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Tunisia

(14 risultati)

Non è tempo di ospitalità / Restare nel posto sbagliato

È notte inoltrata e bisogna tornare in albergo nella 96th west, in Upper west side. Siamo in Lower Manhattan e New York si è rilassata almeno un po’ a quest’ora. Non si capisce mai se questo fatto tranquillizzi o metta più ansia. Il modo migliore per andare a riposarci ci sembra la metropolitana; meglio ancora la linea veloce. La giornata è stata impegnativa e una doccia e una stanza sono una meta agognata. Il tempo di salire e prima ancora di sedersi tra qualche volto stanco il treno balza in avanti veloce, troppo veloce ci sembra. Un presagio. Quando siamo alla nostra fermata, quella più vicina alla meta, infatti, il treno non ferma e scopriamo che sarà Strivers’ Row la prima fermata. Non possiamo che restare, prima sul treno e poi per un lungo quarto d’ora sul marciapiede della stazione attendendo la corsa per tornare indietro. Non ci guardano bene, almeno così ci sembra, le poche persone che sono in stazione: siamo intrusi, diversi, non graditi, in un posto sbagliato, eppure non possiamo che restare. Che strana sensazione di estraneità per una permanenza forzata si può vivere in uno dei luoghi più cosmopoliti del mondo!   Solo chi conosce il piacere forse nevrotico del...

Occhi aperti sul futuro

Tra i tanti film della Mostra di Venezia, fra i titoli in concorso e quelli fuori, fra ciò che resta del red carpet e di una manifestazione ancora grande ma in evidente ricerca di una via diversa ai festival del cinema, abbiamo scelto di parlare di un film visto nella sezione Giornate degli autori: A peine j’ouvre les yeux della tunisina Leyla Bouzid. Un piccolo film. Che parla però di cose grandi, grandissime, di ciò che resta delle primavere arabe, della Tunisia oggi, ai tempi dell’ISIS, della condizione femminile e della possibilità di fare cinema politico in quel paese.   Incontro Leyla Bouzid, la regista tunisina di A peine j’ouvre les yeux, sulla terrazza in cima all’edificio che ospita le Giornate degli Autori alla Mostra di Venezia. È pomeriggio tardo e il sole sta calando. Vicino a lei, seduta su una sedia a sdraio, c’è anche Baya Medhaffer, la protagonista del film. Approfitto del momento di imbarazzo che precede ogni intervista per porgere una domanda che mi gira in testa da quando ho visto il film, e ancora più quando ho letto le prime recensioni che sono uscite sul web poco dopo...

Dopo l'Impero latino

D'accordo, l'iniziativa di Sarkozy varata nel 2008 sotto il nome di Unione per il Mediterraneo si è risolta – è il caso di dirlo – in un buco nell'acqua, e forse qualcuno non se ne dispiacerà. Difficile in effetti evitare il sospetto che il presidente francese coltivasse ambizioni di leadership sull'area; troppo pretendere che la sensibilità post-coloniale (forse l'unico vero fattore ideologico in comune tra i paesi interessati) accettasse senza diffidenza questa prospettiva. Eccessiva era forse anche l'ambizione del progetto, che mirava a coinvolgere tutti gli Stati membri dell’Unione europea, l’Albania, l’Algeria, la Bosnia-Erzegovina, la Croazia, l’Egitto, la Giordania, Israele, la Libia (come osservatore), il Libano, il Marocco, la Mauritania, Monaco, il Montenegro, l’Autorità Nazionale Palestinese, la Siria, la Tunisia, la Turchia: paesi legati tra di loro da interessi regionali di diversa natura, oppure da nessun interesse. Inutile aggiungere che dal 2008 a oggi il paesaggio geo-politico del Mediterraneo è radicalmente mutato. In particolare, con l'avanzata dell...

