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Malesia

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A caccia della Rajah Brooke nella giungla malese

Sin dall’adolescenza è stata mia abitudine scrivere brevi resoconti delle “spedizioni” di caccia alle farfalle durante il giorno o alle falene nella notte. Le ho chiamate, da subito, “relazioni”. Un vano della mia biblioteca è interamente occupato da raccoglitori che, anno dopo anno, elencano le sortite di ricerca, le impressioni a caldo, le sensazioni, eternando il tutto e facendo sì che il ricordo mantenuto nella memoria sia il risultato dell’elaborazione della realtà oggettiva di ciò che è stato e la sua rappresentazione, magari esagerata, sulla carta scritta a penna. Dato che il rischio di alterare la vera storia esiste realmente, come ben sappiamo leggendo la stampa odierna, per evitare discrepanze troppo vistose è sempre bene scrivere la sera stessa, al rientro dalla sortita, di getto, velocemente e possibilmente senza tornarci sopra il giorno dopo, quando il ricordo inizia già a svanire nei suoi dettagli più intimi. Non si tratta necessariamente di perdita rapida della memoria, ma della capacità della nostra mente di elaborare durante il sonno i fatti da poco avvenuti...

Il pirata romantico

  La risemantizzazione romantica raggiunge pure il pirata secondo le linee tracciate nel capitolo precedente. Un alone funereo e fatale avvolge il reietto dei mari, sia il Clement Cleveland di Walter Scott (1822), i Kernok e Szaffi di Eugene Sue (1830 e 1832 in Salamandre), fino al fratello di Euphrasia nell’omonimo racconto di Mary Shelley del 1839 e alle estreme propaggini salgariane (Il corsaro nero 1899, Le tigri di Mompracen 1911). Prototipo infinitamente imitato ci pare però il Conrad della novella in versi Il corsaro di Byron (1814) che si apre con una specie di coro dei pirati che riflettono sulla loro condizione. In prima battuta viene messo in evidenza il mutevole errare dell’avventura (“Qui è l’irrequieta nostra vita, che divisa è sempre / fra gli affanni e l’ozio, sempre gioiosa al mutar/ della sorte”), collegato al vitalistico ballo negli spazi infinitamente aperti e spaesanti dei mari: “Oh, chi può dir, se non colui che ha sperimentato nel / suo cuore, / in trionfo danzando sull’oceano vasto, / il senso pieno della vita, il folle battere del polso, / il fremito che coglie chi solca...