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Roma

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Dalla Regola alla sregolatezza

Sono rimasto molto colpito della vicenda, di cui parlano tutti i giornali, relativa all'ex-abate di Montecassino, che ho conosciuto e intervistato quando stavo scrivendo Sulle strade del silenzio, e di cui sono stato ospite quando reggeva quel monastero. L’ex-abate è indagato per aver sottratto all’abbazia, dalla quale millecinquecento anni fa si è diffusa nell’Occidente la Regola benedettina, mezzo milione di euro destinati ai poveri e alle opere di culto. Ora si scopre che ha sperperato somme folli in incontri e festini gay, da Roma a Berlino, nei quali era la star.   Mi sembra un'immagine assolutamente vertiginosa, adeguata ai tempi assai interessanti che stiamo attraversando, quella che vede l'abate di Montecassino, tra un incontro col papa Benedetto XVI che visita il monastero e il governo della più prestigiosa comunità monastica occidentale, farsi star delle "dark room" berlinesi, cercare giovanotti nelle chat e portarli nei club e ristoranti più sibaritici di Roma. La vicenda mi conferma nella certezza assoluta che, più che rincorrere plot fantastici, bisogna raccontare la realt...

Papartheid?

Mi chiedo se la notizia sia arrivata via fax. Gentili anime del Limbo, vi comunichiamo che la vostra dimora sarà evacuata definitivamente. Tutti coloro che vi risiedono dovranno pertanto trasferirsi in un nuovo alloggio, la cui ubicazione vi verrà indicata a breve. Si prega di mantenere la calma e di prepararsi ordinatamente al trasferimento. Immagino la commistione di euforia e panico che si è diffusa tra le anime coinvolte. E poi, l’abolizione del Limbo, decretata da Papa Benedetto XVI nel 2007, non ha significato solo un cambio di residenza per miliardi di anime, ma anche la cancellazione di un’intera dimensione spazio temporale. Cosa c’è ora al posto del Limbo? Un deserto? Un buco nero? Per un sistema ideologico che si basa sui dogmi, cioè principi non soggetti a discussione, è stata sicuramente una mossa audace. A questo punto, mi sorge spontanea una domanda. Se è possibile mettere mano sulla conformazione dell’Al di là, ristrutturando nei fatti un progetto originale firmato dal sommo architetto, Dio l’Onnipotente, come mai è così difficile per la Chiesa Cattolica cambiare...

Ti scrivo. Dal paese di Silvio D'Arzo

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.   Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al...

Ti scrivo. Uomini di uomini

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle. Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al poeta e scrittore, la redazione vaglierà quali pubblicare sul sito di...

Piccola nota su Claudio Caligari seguita alla visione di Non essere cattivo

Francesco Demichelis, Isola Sacra, Fiumicino, 2006   Una brezza marina scivola lieve verso il quartiere Prati: ha un che di dolce e di salmastro, e si muove con l'allegria e la leggerezza delle promesse mantenute. Dalle baracche dell'Isola Sacra e dalle macerie dell'Idroscalo, risale il gioco misterioso delle anse del Tevere fino al viadotto della Magliana, dove si intrufola in città. Scavalcato il ponte del Gasometro, lambisce l'Isola Tiberina e pare dissolversi, per qualche istante, tra il colonnato di Piazza San Pietro, per riprendere corpo proprio sotto ai nostri nasi, messi in fila davanti al cinema di Viale Giulio Cesare. Io la sento quando arriva e subito la riconosco, ma non mi volto a cercarne l'origine con lo sguardo: mi capitasse di vedere il mare, magari poi ne seguirebbero i pensieri. Ritrovo qui Claudio Caligari, in un'umida sera di fine estate, poco distante dal luogo in cui sentii parlare di lui per la prima volta. Claudio Caligari: e chi cazzo sei, chi te conosce? pensavo io, pischelletto, tra le panchine dei giardinetti della Mole Adriana. Era l'Estate Romana e il ruolo del mattatore quella sera lo giocava Nanni...