Settantacinque chilometri di mare

Quando non si ha niente, avere il mare – il Mediterraneo – è molto. Come un tozzo di pane per chi ha fame." J.C. Izzo     El-Houaria è l’ultimo paesino del Cap Bon, la punta più settentrionale dell’Africa. Dalle grotte di ardesia, si vede Pantelleria. Settantacinque chilometri di mare hanno ricoperto nei secoli l’istmo che collegava Sicilia e Tunisia. Se si passeggia per Tunisi, quei chilometri di mare sembrano assenti: stesse bouganville, fichi d’india e dolci alle mandorle. Volti scottati dal sole, uliveti, mare cristallino. Quel mare, quel posto di violenta bellezza, racchiude nello spazio dell’orizzonte la storia degli ultimi venticinque anni.   Solo oggi sono morte 90 persone e 250 risultano disperse al largo dell’isola dei conigli. Ieri altri 13 corpi sono stati recuperati a Scicli, qualche chilometro più lontano. Dal 1988 si stimano che siano morti nel Mediterraneo almeno 19.142 persone, di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011 (da Fortress Europe). La stima è chiaramente al ribasso. Per dare una proporzione, sono l’equivalente numerico...

Tunisi: Fala budda 'an yastajib al-qadar

Idha-sh-sha'bu yawman 'arad al-haya Fala budda 'an yastajib al-qadar  (Quando la gente vuole vivere, il destino deve sicuramente rispondere) La rivoluzione non è un pranzo di gala, e questo è ancora più vero in Tunisia, dove alla rivoluzione (o meglio, all'aspirante rivoluzione) si va in ciabatte, o con le zeppe, o in motorino in due senza casco. In piazza arrivano famiglie con bambini in spalla, donne eleganti e signore anziane, adolescenti goffe e ragazzini secchissimi e nervosi. Già alle sette lo spazio inizia a riempirsi. Lungo l’avenue 20 mars 1956, che richiama la data dell’indipendenza tunisina dalla Francia, inizia la coda per ricevere il vassoio dell’iftar, la cena di rottura serale del Ramadan. Tutti in fila, tutti pronti a dividere il cibo, a regalare prugne e uova tra un inno nazionale e un ‘Degage!”. Si canta, moltissimo. Si sventolano le bandiere, tutte rigorosamente della Tunisia. Si distribuiscono palloncini con il volto di Chokri Belaid, il baffo e il neo che hanno scosso nel profondo le emozioni del paese. E i sentimenti sono molti, che si intrecciano tra le colonne del Bardo,...

#OccupyGezi. Revolution will be tweeted

"Se lo Scià finirà per cadere ciò sarà in gran parte dovuto alle cassette".   Questa frase l'ha scritta Michel Foucault da inviato per il Corriere della Sera in Iran, nel 1978, riferendosi alla rapida circolazione dei discorsi di Khomeini sotto forma di audiocassette facilmente duplicabili e trasportabili.   Chissà cosa avrebbe detto Foucault del ruolo che i social media stanno giocando nelle proteste di piazza che dal 2011 nascono e si riproducono continuamente dall'Egitto alla Spagna, dagli Stati Uniti alle periferie di Londra, dalla Tunisia alle 67 città turche che nell'ultimo weekend di maggio hanno visto le loro strade invase da migliaia di persone?   Primo movimento: ci vuole una prospettiva storica   In realtà questa storia delle “rivoluzioni di Facebook” è stata finora molto banalizzata, discussa, sottostimata o sovrastimata, ma mai analizzata a fondo, se non in contesti accademici. Non credo esistano rivoluzioni di Facebook ma “rivoluzioni” che, come dei software, girano su hardware (tecnologie di comunicazione) differenti. E,...

L'allegria contro Pinochet

Può la Milano da bere sconfiggere una feroce dittatura? Nel Cile del 1988, fu una frivola campagna pubblicitaria a propiziare la vittoria del No a Pinochet?   Bisogna prepararsi a bei paradossi davanti a “No - I giorni dell’Arcobaleno” di Pablo Larrain (nomination miglior film straniero Oscar 2013, vincitore a Cannes della Quinzaine), film che promette di incrinare più di un’idea corrente. Per cominciare, quella che vede nel linguaggio pubblicitario la negazione di ogni valore umanistico, una sorta di baco della democrazia. E se fosse invece una risorsa inutilizzata?     “No” è anche il primo film del cinema moderno a raccontare il pubblicitario come eroe democratico grazie al suo lavoro, non perché abiura o cambia vita. Nessuna parentela col tormentato Kirk Douglas scolpito da Kazan in The Arrangement o con gli alienati di Olmi in Un certo giorno. Il che fa di René Saavedra, il giovane creativo del film, una vera perturbante novità culturale.   Anche la pubblicità è raccontata da una prospettiva inedita ai più. Non sistematico inganno o gesto...

