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Alessandro Carrera

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Alessandro Carrera / Il colore del buio

La Rothko Chapel è uno dei piccoli-grandi monumenti di Huston. Voluta dai collezionisti e mecenati John e Dominique de Menil e contigua all’omonima collezione d’arte surrealista e novecentesca, l’opera è la summa del grande pittore americano e uno dei vertici dell’arte del secondo novecento. Alessandro Carrera, professore di Italian Studies e di World Cultures and Literature all’università di Houston in Texas, non solo visita spesso la Cappella per conto suo ma vi accompagna ospiti, amici, colleghi ogni volta che può. Il libro che vi ha dedicato, Il colore del buio (Il Mulino, 2019) è frutto di quelle numerose visite non meno che di uno studio attento all’ultima fase della pittura di Mark Rothko. Le indicazioni topografiche che l’autore fornisce fin dall’incipit su come arrivare alla cappella non sono un vezzo, piuttosto un invito alla visita, e a un approccio al contesto che l’opera crea e in cui si inserisce. Non si tratta infatti di andare a vedere quadri appesi alle pareti; Carrera parafrasando Derrida afferma: “l’arte di Rothko è la fine del quadro e l’inizio della pittura”.   La Rothko Chapel è un luogo dove architettura e pittura hanno trovato una convivenza...

Berlafüss

In italiano si potrebbe dire “berlafuso”, o almeno così l’ho trovato menzionato da qualche parte, ma chi non è cresciuto con qualche dialetto lombardo o piemontese nelle orecchie non saprebbe che cosa vuol dire. La grafia ondeggia tra “berlafüss” e “barlafus”. L’origine? Va a sapere. Il termine è attestato fin dal Seicento, lo si trova in Carlo Maria Maggi come in molti altri autori. E vuol dire “cianfrusaglia”, “masserizia”, “ciarpame”, o anche “bigiotteria”, ma io non me lo ricordo con quel significato. Piuttosto, se per mia madre qualcuno era un “berlafüs de vün” (da pronunciare con la esse finale dolce, solo una, alla lodigiana), voleva dire che era un tipo di poco affidamento ma anche un pasticcione, non molto raccomandabile, da starci attenti a frequentarlo, ma insieme innocuo proprio per via della sua inclinazione a far cadere le cose, a non portare a termine un bel nulla, ad accontentarsi di vivacchiare alla meno peggio. Ma poteva anche essere ben altro. Per una di quelle antifrasi così frequenti nella lingua parlata,...

Il sabato del villaggio / Somiglianze e apparenze

Due sembrano essere le modalità dello sguardo che si contrappongono da anni sulla scena pubblica italiana, quella dell’apparire e quella della somiglianza. Per un certo periodo si sono anche sovrapposte, apparire alla stessa maniera è in parte anche considerarsi simili e quindi affini, una sorta di apparenza al quadrato. Tuttavia l’imporsi della crisi con la concretezza dei suoi problemi (mancanza di lavoro, difficoltà di accesso allo studio e alla cultura, perdita di diritti) favorisce lo scambio e la collaborazione tra persone affini per modo di vivere e di pensare, tra persone quindi che si somigliano al di là delle categorie politiche ormai quasi totalmente invase dal virus decadente dell’apparenza. Doppiozero questa settimana quasi propone in un certo senso una guida alla ricerca della somiglianza, dell’affinità a dispetto del vuoto apparire. Ferdinando Scianna commenta una sua fotografia rammentando una somiglianza con l’individuo da lui fotografato con quello ritratto in un quadro da Antonello da Messina: una somiglianza che sta forse più nell’uomo che nel quadro stesso e che nasce da una...