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Quincy

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John Berger / Motoberger

Ho conosciuto John Berger nel 2004 o giù di lì. Passai due indimenticabili giorni a casa sua a Quincy, parlando ininterrottamente – e alternativamente – del progetto di un film e del senso del mondo. Quando venne l’ora di partire, John mi chiese di aiutare sua moglie Beverly a portare l’auto dal meccanico, perché lui doveva andare a trovare Katya, la figlia, a Ginevra. “Nessun problema”, dissi, mentre ci preparavamo tutti a partire. Fu a quel punto che compresi che per John “andare a Ginevra” significava tirar fuori una motocicletta che a me sembrò enorme (oggi, grazie a questo volume, scopro che si trattava di una Honda “Blackbird”), infilarsi una tuta in pelle e schizzare verso la città svizzera, distante una mezzoretta, affrontando il freddo della stagione. Eravamo a gennaio, intorno a noi i campi della Savoia erano coperti di neve. A questo aggiungete il fatto che John, in quel momento, aveva ormai 78 anni. Perché, invece di prendere un comodo treno come avrebbe fatto qualsiasi suo coetaneo, John Berger sfidava il buon senso saltando in sella a quella moto? Ci doveva essere dietro una passione sconfinata, a me incomprensibile (mai avuto interesse per i mezzi meccanici, io…),...

Sull’atelier. Dialogo tra Yves e John Berger

Emmanuel Che ruolo ha il villaggio di Quincy nella vostra vita e quale influenza esercita su di voi?   John Prima di tutto è importante osservare che non abbiamo lo stesso rapporto con questo luogo. Yves è nato a qualche gomena da qui e ci è sempre vissuto, mentre io ci sono arrivato che avevo cinquant’anni. È una differenza fondamentale, anche se non la so definire con precisione.   Yves Si tratta senza dubbio di una differenza legata all’infanzia. La mia è trascorsa interamente in questo villaggio o, per essere più precisi, in questa piccola vallata. Il mondo mi sembrava immenso, anche se si fermava alla cresta dei monti che mi circondavano. Senza sospettarlo percepivo il legame che unisce il locale al globale. Anche se oggi so che il mondo va molto al di là di queste montagne, la mia piccola esplorazione continua a compiersi entro questo perimetro minuscolo. Forse è l’idea di una monade: un’infinitesimale parte del mondo che contiene il mondo intero.   Quincy. L'atelier di Yves Berger. Foto Maria Nadotti   John Quando si parla di luoghi, si pensa d’istinto...

Autoritratti

Una giovane donna guarda se stessa e i propri figli attraverso l’obiettivo fotografico. Sono davanti a uno specchio che li contiene appena. Messi nella posizione della superficie riflettente, noi spettatori la vediamo guardarsi o meglio cercare e individuare la propria immagine attraverso la Rolleiflex che porta appesa al collo. Il suo è lo sguardo concentrato, interrogativo e non esibizionistico di chi si guarda per capire chi è, cosa sta facendo, in quali condizioni, con quali godimenti, festosità, fatiche, conflitti, rinunce.     Anastasia Chernyavsky – questo il nome della fotografa di cui osserviamo l’autoritratto – al contempo soggetto e oggetto della propria rappresentazione, si specchia per conoscersi o sapere di sé. E cosa vede? Che immagine le restituisce la macchina fotografica/specchio? Che immagine le restituiamo noi che la osserviamo attraverso il suo determinato, attivo guardarsi? Quella di un corpo nudo, inquadrato dalla fronte alla coscia dalla doppia cornice della lente fotografica e dello specchio. Stretta a lei, sulla destra, una bambina di cinque o sei anni, a occhi chiusi. In braccio, a...