Tunisia: l’onore dei soldi

Ti svegli una mattina a Milano, sali sulla moto, vai a Genova, imbarchi la moto, ventiquattro ore di nave e sei a Tunisi. L’odore è il solito dei paesi arabi, la luce bianca riflessa sull’asfalto. Poi nove ore di viaggio, un giorno, e sei nel deserto, a sud, alle porte del mare di sabbia. Nove milioni di metri quadri di niente e al massimo, qui e lì, qualche pozza d’acqua che chiamiamo oasi, usando un eufemismo.   Una di queste si chiama Tozeur, una cittadina vecchia di migliaia di anni, poco più di uno sbuffo di case intorno a una selva di palme, alle porte di un interminabile Sahara, in mezzo a un niente sordo e a un caldo senza appello. Ci coltivavano i datteri, da millenni, inseminando le palme a mano, maschio-femmina, dato che di api (sagge) da quelle parti non c’è traccia. Ora fanno i soldi con i turisti. O meglio, li facevano, prima che la rivoluzione araba riducesse il turismo al lumicino di qualche incosciente (il sottoscritto), e le città a un conglomerato di alberghi abbandonati, con finestre appese ai cardini come panni alle mollette.   E così Tozeur adesso è poco più di...

Fatti / interpretazioni

Da alcuni giorni circolano immagini agghiaccianti di immigrati tunisini rimpatriati a forza con cerotti sulla bocca.   Una questione filosofica   Il dibattito filosofico che sembra appassionare gli italiani – le pagine culturali di molti quotidiani ne sono state invase – ha radici antiche e nobili. Dopotutto è la riproposizione aggiornata al gusto del tempo della diatriba tra idealisti e realisti, tra i fautori della rappresentazione a cui si ridurrebbe la realtà e coloro che, in genere aiutandosi con un pugno sonoramente battuto sul tavolo, rivendicano l’autonomia e la differenza del reale dalla rappresentazione. O ancora, tra scettici che contestano la possibilità stessa di una verità obiettiva e dogmatici che invece la rivendicano per i propri enunciati. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, ma questo in filosofia non è un rilievo negativo perché il vanto dei filosofi è, da sempre, quello di girare attorno ad una sola domanda, quella che le altre discipline lascerebbero inevasa perché troppo “ovvia”: la domanda sul reale, appunto, e sulla sua consistenza (l’...

In mezzo alle terre / Betweenlands

Nel corso del 2011 abbiamo visto un Mediterraneo protagonista e spettatore di un’energia collettiva univoca all’interno di un’area da sempre considerata culla della cultura. Un’energia che partendo dalla sponda araba ha generato un profondo cambiamento riverberato fino alle porte dell’Europa. Un’energia che ha sconvolto e coinvolto diversi paesi in cerca di un’identità nuova e cosciente: dalla Tunisia, passando per l’Egitto e fino alla Libia, giungendo come un’eco a Lampedusa e in Grecia. Unico comun denominatore: la piazza, la folla, la colle ttività.La partecipazione. La libertà. Betweenlands è un progetto di Loris Savino e Marco Di Noia che racconta tutto questo: il rinnovato sentimento di coscienza, di dignità, di responsabilità che si è esteso da un paese all’altro, da una sponda all’altra del Mediterraneo. Il racconto parte dagli attori di questo cambiamento: le persone, le loro voci, i loro visi, le loro necessità e motivazioni. Persone che hanno avuto il coraggio e la coscienza di dire basta ai regimi e alla mancanza di libertà, che...

