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Sarajevo

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I buoni siamo noi

La lettura mi ha tirato fuori tutto quello che in questi mesi, in questi anni, avevo nascosto in fondo a me stesso. Ha acceso un riflettore da un'altra angolazione (non la mia) e ha messo in luce quel cono d'ombra che ho vissuto, ma mai guardato e affrontato, riletto, analizzato. Quelle cose con cui avrei dovuto fare i conti e che invece ho preferito nascondere, nel tentativo di dimenticarle. Sento la necessità di parlarne, con chi era con me in quel periodo, con gli amici di una vita e con i conoscenti, con tutte quelle persone che per oltre tre anni mi hanno visto assente, profondamente impegnato in quello che facevo, e senza altro tempo per altro e per altri. Troppo spesso in quel periodo mi sono sentito dire oppure ho sentito dire: "Daniele non c'è, deve salvare il mondo!". Non ho salvato nessuno. Io sono salvo, ma vinto, e ho bisogno di raccontare quello che è successo […]   [status Facebook di Daniele R., 17 maggio 2014, in seguito all'uscita de I buoni di Luca Rastello, 133 “mi piace”, 21 condivisioni]   Poi, un giorno, capita che parta un ultimo giro di telefonate, messaggi, whatsapp, e...

Madri e figli. Il cinema di Roberto Minervini

Ho incontrato Roberto Minervini a Sarajevo nell’estate del 2013, quando eravamo lì entrambi per il festival cinematografico. Ci eravamo conosciuti a Karlovy Vari e allora avevo visto due dei suoi lavori e mi erano piaciuti molto, avevo apprezzato anche la sua compagnia e la sua storia di italiano che vive in Texas. Così ho pensato di fargli un’intervista, bevendo una birra mentre aspettavamo di andare a vedere un film. L’intervista aveva come proposito quello di raccontare un giovane regista indipendente negli Stati Uniti.   Roberto, aiutami a raccontare in due parole la tua carriera di regista. Ho iniziato nove anni fa, dopo il master in media studies a New York. L’obiettivo era quello dell’insegnamento, tant’è che mi ero già iscritto a un dottorato in Storia del cinema in Spagna, quindi iniziai a lavorare per una casa di produzione di documentari, poi a fare cortometraggi e video musicali... Dopo me ne andai a insegnare cinema nelle Filippine, dove rimasi due anni. Al rientro negli Stati Uniti mi spostai nel 2007 nel Texas, a Houston, dove ho iniziato a lavorare alla serie di lungometraggi; ho appena...

La Bosnia sul lastrico alza la testa

A Tuzla e Sarajevo, a Mostar e Bihać, a Banja Luka e Zenica il sommovimento continua, sugli edifici e sui cartelli stradali sono rimasti gli slogan delle manifestazioni dei giorni scorsi: Ladri, Dimissioni, Se continuate così ci sarà la rivoluzione, Vecchi ascoltate i giovani, A chi giovano le banche, i popoli, le chiese e i partiti, I vecchi ascoltino i giovani si sveglino, Ho il diritto di camminare per strada senza avere paura della violenza,   Non voglio andare via da qui, non voglio chiedere asilo all’estero, voglio che la mia gente viva meglio, I dimostranti non sono hooligan. I cittadini della Bosnia-Erzegovina senza nome, né nazionalità, né partito, mandano i politici tutti a farsi fottere in tre lingue, e ridiventano un popolo che chiede pane e dignità.   Palazzo della presidenza incendiato a Sarajevo, dove è andato in fumo un importante archivio storico, sedi dei partiti croati e musulmani distrutti un po’ dappertutto, sindacalisti picchiati, l’albergo Holiday (quando si chiamava Inn ospitava gli inviati stranieri che seguivano il conflitto) chiuso per lo sciopero dei dipendenti che non...

Nome

  Lo stuoino sulla soglia di un appartamento milanese si chiama Home. L’uomo sul trattore che attraversa i colli dell’Istria porta una maglietta con la scritta Calvin Klein. Il termine inglese valorizza, immette il locale nel globale, ci rassicura che abitiamo tutti nel glocal. Nell’era delle moltitudini il nome fa la differenza, dice la provenienza, racconta dell’appartenenza, contiene le possibilità dell’apparenza. Fammi entrare / nella tua eterna danza /fammi entrare fammi entrare fammi entrare /non lasciarmi qui, dentro un nome /dentro un piccolo cognome dice un verso di Mariangela Gualtieri.   Giorgia e Graziella sono due in una, la prima è la donna emancipata che lavora solo, saltabecca da Londra a Shanghai, l’altra è la figlia che non può confessare indoor la vita di fuori. Cambiare l’indirizzo email, firmare con il doppio nome è un coming out che promette integrazione. Il nickname permette il gioco delle proprie identità, è un ideale biglietto da visita che si offre al pubblico virtuale. L’intimità, come nei film di Chéreau, è una...

Analfabeta

L’analfabeta conosce l’abbiccì, ma quando era piccola i suoni prendevano grafie diverse, per questo ancora oggi dà la caccia alle lettere come fossero le farfalle della vispa Teresa che una volta prese si polverizzano. Il primo alfabeto è stato l’abeceda, i suoi segni rappresentavano il serbo-croato, una lingua che era già due e che aveva anche due alfabeti, uno latino e uno cirillico. I giornali li alternavano, una pagina pari una dispari, Zagabria e Belgrado si definivano attraverso il loro alfabeto, solo a Sarajevo, super partes, ogni nome di via si scriveva nei due caratteri. Così è stato prima della Grande Divisione del paese diventato ex che ha tagliato mari e fiumi, e alla lingua ha tolto quel trattino che rende necessarie ulteriori precisazioni per dire quale è la lingua madre. Nelle convulse dissertazioni storiche, nelle infinite pagine letterarie che cercano l’altro senza mai sapere se sia vicino o lontano da sé, il Serbo e il Croato appaiono figure del doppio che hanno cercato un equilibrio nella presenza del terzo, il Bosniaco – divenuto il capro espiatorio. Fin da piccola...