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Adriano Prosperi

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Un volgo disperso / Contadini

Ho letto il libro di Adriano Prosperi (Un volgo disperso, Einaudi 2019, pp. 324) impiegandoci molto tempo perché ogni pagina mi sembrava degna di sottolineature, ogni citazione dalle relazioni dei medici, statistici o antropologi degna di nota, e soprattutto mi mettevo a ricordare. Il mezzadro che viveva nella casa accanto alla mia: aveva al piano terra la cucina in cui ovviamente c'era il focolare, una madia dove si faceva all'occorrenza la pasta per il pane e comunque si riponevano i cibi, e la macchina da cucire alla quale lavorava la figlia che faceva impermeabili per una ditta di confezioni di Empoli. (Aveva anche un figlio che rimase allettato per molto tempo per una malattia che fu diagnosticata come leucemia, e che io ho visto forse due volte.) Dalla cucina si andava in una cantina, sempre al piano terra, dove era depositata una parte degli attrezzi di uso più comune più il trinciaforaggi per le due mucche che stavano nella stalla, sempre sul retro. Due camere erano al piano superiore della casa. Le due mucche stavano distese sulla paglia che veniva presa da un pagliaio posto una trentina di metri dietro la casa. Lo sterco delle mucche misto alla paglia veniva accumulato...

Un volgo disperso / I contadini, villani, terroni che siamo stati

Quanti di noi possono dire di non conoscere – senza timore di errore – che anche solo due, tre, quattro generazioni fa i propri avi fossero tutti o in parte contadini? È così per molti, moltissimi di noi, quasi tutti. Si salverebbe solo chi per nascita e censo avesse origini aristocratiche o borghesi... comunque sempre una minoranza. Siamo stati contadini, villani, rustici, bifolchi, terroni comunque lavoratori della terra includendo in questa denominazione anche tutti i mestieri in qualche modo affini come i pastori, gli ortolani, i vignaioli, gli allevatori, i mietitori, gli zappatori e anche solo tutta la vasta manovalanza che vendeva il proprio lavoro, il proprio tempo e alla lunga il proprio corpo in un’economia di sussistenza. Perché questa è stata la lunga stagione della società contadina: innumerevoli generazioni il cui lavoro e la cui esistenza era legata a doppio filo alla terra e alla produzione alimentare; una vita e una condanna, nient’altro.   In realtà, la consapevolezza di cui sopra l’abbiamo rimossa recentemente: era inevitabile.  Troppo rapidi e drastici i cambiamenti sociali ed economici nella seconda metà del Novecento per non determinare anche una...

Come si diventa Gesuiti / Adriano Prosperi, “La vocazione”

La vocazione è un libro che riprende un tema che appassiona Prosperi da sempre: il misto di ammirazione per la straordinaria capacità di affermarsi della Chiesa cattolica e di orrore di fronte alla ferocia del suo dominio sulle persone. Ma l'ammirazione prevale, specialmente in questo libro in cui sono al centro i Gesuiti nel primo secolo della Compagnia: l'intelligenza, la capacità psicologica e l'utilizzazione della comprensione antropologica della società nel mondo cattolico appaiono qui dispiegate nel rafforzare la Compagnia, nel selezionare i militanti, nell'imporsi dentro e fuori dalla Chiesa. Tutta la lettura di questa vicenda è fatta da Prosperi attraverso i documenti relativi alla procedura che porta alla vocazione per divenire gesuita, alla selezione e al controllo successivo per garantire la formazione, l'obbedienza e la perseveranza degli adepti. E la documentazione è essenzialmente quella delle memorie scritte specialmente dai nuovi aderenti, autobiografie apparentemente personali – perché tutte raccontano vicende specifiche e proprie – ma di fatto create secondo una struttura mutevole ma sempre riferita a temi costanti: la nascita della vocazione come un messaggio...

"Gli italiani non capiscono"

L'Italia appare come una terra inospitale per l'advertising. Sintesi, semplicità di pensiero, umorismo leggero, imprevedibilità, orrore dei cliché e del ricatto sentimentale: nessuna di queste caratteristiche sembra appartenerle, e l'elenco potrebbe continuare. C'è però un aspetto in particolare che separa questo paese dalla buona pubblicità, e non solo da quella. L'idea di pubblico. Per capirlo, basta osservare con attenzione nei break pubblicitari nostrani la lampante differenza tra gli spot prodotti all'estero e quelli invece realizzati in Italia. I primi sono spesso eleganti, di ottima fattura, non di rado divertenti, mentre dei secondi, quelli locali, quasi sempre si può dire solo il peggio o sbadigliare. È evidente, sono stati pensati per platee diverse. Le campagne estere presuppongono cioè un pubblico del quale si teme il giudizio, il cui consenso va guadagnato. La pubblicità prodotta in Italia, invece, sembra pensata per un pubblico privo di strumenti, una massa passiva che non chiede originalità. Quello italiano risulta un pubblico che non capirebbe. Non c...