Raccontare ai tempi del 2.0. Curation services e nuove forme del giornalismo in Rete

Nell’era dei social network il giornalismo ha subito alcune rilevanti variazioni, destinate ad avere sempre più largo corso nel nostro futuro. Sarà questo il tema del mio intervento, in cui cercherò in particolare di tracciare il percorso che ha portato all’emergere dei curation services: piattaforme che permettono di selezionare, aggregare e presentare in forme narrative articolate le notizie che provengono dalla Rete e dai social network. Su Wikipedia c’è una pagina, dedicata a Andy Carvin, in cui si ricorda come questo senior product manager for online communities della NPR (prima nota come National Public Radio, una sorta di “servizio pubblico” radiofonico americano) sia diventato un’agenzia stampa 2.0 su Twitter (ed ora che “2.0” l’ho scritto possiamo passare alle cose serie). Carvin ha seguito sin dalla fine del 2010 su Twitterle rivolte nordafricane, sviluppando un largo seguito e usando al meglio i suoi precedenti contatti per fornire un importante servizio in tempo reale di informazione e verifica delle numerosissime notizie, prima di tutto in forma di tweet, che provenivano da quei...

Intervista con Noam Chomsky: le parole in politica

Riportiamo alcuni stralci di un’intervista video di Frank Barat a Noam Chomsky svoltasi nel mese di marzo. L’intervistatore di Red Pepper, un bimestrale inglese indipendente di area socialista, si avvale di alcune domane poste da intellettuali, attivisti e artisti, tra cui John Berger, Ken Loach e Amira Hass.   Qui tutta l’intervista in inglese (non perfettamente redatta). In basso il video completo dell'intervista.   John Berger   La pratica politica spesso sorprende il vocabolario politico, per esempio si dice che la recente Rivoluzione nel Medio Oriente chiede democrazia, possiamo trovare parole più adeguate? Usare vecchie parole spesso fraintese, non è un modo per assorbire lo shock invece che accoglierlo e ritrasmetterlo?   Innanzitutto, penso che la parola rivoluzione sia un po’ un eccessiva. Magari lo diventerà, ma per il momento si tratta della richiesta di una riforma moderata. Ci sono elementi, come il movimento dei lavoratori, che hanno provato ad andare oltre, ma rimane ancora tutto da vedere. Tuttavia la questione è giusta e non c’è modo di uscirne. Non...

E mi paes

Non ho pronuncia né dizione per la parola patria. Una parola abisso, stonata e stridente. “E mi paes”, ecco cosa dico, che allo stesso tempo indica il minuscolo villaggio dove abito e la nazione che lo contempla. “Il mio paese”, l'immagine è larga, affettiva e concreta. Con la nonna piantavamo le calle nei fossi, “quelli non sono di nessuno, dividono il nostro campo da quello del vicino”. Quei fiori bianchi li coltivavamo per bellezza, per lo stesso vento. Abitavamo in un vecchio casolare della campagna romagnola, “non chiudere la porta, la porta deve stare sempre aperta”, diceva il nonno. Non c'era cancello per delimitare l'aia e gli alberi di noce, che d'estate facevano ombra al ristoro dei braccianti che lavoravano per la nostra famiglia, non erano più nostri che loro. Provo una grande nostalgia per quegli spazi aperti e quel senso di appartenenza allargato, primitivo, psichico, ora che il vecchio casolare, come tutti gli altri casolari di quella zona, ha la porta blindata, le inferriate alle finestre, un recinto di rete metallica che delimita il perimetro del giardino. E gli alberi di noce...

Tweet per la rivoluzione

Di ciò che sta accadendo nei paesi del Maghreb continua a sfuggirci il senso profondo: il significato degli eventi, ma soprattutto la loro direzione. Si va avanti o indietro? Chiusure filo-islamiche regressive o aperture all’occidente democratico? Destra o sinistra? Leader storici che cadono, venti di ribellione, ma a che pro? Non si capisce. Da cui innumerevoli opinioni e interviste, interventi e interpretazioni, dibattiti, appelli d’ogni tipo. Una cosa su cui tutti sembrano comunque essere d’accordo è che a fomentare queste rivolte, a coinvolgervi migliaia e migliaia di persone, soprattutto giovani, a diffondere entusiasmo e voglia di fare hanno molto contribuito i social network. Laddove i vecchi leader usano la solita televisione per diffondere proclami di rito o, più che altro, per segnalare la loro ostinata presenza in loco (sono un beduino, ha ribadito Gheddafi dinnanzi alle telecamere di regime), internet e i nuovi media che vi pullulano vengono usati dai rivoltosi per scambiarsi sempre e comunque informazioni sulle iniziative più o meno estemporanee di protesta. E, così facendo, per fare rete, edificare gruppi...