Chichita Calvino. L'altra metà di Italo

Chichita Calvino è un'opera d'arte vivente. Si può stare a sentirla per ore, come ipnotizzati davanti al getto inesauribile di una cascata. Ma è un'opera d'arte di tipo particolare: di quelle che cambiano ogni giorno e non puoi sperare di portarti via impacchettata. Non puoi sperare di fermarne il flusso continuo, appendendola a una qualche parete della tua testa o della tua casa.   Quanto sia disperante per noi questa particolare forma d'arte, quanto lontana dalla nostra cultura e dalla nostra mente, ci vuole poco a capirlo. Basta andare una volta nel suo appartamento in Campo Marzio, a due passi da Montecitorio a Roma. Salire le scale, entrare nella casa che lei e il marito comprarono all’inizio degli anni Ottanta, sedersi vicino a questa donna argentina nata a Buenos Aires nel 1925 e cominciare ad ascoltarla. Poi raccogliere le proprie cose, quando è l'ora del congedo, uscendo beati nel crepuscolo romano. Beati e disperati.   Di non aver preso carta e penna, di non aver portato un computer, un registratore, fermato un'immagine, una scena, una frase. Di aver perso tutto questo ben di Dio. Ti viene l'...

Short Theatre: riti di sacrificio

Dicono che quando era ormai entrato nel cono d’ombra della sua demenza precoce, Vaslav Nijinsky venisse portato a vedere i Ballets Russes e non riconoscesse nulla di quello che accadeva sulla scena. Ora, chi è e che ci fa sul palcoscenico della Sagra della primavera un’anziana signora che con compiaciuta sciattezza si trascina appresso un aspirapolvere come se tirasse un cagnolino riluttante?     She She Pop: i fantasmi delle madri   È forse se stessa in quella fiera dell’equivoco realistico che ormai sono diventati i nostri teatri, epifenomeni del tardo reality televisivo? A dire il vero no: il suo corpo per cominciare non sta esattamente sul palco, non tocca terra, è sospeso a qualche centimetro dal suolo, proiettato su quattro lenzuoli che scendono dal soffito e che all’inizio, prima di rivelare la loro funzione di schermi, sembravano soltanto quattro lunghi arazzi che le luci dipingevano di sgargianti colori piatti. Se la sua immagine digitale ci appare così vivida da scambiarla nel ricordo per una figura reale, come talvolta accade con i trompe-l’oeil della pittura iperrealista, un po’...

David LaChapelle. Dopo il Diluvio

Celebrating di Veronica Vituzzi   La fine di una civiltà porta sempre con sé un cumulo di macerie, cadaveri, rovine semi carbonizzate di un'epoca colma di corpi e oggetti. Dopo il Diluvio, retrospettiva sul lavoro di David LaChapelle in mostra fino al 13 settembre al Palazzo delle Esposizioni di Roma, cattura in immagini il crollo fantasticato della nostra cultura ipermediatica e lo racconta secondo quello che a prima vista potrebbe essere considerato il canone estetico più diffuso del nostro tempo, ovvero quello di una società dello spettacolo estremamente fotoritoccata. La trasposizione nel contesto del presente di un'icona o un topos narrativo sedimentati nella coscienza culturale è un evento necessario per estrapolare dal passato quei dati emotivi o concettuali che continuano ad agire dentro l'essere umano; e la morte di una civiltà presuppone, ben più degli specifici decessi biologici, la fine delle idee, dei pensieri, e soprattutto della capacità di immaginazione di un popolo, lasciando solo i resti dei prodotti culturali da esso realizzati. In Il diluvio, David LaChapelle descrive la distruzione...

Gadda-Parise: «Se mi vede Cecchi sono fritto»

In prima approssimazione, questo libro si presenta come un esile carteggio fra Gadda e Parise, 15 lettere del primo e 3 del secondo, comprese fra l’ottobre 1962 e l’agosto 1963, seguito da quattro interventi di Parise su Gadda, sparsi fra il 1963 e il 1973, e da un breve dialogo giornalistico del 1967. Nella sostanza, si potrebbe però sostenere che si tratta di una vera e propria monografia di colui che figura come semplice curatore, Domenico Scarpa, corredata da testi rari e da alcuni inediti. Mi spiego. Il volume non ha introduzione; all’apertura, in medias res, il lettore trova la prima lettera di Gadda, datata «Roma, 29 ottobre 1962./ 19, via Blumenstihl», e lunga poco più di una pagina. Il commento, in corpo ridotto, ne comprende quasi 13, più 4 di note (essenzialmente, rinvii bibliografici). Il divario non è sempre così forte; ma, nell’insieme – e al netto della differenza di dimensione dei caratteri – il rapporto fra testo e commento è circa di uno a sette.   Da questi numeri si potrebbe evincere l’idea che stiamo parlando di un’opera insopportabilmente pedante:...

