Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra

26 Dicembre 2025

Quando Leon Goldensohn, nato il 19 ottobre 1911 a New York, fu assegnato al Processo di Norimberga, aveva trentaquattro anni. Prestò servizio come psichiatra della prigione fino al 26 luglio 1946. Nello stesso periodo anche Douglas Kelley, psichiatra militare, venne chiamato a Norimberga per esaminare la capacità di intendere e di volere dei gerarchi nazisti: della sua esperienza parlerà lo storico Jack El-Hai nel volume Il nazista e lo psichiatra (traduzione di Roberta Zuppet, Rizzoli 2014) da cui è tratto il recente film Norimberga del regista James Vanderbilt. Kelley scrisse un libro che tuttavia non è mai stato tradotto in italiano: 22 Cells in Nuremberg. A Psychiatrist Examines the Nazi Criminals (W. H. Allen, London 1947). George M. Gilbert, un altro psichiatra ebbe modo di incontrare i capi nazisti a Norimberga, e pubblicò questo libro tradotto in italiano nel 2005: Nelle tenebre di Norimberga (Traduzione di Davide Forno, SEI editore). Se però concentriamo l’attenzione sull’opera di Goldensohn I taccuini di Norimberga (Traduzione di Piero Budinich, a cura di Robert Gellately, Neri Pozza 2025, in precedenza pubblicato da il Saggiatore stesso traduttore e medesima presentazione) e leggiamo i taccuini dello psichiatra, redatti per sette mesi (prima dattiloscritti e poi copiati a macchina) nelle celle dei prigionieri durante i colloqui, notiamo subito la mancanza di importanti annotazioni psicopatologiche. Chi sospettava che i 19 imputati e i 14 testimoni, complici nella realizzazione dell’olocausto, fossero mentalmente disturbati deve ricredersi proprio leggendo le parole stesse degli accusati. Da questi taccuini (non diventati libro solo per la morte precoce di Goldensohn nel 1961) trapela l’assenza di una collettiva consapevolezza del genocidio, di un sentimento simile a un qualche vago rimorso o senso di colpa. Gli imputati rispondono a domande precise sulla personale partecipazione allo “sterminio ebraico” con frasi anonime, che puntualizzano il loro ruolo, minore, di funzionari fedeli a una causa politica. Non sapremo mai se quella patina di “neutralità”, che slontana la tragedia dell’olocausto, sia frutto di una strategia processuale o fotografia di una realtà anaffettiva. Ogni domanda in questo senso è destinata a restare senza risposta. In molti degli interrogati domina l’orgoglio del militare, la fiducia granitica in un ego dominato da un pensiero antisemita, fanatico, nazionalista.

Alfred Rosenberg dice: «Lei prende sempre appunti quando parliamo. Non mi disturba, anzi ne sono lieto. La prego soltanto di essere preciso, perché prende quegli appunti? […] Tengo a che lei sia preciso e non travisi le mie teorie e i miei ragionamenti. Dopotutto sono un filosofo e uno studioso e i miei pensieri possono risultare difficili da seguire […] Mi viene da sorridere quando alcuni dei miei coimputati dicono in aula di non aver mai letto i miei libri, perché questo è un riflesso della loro incapacità di seguire l’andamento del mio pensiero, che per l’uomo comune è troppo acuto e profondo». Rosenberg, giudicato colpevole di crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, viene impiccato il 16 ottobre 1946. Non è il solo accusato, al Processo di Norimberga, ad esibire con orgoglio le proprie capacità intellettuali. Lo scollamento fra l’orrore dei fatti e la certezza della propria ragione “superiore” ancora oggi genera, se non orrore, stupore. Rosenberg, sentendo attraverso le cuffie la traduzione in russo della propria testimonianza, ne critica perfino gli errori, esibendo con fierezza la sua natura poliglotta.

