Zalone il semplice
Di Zalone ho già scritto e confermo tutto: la sua comicità è solo in apparenza oltraggiosa. Ormai pure le pietre hanno capito come bersaglio di essa non siano le “categorie” di volta in volta chiamate in causa dalle sue battute (omosessuali, migranti, portatori di handicap, meridionali etc.) quanto la posizione da cui queste battute vengono pronunciate: il ridicolo – e pertanto ridicolizzato – Checco, scemo del villaggio perfetto, che non sa come comportarsi, che non capisce, che è sempre fuori luogo, inadeguato. E che, allo stesso tempo, però, trova ogni volta il modo di rivelare il suo valore, il proprio buon cuore, superandosi.
Il meccanismo dei film di Zalone è semplice. Perché l’inadeguatezza di Checco possa emergere con chiarezza, si istituisce un punto di vista interno di personaggi scandalizzati dal suo comportamento. Si tratta di soggetti “positivi”, che interpretano il comune sentire, la morale dominante messa alla prova dalle sue scorrettezze. Essi si offendono, si indignano, si arrabbiano, assumendo un atteggiamento giudicante che, non di rado, nasconde una ipocrisia di fondo. Sia come sia, la loro rigidità, anche quando motivata da ragioni perfettamente comprensibili, è anch’essa segno di inadeguatezza. Si scoprirà, strada facendo, che a essere inadeguato è inevitabilmente il personaggio di Checco ma che inadeguati sono troppo spesso i suoi frettolosi giudici. Essi saranno, infine, chiamati a rivedere il loro giudizio o a essere degradati, smentiti dai fatti.
Da cui un doppio itinerario. Quello del suo personaggio che, quasi sempre grazie a un viaggio, riesce a emanciparsi dalla propria provinciale puerilità. E quello dei “benpensanti”, suoi improvvidi interlocutori che, accecati dalla correttezza, non riescono ad andare oltre le forme: la loro rigidità è conformismo, è pigrizia mentale, e alla fine, rivelandosi perdente, verrà dismessa.
Lo scontro fra Checco e i suoi antagonisti è, dunque, uno scontro peculiare, in cui nessuno dei personaggi è veramente negativo, un paradossale “scontro fra buoni” che non avrebbero davvero motivo di litigare. Non un duello all’ultimo sangue fra essenze irriducibili ma un equivoco, un problema di comunicazione. Che, proprio per il fatto di essere tale, potrà essere risanato: andare oltre la superficialità di queste divergenze permetterà all’ideologia di Checco di trionfare beneficamente, in un riconoscimento finale nazionalpopolare che scalda i cuori degli spettatori natalizi, traboccante di buonsenso.
È questo l’itinerario seguito dal suo primo film, Cado dalle nubi (2009), dove si ride dell’inadeguatezza del paesano Checco alle prese con la “metropoli” milanese ma anche delle reazioni scandalizzate che, sulle prime, il suo comportamento desta. Medesima traiettoria segue Che bella giornata (2011), dove egli interpreta un metronotte spaccone e megalomane coinvolto in una vicenda di terrorismo internazionale. Anche qui c’è un soggetto iper-corretto, il colonnello Mazzini la cui pretesa superiorità morale viene messa in crisi dalle sue birichinate. In Sole a catinelle (2013), Checco veste, invece, i panni di un venditore porta a porta detestabile, sempre precario e pieno di debiti, che, agisce in un mondo di ricchi ipercorretto ma anche iper-corrotto. Ancora, in Quo vado? (2016), si ritrova costretto a difendere il suo posto fisso dai tagli e dall’austerità impersonati dalla dottoressa Sironi. La rigidità con cui la dottoressa si accanisce contro di lui, mandandolo “in mobilità” nei posti più inverosimili, farà il paio con la capacità di adattarsi ai contesti più disparati, a dispetto di ogni aspettativa. Anche stavolta, il finale segnerà per Checco ma soprattutto per la dottoressa Sironi un modo di riscattarsi dalle loro speculari inadeguatezze.