Ricordo di Manlio Cancogni

Era bello scendere in Versilia sapendo che Manlio Cancogni c’era ancora. Certo, aveva 99 anni, tutti i suoi amici più cari erano morti (l’ultimo, Cesare Garboli); l’appartamento di Fiumetto, dove era costretto da tempo, era una specie di punizione dopo anni di girovagare per il mondo (la guerra in Albania e Grecia, gli anni di Parigi corrispondente de «L’Espresso», quelli americani dove insegnò in un college del New England). Ma, quando si andava a trovarlo, oppure si leggevano le interviste che, con cadenza periodica, rilasciava ai quotidiani, si coglieva l’intelligenza viva, la sfida alla noia, l’occhio sempre vigile al presente.   Cancogni appartiene a quell’epoca della narrativa borghese italiana (dagli anni ’50 ai ’70) di grande qualità. Il più intrinseco era Carlo Cassola; la loro amicizia giovanile è rievocata in Azorin e Mirò, il capolavoro di Cancogni, dove è teorizzata la poetica del “subliminare”, un’autodefinizione critica per significare le epifanie, i momenti di poesia del quotidiano che rimandano ai Dublinesi di Joyce. Pi...

Toti Scialoja critico d’arte

Ricostruire la cifra specifica d’una traiettoria intellettuale è impresa ardua, tanto più se l’autore in questione è un artista dai molti talenti – pittore e poeta, scenografo e insegnante all’Accademia – come Toti Scialoja. Esiste però un lato della sua opera rimasto ancora in ombra che aiuterebbe a comprendere meglio non solo l’apprendistato sommerso che si affianca all’attività di pittore per almeno un quindicennio, ovvero «il resto di Scialoja» – come ha scritto Mancini, nell’opera di Scialoja Animalie. Disegni con animali e poesie (Grafis 1991) –, ma l’intero suo percorso creativo: è il corpus degli scritti di critica d’arte, che chi scrive sta avendo la fortuna di raccogliere e commentare in vista di una prossima pubblicazione in volume.   Toti Scialoja   Si tratta solo di uno dei molti progetti rimasti nel cassetto dell’artista, che aveva pensato di riunire i suoi scritti in un libro dal titolo non poco impegnativo, Viaggio in Italia. L’intuito non lo aveva ingannato: ripercorrere lo snodarsi dei saggi di Scialoja equivale...

Prati. Roma. Ovunque crediamo nell’imperturbabilità del passato

Sono venuto nel quartiere Prati, fra le strade monotone e fastose della Roma umbertina, perché dovevo comprare una guida turistica. È agosto inoltrato, nei giorni passati ho battuto in lungo e in largo le librerie di Roma, e a quanto pare le ultime copie della Lonely Planet Provenza e Costa Azzurra si trovano sugli scaffali della Feltrinelli di viale Giulio Cesare. Mia moglie e mio figlio sono al mare, io sono rimasto in città a lavorare. Quando loro torneranno, faremo insieme il viaggio in Provenza. Ma questo succederà solo alla fine del mese.     Parcheggio in via Famagosta davanti a un bistrot. C’è una ragazza seduta a un tavolo all’aperto che fa colazione con un cornetto e un bicchiere di latte. La strada è spopolata. In giro ci sono solo bengalesi seduti sulle soglie di sconsolanti minimarket che aspettano qualche cliente; si contendono il deserto. All’incrocio con via Otranto vedo l’insegna di un solarium: Sheherazade. C’è un discreto via vai all’ingresso. Mi chiedo a che serva andare in un solarium il 14 agosto a Roma, con una temperatura incagliata da oltre un mese sui...

David Forgacs. Margini d'Italia

Coloro che (come l'autore di questa recensione) avvicinassero il testo di David Forgacs, Margini d'Italia (Laterza 2015), in cerca di "una storia alternativa, parallela ma secondaria a quella considerata ufficiale, che 'riscattasse' le persone dai margini o li 'salvasse'" resterebbe deluso. "Farlo," dice l'autore nella sua premessa, "in questo caso, avrebbe significato semplicemente riprodurre la logica della marginalità, rimettere in atto quei gesti di comprensione o solidarietà, dare sostanza alla fantasia che qualcuno possa essere simbolicamente tolto dai margini e dare credito all'idea che le persone osservate nei cinque casi che ho studiato fossero o siano davvero, in qualche modo, 'fuori' dalla società, o comunque veramente subalterni, secondari, meno importanti di quelli che si trovano al centro. Il mio obiettivo non è quello di raccontare la loro storia ma di illustrare come altri li hanno descritti e di dimostrare che la formazione dell'Italia moderna si è realizzata anche attraverso la creazione discorsiva di gruppi marginali e socialmente esclusi".  ...