Diventa evidente, leggendo i dialoghi di Goldensohn con gli imputati, come tutti (o quasi tutti) neghino ogni responsabilità diretta nel genocidio, riducendo la loro posizione giuridica a quella di meri esecutori di ordini. La volontà di ogni imputato è negare/minimizzare la partecipazione diretta, anche parzialmente consapevole. Ognuno di loro vuole non sapere e non vedere, sorpreso che cose tanto orribili siano potute accadere. Nel secondo processo di Norimberga (Vincitori e vinti, regia di di Stanley Kramer, 1961), uno degli imputati, il giudice Ernst Janning, pur manifestando una sua personale dignità di intellettuale e di scrittore, si azzarda a dire che lui sapeva, sì, delle centinaia ma non delle migliaia di morti. Quindi, se le vittime fossero state centinaia e non migliaia, Janning si illudeva di essere, almeno numericamente, meno colpevole.

Un altro imputato, Fritz Sauckel, dice: «Venivano reclusi solo i comunisti e i socialdemocratici che operavano contro lo stato. I comunisti e i socialdemocratici che conoscevo in seguito sono diventati, nella maggioranza dei casi, nazisti. Sono stati rinchiusi nei campi di concentramento solo quelli che agivano contro lo stato». E ancora: «Non avevamo intenzione di agire contro la democrazia in altri paesi. Mi sarebbe sembrata una follia cercare di imporre convinzioni politiche ad altre persone». Si deduce che solo nella Germania nazista sarebbe stato necessario isolare il nemico, circoscrivere la sua letalità come agente patogeno, e sopprimerlo.

Gli imputati di Norimberga non erano personaggi “senza carattere” ma persone ambiziose, spietate, coscienti del loro potere assoluto ma anche irreprensibili mariti, padri ipocriti, difensori della nazione anche a costo di uccidere chiunque osi ribellarsi al regime autocratico del Terzo Reich. Colpisce, nelle diverse risposte, il tono sempre oggettivo, la neutra descrizione dei fatti, la fedeltà ferrea ai codici militari. Sembra, a giudicare da ogni resoconto, che ognuno di loro non abbia potuto agire diversamente da come ha agito, dovendo obbedire gli ordini di Himmler e di Hitler pena la morte, e che non ci fosse nessuno spazio possibile per reazioni emotive che minassero l’autorità suprema del Führer. 

tenebre

Perché una patologia esista, occorre che esista un sintomo. Il termine sintomo (dal greco σύμπτωμα, symptoma,' evenienza'), deriva da συμπιπτω (sympipto, 'cado con', 'cado assieme') e indica un'alterazione soggettiva della normale sensazione di sé in relazione ad uno stato patologico. Ma, da ognuno di questi colloqui, non emerge nessuna alterazione che rimandi a qualche disturbo dell’umore o del pensiero; non trapela la percezione soggettiva del dubbio o la ferita personale del dolore: solo la constatazione dell’incomprensibile rovina del Terzo Reich e la coscienza di essere stati sconfitti. Gli imputati si trincerano in una negazione quasi totale, neppure riscattata da un meccanismo di rimozione che presupporrebbe una consapevolezza dell’orrore perpetrato. Sono dei sadici mascherati? dei burocrati che non sapevano? dei vili che difendono le loro vite? Non lo sapremo mai. Di fatto, i criminali nazisti risultano immuni da patologie mentali.

Le sole eccezioni sono quella di Rudolph Hesse, giudicato incapace di intendere e di volere, e condannato all’ergastolo nel carcere di Spandau, dove morì all’età di novantadue anni, e quella di Hermann Göring, che spicca, fra tutti gli altri per una sua onnipotenza spavalda, una febbrile disforia maniacale. Fa affermazioni nette, dure, in contrasto con i toni spesso ipocriti degli altri imputati. Non nega i crimini del Terzo Reich. «Anche se non si provasse alcun senso di colpa per essersi macchiati dello sterminio di un intero popolo, il buon senso insegna che nella nostra cultura un simile intento sarebbe ritenuto barbaro e susciterebbe tali critiche dall’estero e all’interno come il più grande crimine della storia […] Io ho una coscienza e sono convinto che uccidere donne e bambini perché si dà il caso che siano vittime della propaganda isterica di Goebbels non sia degno di un gentiluomo [..] Per quanto mi riguarda mi sento decisamente esente da responsabilità per gli eccidi di massa. Certo, dopo Hitler, ero la personalità più in vista del Reich e avevo sentito alcune voci sul massacro degli ebrei, ma non potevo farci nulla e sapevo che era inutile indagare...»

