaleno della pace. All’inizio sgargianti nella loro fresca dichiarazione pacifista; poi sempre più stinte e opache, proprio come la coscienza dell’opinione pubblica. Adesso, invece, i terrazzi delle case popolari sono improvvisamente fioriti di tricolori. In effetti, non solo qui, ma in tutta Torino si vedono facciate imbandierate. Sono singoli appartamenti, ma anche più scenografici striscioni biancorossoverde che inglobano mezzo condominio. Il 17 marzo si avvicina. La prima cosa che mi chiedo è se il tricolore garrisce sugli stessi terrazzi dove prima sventolava la bandiera della pace. Sono incline a credere che in buona parte sia così: che quei balconi e quelle bandiere appartengano a persone che vogliono comunque esprimere un’idea, un’appartenenza. Se l’ipotesi è...