Dell'arte di cacciare con gli uccelli rapaci

Roma, aeroporto di Fiumicino, 15 maggio 2015   Abdul Abulafia salì sul taxi che lo avrebbe portato a Città del Vaticano. Tra poco l’antico manoscritto sarebbe stato tra le sue mani. Ottenere i permessi necessari per permettergli di sottoporlo ad un esame strumentale minuzioso non era stato facile, neppure per lo sceicco per il quale lavorava, ma alla fine la diplomazia aveva trionfato ed ora lui stava attraversando il cortile del Belvedere che dava accesso alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Sua meta il Salone Sistino, a lato del quale si apriva la saletta di consultazione che gli era stata riservata, dotata di tutta la strumentazione tecnica necessaria al compimento della sua missione, microscopi, alambicchi, computer et similia.   Ms. Pal. Lat. 1071, f.093v, dettaglio, (ph. BAV)   Castel del Monte, 23 aprile 1240   Stava sorgendo l’alba. Il miniaturista depose il calamo davanti a sé e si soffregò gli occhi stanchi. Aveva lavorato a quella pagina per tutta la notte al flebile chiarore di una lanterna, e ora, alla luce del giorno l’avrebbe ornata di miniature dai colori accesi. Ma prima aveva bisogno di...

Di pagina in pagina, attraverso l’Africa

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?     Niente più di una lista di libri fa venire voglia di leggere: lo sanno tutti i lettori, gli amanti dei libri perennemente a caccia di nuove piste da seguire, di nuovi luoghi da esplorare, di nuovi scrittori e scrittrici da adorare. Lo sanno bene le appassionate libraie di GRIOT, il piccolo grande angolo di Africa nel cuore di Roma, sempre prodighe di consigli di lettura a tutti quelli che mettono piede nella libreria di via di Santa Cecilia, a Trastevere. Proprio da GRIOT arriva dunque un piccolo dono per i lettori e le lettrici in procinto di partire per le vacanze (e non solo): una selezione degli “afro-titoli” più interessanti pubblicati quest’ultimo anno in Italia. Ce n’è davvero per tutti i giusti, perciò… buona lettura!       NoViolet Bulawayo C’è bisogno di nuovi nomi (Bompiani) Un esordio letterario davvero straordinario. Al centro, le vicende di una bambina, Darling, che vive mille avventure per le strade del suo quartiere, assieme ai suoi amici, in uno Zimbabwe che piano piano sprofonda nel caos....

C'era una volta la Buona Scuola

Negli ultimi giorni la mobilitazione di docenti, studenti e genitori contro il progetto di riforma della scuola è stata molto intensa. Il clima di festa e protesta, che si è visto nelle principali città italiane, ha preso il posto delle immagini dei danneggiamenti di Milano e dei precari caricati a Bologna nei giorni scorsi. I giornali riferiscono di decine di migliaia di persone in piazza e di uno sciopero generale con un’adesione che si aggira all'80%; tanti gli studenti. Le cifre sarebbero 25mila a Roma, 20mila a Milano, 10mila a Torino, 15mila a Bari, 5mila a Cagliari, 10mila a Palermo e 5mila a Catania. Un successo in ogni caso per i sindacati, in un momento in cui lo sciopero come strumento di rivendicazione è vissuto con sfiducia. Da segnalare la presenza di tante scuole primarie e bambini: a Torino (dove ero) è stata la cosa che più ha colpito l’occhio, con i cori delle scuole elementari e i piccoli striscioni di carta colorata: «la scuola di Renzi e di Giannini/non è la scuola dei bambini».   Robert Doisneau   La sensazione comune è che ci fossero tutti quelli che ci...

Confessioni cine-politiche di due post-adolescenti / Nanni a vent'anni

Questo non è un pezzo su Nanni Moretti. Questo è un tentativo pubblico di autobiografia (forse persino di autoanalisi) da parte di due “spettatori di mestiere” cresciuti, cinematograficamente parlando, a cavallo fra i due secoli. È  un pezzo su quello che Moretti ha rappresentato per noi, e forse per tutti quelli che sono nati alla fine degli anni Ottanta. Non ce ne vogliano quindi i lettori se dentro vi troveranno più del nostro che del suo.   Diciamo subito che per noi, almeno sulle prime, Nanni Moretti non era tanto il regista del sopravvalutato La stanza del figlio, quanto quello dei girotondi contro le “leggi ad personam” e del discorso “contestatario” di Piazza Navona (girotondi, “leggi ad personam”... quante espressioni desuete). In quell'ultimo film, che gli era valso l'incoronazione a Cannes quale Auteur indiscusso, Moretti aveva mostrato un seno di Laura Morante (la “scena primaria” di Caos calmo era ancora di là da venire) e si cominciava a parlare di svolta, di “nuova maturità registica” – anche se, a giudicare dai film successivi si trattava piuttosto di una non richiesta “normalizzazione”. Ancora non potevamo saperlo, ma Moretti si avviava a divenire egli...