In Tolo Tolo (2020), questo meccanismo arriva al culmine. Checco, da irresponsabile bancarottiere, finisce addirittura per ripercorrere il viaggio dei migranti attraverso il deserto africano e il mare, fino in Italia. Qui, i benpensanti sono rappresentati dai tanti razzisti, “infastiditi” dalla presenza di accattoni nelle nostre città, ma anche il mondo della politica e dei militanti pro-migranti che di queste questioni astrattamente si occupa. Costoro possono solo giudicare dall’esterno, senza empatia, realtà e vissuti che Zalone, invece, si ritrova a vivere in prima persona. Stavolta, la distanza non potrà essere colmata e, di fronte al rumore mediatico della questione, perfino il loquace Zalone rimarrà senza parole.
Buen Camino (dir. Gennaro Nunziante), appena uscito nelle sale, segue la stessa linea: Checco è ancora inadeguato. Questa volta è un erede irresponsabile e ricchissimo, sprecone del patrimonio paterno, alle prese con le difficoltà del pellegrinaggio di Santiago de Compostela, che intraprende per cercare di avvicinarsi alla figlia adolescente, con cui non ha mai davvero stabilito un rapporto. Inutile dire che il cammino di Santiago – ennesimo viaggio risanatore – permetterà ai due di andare oltre il loro fraintendimento, ritrovandosi.
Da questa veloce sintesi si capisce come il film non presenti particolari trovate narrative. Niente di nuovo sotto il sole ma una conferma: gli spettatori amano sentirsi ripetere – e, per questo, non si preoccupano di pagare di tasca propria, riuscendo a riservare uno spazio per il film perfino nel giorno di Natale – che i conflitti scaturenti dal politicamente corretto non siano una cosa seria. Essi sono, dunque, felici di ritrovarsi ogni volta a prenderne atto, con tanto di applausi e lacrimoni, in ciò che a tutti gli effetti appare come un gigantesco rito catartico.
Un rito è, infatti, ripetizione, meccanismo invariante, promessa mantenuta. E il miracolo anche quest’anno si avvera.
Se, dunque, la struttura narrativa del film appare prevedibile (in senso positivo: prevista dalla scrittura e avidamente ricercata dagli stessi spettatori), possiamo interrogare Buen Camino da un’altra prospettiva, prendendolo in considerazione come un update per aggiornare il repertorio delle manifestazioni politicamente scorrette dell’appena trascorso 2025.
Bersaglio prediletto di questa ultima uscita, come si diceva, è la figura dell’erede. Checco è (letteralmente) ricco da far schifo. Egli vive sugli allori garantiti dal padre, già cavaliere del lavoro, scialacquando a destra e a manca il suo patrimonio. La sua vita si svolge nella volgarità, fra villoni da favola, feste a bordo piscina, abiti costosissimi, in un quadro che appare super-kitsch. L’inadeguatezza di Checco è stavolta nel troppo. La sua riccanza, infatti, non può che irritare. Anzi lo fa al quadrato: è sicuramente immeritata ma anche vissuta con troppa leggerezza, ostentazione, vacuità.
Un tale atteggiamento risuona come segno dei tempi. Sebbene sia difficile incrociare davvero tipi umani di questo calibro nella vita di tutti i giorni, il loro spauracchio tracima dai media. Briatore ne è l’archetipo ma tanti sono i suoi emuli ruspanti – influencer da strapazzo, trapper di provincia etc. – che dai social hanno ancora voglia di mettere online la loro “narrazione”, la soave inconsistenza delle proprie esistenze al tempo della fine del lavoro. Proprio perché evanescente, impalpabile, fantasmatica, in definitiva inesistente, la loro figura, presa come intiero, si presta a essere un bersaglio perfetto. La satira, però, funziona a brandelli: se è vero che riccastri del calibro del cozzalone Checco possono solo essere guardati col cannocchiale, la vita quotidiana di ognuno è funestata da piccole megalomanie di cui Checco può ora certificare il loro essere out-of-fashion. Per esempio, quella di andare per ristoranti “stellati”.
