Lampedusa: la strage

4 Ottobre 2013

Strage non è una parola, è uno straccio che sventola dalle home dei quotidiani, una parola che non restituisce nulla e che in particolare in Italia sventa possibili colpevoli, li rende inesistenti, improbabili, impossibili. Colpevolezza e responsabilità mai sono andate così d’accordo da quando le politiche migratorie italiane si sono così volenterosamente piegate a logiche sostanzialmente razziste.

 

Una lunga fila di morti stesi lungo la banchina di Lampedusa, donne, uomini e bambini. Una lunga inutile fila di morti, gente che non inseguiva un desiderio o una speranza, ma semplicemente cercava una possibilità di sopravvivenza e gli è andata male.

 

Le vittime sono sempre informate sui fatti: cosa è successo, chi è stato, come è andata, le vittime sono quello che resta mentre i colpevoli se la squagliano. Ma un indizio c’è sempre, una traccia da seguire che in questo caso ci circonda: è l’accorrere, spesso ancora prima dei soccorsi, di voci, di giudizi e pareri, di possibilità mancate, di vie da percorrere: tutte voci sovrapposte, a confondere, sembrano grida da pollaio, molte sono parole stupide, altre parole tardive, ma non conta. Silenziano nel rumore, coprono la fuga dai fatti. Sono le parole responsabili, sono le grida di “Vergogna”, sono le grida di “Mai più", intanto scende la notte di ottobre su Lampedusa e il conto si tiene a fatica e l’orizzonte non è affatto male ora che il nero diventa buio.

 

Rinchiusi nel proprio stivale i responsabili cercano alibi, si stringono l’un l’altro. Chi prova sconforto, chi s’immalinconisce e chi dice sciocchezze, ma c’è differenza? Cambia qualcosa? L’impressione è che no, almeno fino a che una parola vale l’altra (concetto molto di moda in questo periodo).

 

L’Italia è un paese dilaniato dalla tragedia e dalla farsa a fasi alterne, o meglio sovrapposte, ma da un po’ di tempo si ride meno. Ci sono state stragi atroci ed insolute in Italia, ce le ricordiamo tutte, poi ce ne sarebbero altre ancora che non ricordiamo mai e quella di ieri non è da meno eppure non la ricorderemo a lungo. Qualcosa già si perde, succedono anche altre cose in Italia: politica, sport, crisi.

 

Sarà perché nel circolo della tragedia e della farsa al riso e al pianto abbiamo sostituito la faccia seria segnata ogni tanto da un ghigno? Eccole le facce che abbiamo attorno e non solo davanti agli schermi dei computer o delle televisioni. Quelle alla fine valgono poco, sono le nostre che dovrebbero farci paura: facce deformate da un eccesso di senso di responsabilità. Responsabilità in tutto, dal cibo che mangiamo alla politica, dalla scuola dei figli alla raccolta del pattume, tutto tranne che nelle decisioni. Sì, è frustrante, sì, mette paura e ansia, si vive con un po’ d’angoscia: “non si sa mai quello che può succedere”.

 

Nessuna paura, quello che può succedere per davvero non succede a noi, succede agli altri. Ma almeno non fingiamo, perché il nostro è il ghigno di chi l’ha sfangata, di chi forse la prossima volta, ma sarà difficile. Certo non è facile, si vive male, ma in fondo non è altro che senso di colpa e sappiamo come tenerlo a bada.

 

In World War Z. di Max Brooks gli zombi escono dal mare, perché il mare è pieno di morti e ora che sono morti viventi, vanno a cercare i vivi, escono a milioni dalle acque e per i vivi non c’è scampo. E’ solo un libro sugli zombi, fa paura, ma ci si ride e domani è sabato e poi viene la domenica.

 

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