Welcome into the Sweet Home Europa

Michele Di Mauro arriva con il cinguettio degli uccelli, mentre il fumo bianco si dirada, e sembra che anche lui stia cinguettando, esce da una delle tre porte di ferro che Fabrizio Arcuri ha fatto costruire sul palco del Teatro India per la sua messinscena di Sweet Home Europa di Davide Carnevali: l’Uomo della pièce, il cittadino (e il proprietario) della casa-Europa, ha l’aria sicura di se stesso e dello spazio che attraversa ma viene da un’oscura galleria che ricorda il binario morto di una metropolitana o quello di una vecchia miniera. Figura più epica e lontana, Matteo Angius, l’Altro uomo, arriva sull’altro lato issato su un carrello come una statua derisoria. Poi dalla porta centrale avanza Francesca Mazza, la Donna, si erge impettita dietro un tavolo già apparecchiato, stranamente regale nella sua divisa da cameriera. Sulla sinistra l’immagine di un albero finge un giardino e in un angolo della parete di fondo è proiettata in bianco una didascalia. «L’Uomo e l’Altro uomo in un grande giardino, pieno di fiori e piante. Il cielo è blu, il sole splende. I passeri cinguettano felici...

Zerocalcare. Il mio nome è fumetto

Questa storia, in un certo senso, parte dalla fine. Da quando, a qualche mese dall’uscita, Dimentica il mio nome vince il premio come Miglior libro dell’anno a Fahrenheit, la trasmissione di RadioTre. O meglio subito dopo, dal momento in cui, timido ma non troppo, si è alzato un coro di “ah, ma quello non è un libro”. Ovvero: è un fumetto – e un fumetto non è un libro. Polemiche simili avevano accompagnato l’ingresso di Gipi tra i candidati allo Strega – polemiche sulla distinzione tra letteratura e fumetto, dunque tra generi, e tra libri-libri e libri meno libri di altri. Su Dimentica il mio nome, insieme al silenzio di buona parte del mondo del fumetto italiano, è piombato un altro giudizio, che pretenderebbe di essere più sottile, più raffinato: Zerocalcare non è Gipi. Zerocalcare è solo fumetto.   Non è di questo che vorrei parlare qui, o meglio non così, non per partito preso: in questo senso si è già detto e scritto fin troppo, e la mia posizione in merito è diametralmente opposta a quella di chi si ostina a mettere etichette....

Rainer W. Fassbinder: l'uomo e il bambino

Pochi, perfino tra i cinéphiles, sanno che a Roma vive una Fassbinder. Ha lavorato per tutta la vita in Vaticano, occupandosi di miniature medievali, dopo essersi laureata in Storia dell’arte a Friburgo. È la zia del grande regista tedesco, la zia “giovane”, l’ultima sorella del padre, Helmuth. Oggi Elisabeth ha novant’anni ed è nata anche lei in maggio, come il nipote. Una volta al mese va alla Casa internazionale delle Donne dove si riunisce con le sue amiche di lingua tedesca per un periodico scambio di opinioni su ciò che accade nel mondo: «Abbiamo anche festeggiato la caduta di Berlusconi con lo champagne», dice ridendo.     È qui che la raggiungo per sapere del suo rapporto con il genio della famiglia, Rainer Werner Fassbinder. Il quale, mi racconta, quando aveva 17 anni, chiese a tutti i parenti se potevano dargli qualcosa per girare il suo primo film: «Io non avevo un soldo, non potevo aiutarlo, ma la cosa grave fu che nessuno gli diede retta, nemmeno il padre lo finanziò. A quell’epoca il costo del materiale per fare un film era cento volte quello di oggi. Lui si offese molto».   Il mancato appoggio della famiglia, per fortuna, non fermò Fassbinder, che...