Da perfetto absolute last, a chiudere il cerchio dopo che già film come Pig (2021), Boiling Point (2021), The Menu (2022), La cocina (2024) avevano messo a fuoco la questione in altri contesti, arriva Checco ad annunciare alle masse la stanchezza della moda del cibo. In fondo, ogni volta che ci accolliamo i costosi conti di questo tipo di ristoranti, senza potercelo permettere e atteggiandoci a iper-competenti habitué, finiamo per cadere negli stessi tic che Zalone mette in scena. E anche questo è parte dello spettacolo: beccare il tic, etichettarlo e autoassolversi per ripartire rinnovati.
Quindi l’alta cucina non va più bene? È al proposito che l’istinto comico di Checco ha nel merito qualcosa da aggiungere rispetto ai seriosi film chiamati in causa poco sopra. Se è vero che il problema non è la bontà del cibo, ma tutto il contorno – divismo, arroganza, ostentazione – Checco trova una soluzione semplice: a un certo punto, versa il suo amato Chateau Lafitte in una bottiglia di plastica, in tal modo superando creativamente le complicazioni che la sua impegnativa etichetta gli avrebbe posto. Si badi bene: senza intaccare la sostanza delle cose.
Grazie alla sua trovata, egli si ritroverà a offrire ai suoi compagni di viaggio un pranzo di alta cucina “in incognito” – ovvero camuffandolo come cibo da trattoria – che aggiungerà gioia alla tavola. La qual abilità gli permetterà di assumere un prestigio nel gruppo, di farsi riconoscere per il proprio valore, senza negare sé stesso. Basti solo grattare la superficie, togliere l’etichetta dalla bottiglia di vino.
Ad aprire le porte verso il riconoscimento, non basta, però, soltanto l’ingegno. Nei film di Zalone, c’è, infatti, sempre una figura di mediazione. Di regola è un soggetto femminile di cui Checco si innamora, strada facendo. Viene solitamente interpretato da una figura candida, di una bellezza fresca e pulita, serena, rappresentando un ideale di bellezza spirituale che svolge un ruolo strutturale nel meccanismo della narrazione. Questa donna rappresenta un’avanguardia: è la prima a rivolgersi a Checco come a una persona, a prenderlo in considerazione nonostante le sue inadeguatezze. In questo ultimo film, più che in altri, si renderà chiaro come la fiducia nell’umano di questo modello femminile, la sua apertura all’alterità a dispetto delle apparenze, la longanimità da cui osserva le cose della vita siano ideologicamente caratterizzate. Il suo primato costituendosi come il perno che rende Zalone un autore profondamente cattolico.
Ma chi sono, invece, i personaggi politicamente corretti da cui l’atteggiamento di Checco prende forma per differenza? Anche qui, possiamo aggiornare il repertorio. Di mezzo c’è un divorzio. E si capisce che ogni matrimonio porta con sé una scia di rancori. Non si fa fatica a immaginare che lo stile di vita irresponsabile del protagonista del film possa aver avuto le conseguenze più nefaste proprio sul suo nucleo familiare: Buen camino – come molti altri lavori di Zalone – è, così, un film sulla paternità mancata e ritrovata. Il riscatto del suo personaggio passerà dalla responsabilità che viene dall’essere padre: una cosa che si impara, che Checco impara grazie alla partenza.
All’estremo opposto del buen camino di Checco, sta la famiglia d’adozione della propria figlia, composta dalla mamma e dal suo nuovo compagno. Il loro modo di vivere è a misura di ceto medio riflessivo: è allo stesso tempo impegnato e sobrio, responsabile e premuroso. Visto da fuori: perfetto.
La storia mette, dunque, due padri in conflitto. Il nuovo compagno della madre si chiama Tarek ed è uno scrittore e regista palestinese. Il suo giudizio nei confronti dell’inadeguatezza di Zalone è sempre spietato, rigido: fosse stato per lui, l’avventura di Checco, il suo viaggio per Santiago nemmeno sarebbe iniziato, tutto si sarebbe risolto con una denuncia per sottrazione di minore. È così, chi l’avrebbe detto, ritroviamo un palestinese a incarnare la nuova soglia del moralismo politicamente corretto. Quello di chi non riesce a vedere, oltre le proprie ragioni, le ragioni altrui.
Non sia detto che il riscatto di Checco, riuscendo a riportare buonsenso in famiglia, non possa essere anche un modello per la pace in Medioriente.
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