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Alfred Hitchcock

(19 risultati)

Benvenuti a Celestia / Intervista a Manuele Fior

Un ragazzo si aggira per i vicoli di una città scura, dove solo ogni tanto si intravede uno spicchio di cielo stellato. Ha una lacrima disegnata sul viso, porta una sorta di scialle e un cappello a cono, i suoi mocassini calpestano un pavimento ricoperto da uno strato di acqua. “E adesso?”, chiede a una presenza invisibile, che lo sta in qualche modo guidando. “Adesso chiudi gli occhi”, è la risposta che echeggia su una vignetta interamente nera. Noi voltiamo pagina, c’è un’altra vignetta nera e la voce dice: “E adesso riaprili”. Entriamo così, con un meccanismo tipico del fumetto, dentro Celestia, il nuovo libro di Manuele Fior. “È il fumetto più fumetto che ho fatto”, mi dice subito appena iniziamo questa intervista. “Ho cercato proprio di fare tutto quello che si può fare con i fumetti e che non si può fare con altri mezzi di espressione, o che comunque è più difficile fare con altri mezzi, più dispendioso, più laborioso. Invece con il fumetto… Little Nemo [Il personaggio creato da Winsor McCay nel 1911, NdR] per esempio inizia subito, la prima vignetta è già in Slumberland, nella terra dei sogni. Volevo sfruttare queste potenzialità”.   Manuele Fior è tra gli autori che...

Guardare con gli occhi dell’escluso / Le finestre sul cortile di Hitchcock e Chodasevič

Nati entrambi sul finire dell'Ottocento, Hitchcock e Chodasevič sembrerebbero non condividere altro che l’abbondanza di consonanti che compongono i loro cognomi. Regista inglese l’uno, poeta russo l’altro, che il lettore italiano conoscerà forse per Necropoli (Adelphi, 1985), vissero in ambienti e contesti molto diversi, e tali furono anche i loro prodotti artistici. Eppure il film La finestra sul cortile (Rear Window, 1954) e la poesia di Chodasevič Finestre sul cortile (Okna vo dvor, 1924) trattano entrambi il tema dell'osservazione che scaturisce da una condizione di esclusione e di disabilità reale o metaforica grazie alla quale si può vedere e conoscere meglio. C’è poi dell’altro in comune, come vedremo, a partire dall’esclusione vissuta da entrambi come esperienza biografica.   La trama del film di Hitchcock è ben nota: un fotoreporter newyorkese, L. B. Jefferies, interpretato da James Stewart, è bloccato in casa da giorni con una gamba ingessata. È estate e l’afa costringe gli inquilini dei palazzi circostanti a tenere le finestre spalancate. È qui che si posa lo sguardo di Jefferies, la cui assidua osservazione gli permetterà di notare le strane manovre di un sospetto...

L’ultimo romanzo dello scrittore indiano / La caduta di Salman Rushdie

  Dopo un centinaio di pagine di lettura de La caduta dei Golden, il nuovo romanzo di Salman Rushdie, sempre più spesso si comincia a saltare alla foto dell'autore e alla sua smorfia sorniona nel risguardo di copertina, un po' da satiro e un po' da furetto, quasi l'espressione scaltra di qualcuno che in qualche modo è riuscito a fregarti, un viso e una voce che sovrastano a tratti quelli del narratore René fino a sovrapporsi completamente a essi. È uno dei limiti più vistosi di un editing se non nullo, probabilmente soggiogato dalla debordante personalità dello scrittore indiano che non si trattiene mai da “bucare” il diaframma che separa l'autore dal lettore, spesso con suppellettili verbose di poca sostanza, se non apertamente banali e spacciate per perle di saggezza, quando non si tratta di puro autocompiacimento stilistico. Ambizioso nelle intenzioni di scrivere un vero e proprio romanzo americano (sia nella struttura e nello stile sia nel contesto specifico dell'intreccio/pretesto), l'escamotage narrativo con cui Rushdie dilaga e divaga per offrirci la sua visione sull'America attuale, da Obama fino all'avvento di Trump il presidente pagliaccio – come è anche...