Non poter fare nulla perché tutte le indagini sono inutili: il potere autocratico impone una sola obbedienza, una sola visione del mondo. Non manca di coraggio, Göring, nei suoi colloqui con Goldensohn, quando giudica il processo di Norimberga una vera e propria farsa, che sarà smascherata in futuro: «Sono convinto che un paese straniero non abbia diritto di processare il governo di uno stato sovrano. Mi sono trattenuto dall’esprimere osservazioni critiche sui miei coimputati. Eppure essi sono un gruppo eterogeneo, non rappresentativo. Alcuni sono così irrilevanti che non ne avevo mai sentito parlare […] Hanno ragione a includermi fra i grandi nazisti che hanno governato la Germania».

film

 

Nel film Norimberga (2025, regia di James Vanderbilt), Göring, interpretato da un Russell Crowe fisicamente imponente anche nelle sue condizioni di cattività, grida dall’aula del tribunale: “Nicht schuldig”, “Non colpevole”; e pochi minuti prima dell’esecuzione si sottrarrà all’impiccagione masticando una pillola al cianuro, in un estremo atto di eroismo negativo.

Quasi tutti gli imputati del processo di Norimberga scotomizzano l’eccidio ebraico come se parlassero dei “dintorni dell’olocausto”, o di questioni di politica generale, di difesa personale. Dice a Goldensohn Hans Fritzsche, alto funzionario del Ministero della Propaganda di Goebbels, condannato a nove anni di reclusione e rilasciato nel 1950: «È la vecchia questione della sensazione di vertigine che coglie un uomo quando raggiunge i vertici del potere. Ho sempre prestato molta attenzione a queste cose. Dato che non subivo in alcun modo il fascino del potere, ho sempre considerato un peso decidere del destino delle persone, perfino di minuzie come le assunzioni e i licenziamenti nel mio ufficio. Quindi lasciavo tali decisioni ai miei vice. D’altro canto il mio hobby preferito era alquanto diverso. La cosa che mi piaceva di più era “acchiappare le anime”: in altre parole, non riuscivo a concepire niente di meglio che persuadere le persone e, parlando, farle ragionare […] Immagino di avere in me qualcosa del pifferaio di Hamelin. I miei amici, infatti, mi chiamavano “l’acchiappa-anime di Hamelin”».

Non so se Fritzsche fosse consapevole di quanto le sue parole fossero esatte. E, pronunciarle in una cella, davanti a uno psichiatra, in prossimità di un processo che poteva prevedere anche la sua impiccagione, appare un atto sfrontato, inaudito, ma paradossalmente rivelatore. Il ministro nazista sapeva di poter persuadere masse di persone con la propaganda, e di acchiappare anime per la causa nazista. Un intero popolo ha creduto alla favola del pifferaio Hitler, che convinceva ogni persona a vivere la sua vita come unica, in un paese fintamente democratico e realmente totalitario, anche se questo dovesse costare la vita a milioni di persone. Un discorso del genere fa crollare i limiti della ragione: è una sentenza senza appello estesa a tutta quella generazione. 