Amleto di Scampia

Questo è un elogio della farsa. Della parodia che trasforma un classico in una scarica di elettricità, in un pezzo di vita mescolata al teatro che ci fa ridere di nient’altro che dello schifo che ci circonda (e di noi stessi). Ci vuole arte, molta arte, oggi, a non banalizzare la risata, a non scadere nella battuta sessista, bullista, pregiudiziosa, mirante ad abbattere l’altro, magari il diverso, cingendosi con i fili spinati dell’identità, di una normalità sempre più difensiva, sempre più facilmente, trivialmente televisiva. Occorre grande senso di osservazione, di autoanalisi, di autoironia. Ci vuole forse una grande tradizione alle spalle, non importa se direttamente attinta o solo respirata nell’aria. Deve essere soprattutto coltivata per strade eretiche, perché per uscire dal coro italiota troppo facilmente ridanciano è necessaria un’appartenenza distante.   Parlo della napoletana Punta Corsara e del suo Hamlet Travestie, spettacolo che sta mietendo risate sui palcoscenici di tutta Italia, dal Franco Parenti di Milano al teatro India di Roma, all’Itc di San Lazzaro presso...

Castellucci: Go Down, Moses

Tutto sembra iniziare là, nel deserto. Il silenzio, il vento. Il vento, il silenzio, come un frastuono dal quale emerge la voce di dio, di un unico dio, del dio unico. Tra i boschi baluginano mille dèi, i ruscelli, le cascate, le foglie, la luce che irrompe e si cela, i rumori, gli animali, gli spaventi… Ma lì, di fronte a un roveto ardente, tra roccia e sabbia, nasce il monoteismo che si proietta, con fede con dubbi con sangue, sulle nostre città di fumo, di abituali ripetizioni.   Go Down, Moses di Romeo Castellucci, in scena al teatro Argentina di Roma, è un momento di un viaggio lungo dell’artefice cesenate, iniziato alle origini della Socìetas Raffaello Sanzio con la riflessione sull’iconoclastia di Santa Sofia. Teatro Khmer (1986), proseguito con la domanda su come i classici, e in particolare la tragedia attica, si possano riverberare sui nostri giorni, proiettato verso la regia di una delle opere più lacerate del Novecento, quel Moses und Aronne che Schönberg non riuscì a finire, diviso tra l’irrappresentabilità dello spirito, di dio, della profondità delle domande...

Chi erano le ragazze? Crollo di un sogno

Le ragazze arrivano alla spicciolata. Hanno fra i 16 e i 29 anni; qualcuna è accompagnata dalla madre. Un’insolita cappa di gelo grava su Roma. Nell’Italia del Nord ha nevicato. È il gennaio del 1951. Il 15. Lunedì.   Le ragazze indossano cappottini leggeri, inadeguati al freddo intenso. Sono logori, riadattati dopo essere stati usati per anni dalle madri o dalle sorelle maggiori, secondo un diffuso costume della miseria del tempo. Quei cappottini consunti si portano appresso gli stenti della guerra confessando le ristrettezze del dopo. Sono il poco che c’è. Stoffe grossolane, colori mortificati.     “Erano tutte un po’ miserelle”, racconterà il signor Memmo, il falegname, tra i primi a soccorrerle. In città c’è tensione: si aspetta la visita del generale Eisenhower, nominato da poco comandante delle forze del Patto Atlantico. Ci saranno scioperi e manifestazioni in tutto il paese; quattro morti soltanto in Sicilia. Le ragazze cominciano ad affluire a via Savoia alle 8 del mattino, molto prima dell’ora indicata dall’annuncio pubblicato la domenica...

Mario Dondero, fotografo naturale

Se esistesse la “fotografia naturale”, sarebbe opera di Mario Dondero. Con “naturale” intendo la fotografia in cui quello che si vede è davvero un momento colto dal flusso temporale, ma un momento che dura. La fotografia in genere, come ci ricorda John Berger, arresta il flusso temporale in cui l’evento fotografato è esistito. Guardando uno scatto di Mario Dondero si ha la sensazione contraria: non c’è arresto, bensì movimento. Il flusso temporale non s’interrompe, e anche l’evento fotografato non è al passato – è esistito – bensì al presente: ancora è.   Berger in un suo bellissimo saggio dedicato all’ambiguità della fotografia, Apparenze, sostiene che ogni fotografia ci offre due messaggi: uno che riguarda l’evento fotografato e “l’altro che attiene alla discontinuità”. Detto altrimenti: tra il momento registrato dalla macchina fotografica e il momento in cui si osserva il suo prodotto c’è un abisso. Ogni scatto conserverebbe un istante di tempo, impedendo così che sia cancellato e sostituito da...