Da un dialogo fra Leon Goldensohn e Rudold Höss leggiamo: «”Il fatto di aver messo a morte due milioni e mezzo di uomini, donne, bambini, per non parlare del suo ruolo di supervisore dei campi di sterminio dopo il 1943...tutto questo non la angustia un po’ qualche volta?”. “Pensavo di fare la cosa giusta. Obbedivo agli ordini e adesso, naturalmente, capisco che era sbagliato e non necessario. Ma non so che cosa intenda quando parla di essere angustiato da queste cose, perché personalmente non ho assassinato nessuno. Ero solo il direttore del programma di sterminio ad Auschwitz. È stato Hitler a ordinarlo tramite Himmler ed era Eichmann che mi impartiva gli ordini riguardo ai trasporti”. “Ha mai pensato a tutte quelle esecuzioni, gassazioni o cremazioni di cadaveri… cioè quei pensieri le tornano alla mente, qualche volta la perseguitano?” “No. Non ho fantasie del genere”».

Höss, comandante del campo di sterminio di Auschwitz, verrà impiccato il 7 aprile 1947 a 47 anni. Le sue parole, lette oggi, non ci sono estranee. L’obbedienza agli ordini è un dato assoluto, che gli ufficiali nazisti utilizzano a propria discolpa: un militare deve eseguire l’ordine impartito senza porsi dubbi o domande. Ma, quando Höss, alla domanda se per lui esistano pensieri persecutori causati dalle sue azioni, risponde: “No, non ho fantasie del genere”. La risposta, secca e chiara, allarga i confini del “male” oltre ogni regola. Il possibile senso di colpa per delle morti reali diventa soltanto una sgradevole fantasia: la responsabilità del massacro di due milioni di ebrei non è sufficiente a disturbare con pensieri negativi chi questo massacro lo ha organizzato. È implicito come il comandante di Auschwitz consideri giusto l’olocausto e di certo, se si ripetessero le stesse condizioni determinate dal conflitto bellico, obbedirebbe con lo stesso scrupolo. Non si tratta di cinismo, di indifferenza, di malvagità, ma della consueta, granitica certezza: il potere assoluto deve poter disporre della vita di qualsiasi uomo con crudele determinazione, in nome della ragion di stato: la sola preoccupazione del comandante dei campi di concentramento sarà quella di eliminare le “scorie” dei cadaveri. 

Nessuno dei crimini imputati agli ufficiali esaminati da Goldensohn è una “memoria del passato”. Crimini simili a questi continuano ad esistere e a moltiplicarsi, anche se cambiano i nomi dei dittatori e i nomi delle vittime. La storia non insegna niente. Arriverà un altro episodio, un altro eccidio, e si rinnoverà la pantomima delle colpe, delle accuse, delle difese. E, come al solito, un qualche psichiatra chiamato a “capire”, a dare un senso a quelle azioni mostruose, non saprà individuare, nell’inconscio dei carnefici, un sintomo, una lacuna esistenziale: leggerà nelle loro esistenze, uomo dopo uomo, una sete insaziabile di potere, una sete che, per essere estinta, condurrà il popolo ebraico all’estinzione, e migliaia di altri popoli allo stesso destino, in questo presente e nell’immediato futuro delle prossime guerre. Dei crimini commessi dai nazisti scrive, a monito perenne per la memoria collettiva, Robert Gallately: «In ogni caso, furono i primi, grandi processi di Norimberga ai principali criminali nazisti a sconvolgere veramente l’opinione pubblica mondiale. Benché i governi alleati avessero reso noti alcuni esempi delle atrocità naziste già durante il corso della Seconda guerra mondiale, compreso lo sterminio degli ebrei, vi era una certa tendenza a non prestare credito a molte di queste storie, determinata dalla violenta propaganda antitedesca diffusa durante la Prima Guerra mondiale, Pertanto l’imponente documentazione presentata a Norimberga ebbe quantomeno il merito di rendere fin troppo chiara la natura dei crimini commessi dai nazisti».

Ogni carnefice, verrebbe da commentare, non mostra mai i suoi abissi mentali: la sua verità prevede la distruzione di chi a quella verità si oppone. Dall’ordine impartito all’ordine eseguito, senza il tempo di un pensiero, di un sintomo, di un dubbio. Nessuna pietra d’inciampo: la sconfitta del nemico risolverà il problema con il definitivo silenzio della morte. 

 

 

 

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