Gli animali nella storia del cinema / Bestiale

Il titolo della mostra torinese sugli animali nella storia del cinema colpisce per la sua disarmante immediatezza: ‘bestiale’ non è un aggettivo come gli altri, non indica una qualità del nome a cui si accompagna, ha una sua sonora e potente autonomia, è un’esclamazione che dice stupore, meraviglia, sorpresa ma può anche venire impiegato per indicare un livello estremo di degradazione dell’umano. L’animale, per consolidata tradizione filosofica e dottrina religiosa, almeno fino ad anni recenti, è stato considerato come un essere senziente sprovvisto di logos, quindi inferiore. E proprio perciò lo si è anche considerato come un essere enigmatico, talora pericoloso con cui non è possibile intrattenere una relazione attraverso il linguaggio. Per lo meno non nel modo in cui comunicano gli umani. Ma questo limite si è sempre rivelato un formidabile volano di emozioni e di meraviglie: l’animale, proprio in virtù di tale carenza, comunica in forme diverse: usando il corpo, emettendo suoni che dobbiamo interpretare, esprimendo la sua relazione con noi attraverso lo sguardo.     Questa strana polarità della nostra relazione con il mondo animale, fatta di vicinanza e distanza, di...

Classici in prima lettura / La lettera scarlatta

Storia di una donna, di un simbolo, e di un patto con il diavolo, La lettera scarlatta inizia descrivendo la porta di una prigione, rugginosa e segnata dalle intemperie, accanto alla quale cresce però un rosaio selvatico. E se la prigione è “il nero fiore della civiltà” (così dice l’autore), le gemme, che offrono la loro fragranza in quel mese di giugno in cui inizia questa storia, sono l’indizio di quanto possa essere benevolo “il cuore profondo della natura”. La porta si apre; siamo nella città di Boston, la vicenda si svolge nel New England alla fine del Seicento. Il prato antistante è occupato da una folla; tutti gli occhi sono rivolti verso una giovane donna che esce dal carcere, tenendo in braccio una bimba nata da poco: ciò che più colpisce è però un simbolo, cucito sul suo abito all’altezza del petto, una lettera, una A. Eseguita in modo fantasioso, esuberante, sembra risplendere di un misterioso fulgore. Benché il suo significato sia chiaro, e univocamente determinato – è l’iniziale della parola adulterio (adultery) –, la lettera scarlatta sprigiona un’energia enigmatica, i cui effetti non sono prevedibili.   Che ne sarà di questa donna, Hester Prynne, condannata per...

Viktor Stoichita, Effetto Sherlock / Voyeur in lotta

“Siamo diventati una razza di guardoni”, dice con buon senso da “Reader’s Digest” l’infermiera Stella a Jeff, fotografo à la page immobilizzato da settimane a casa per un brutto incidente stradale. “La gente farebbe meglio a guardare un po’ dentro casa propria”, insiste caparbia. Ma Jeff, apparentemente, non la sta a sentire. Del resto, il suo ostinato voyeurismo non funziona poi così bene, zeppo com’è di ostacoli d’ogni sorta, schermi, muri, lampade che si spengono, tende che si chiudono, perfino specchi che riflettono oltre misura. Riuscirà, come sanno i fortunati che hanno visto e rivisto La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, a risolvere l’inaspettato caso di omicidio coniugale che si svolge dinnanzi al suo teleobiettivo perennemente puntato sulle finestre di fronte. Ma con quanti intralci! E tutti, per giunta, di natura eminentemente visiva. Se siamo, forse, un popolo di impenitenti spie pruriginose, come sostiene Stella, non abbiamo per nulla vita facile. La cosiddetta civiltà delle immagini non la passa così liscia come si dice: ogni visione ha filo da torcere.   Hitchcock, Rear window (1954).  Il fatto è che, come spiega lo storico dell’arte Viktor...

“Hai mai visto un comunista bere acqua?” / Il complottismo italiano

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”. Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i...

L’intereccio tra cinema e linguaggio delle merci / Cinema & pubblicità: un gioco

I rapporti tra cinema e pubblicità sono sempre stati raccontati con un pendolo, seguendo le oscillazioni da un ambito all’altro. Esempi tipici sono gli attori del grande schermo che diventano testimonial, o i cineasti che si misurano con gli spot, oppure ancora la pubblicità che cita l’immaginario cinematografico, i film che si reclamizzano con trailer o affiche, la pubblicità addentratasi negli script con il product placement, eccetera.   A cosa serve questo pendolo? A raffigurare due mondi separati, per quanto confinanti. Di qua l'arte, di là la cultura materiale. Di qua la libera immaginazione, di là il triviale mondo delle merci. Serve cioè a non vedere il rapporto reale tra cinema e pubblicità. Che è assai più stretto. Guardando alle attuali pratiche di marketing dei film si potrebbe addirittura parlare di convergenza (Jenkins). Ma l'oggi c'entra poco, le radici sono più profonde. E sono intrecciate. L'immagine in movimento e la réclame sono fenomeni coevi, sono entrambi linguaggi della modernità, e ciascuno dei due è – al tempo stesso – sia merce che forma espressiva. Constatazioni, queste, apparentemente ovvie. Le conseguenze, però, non lo sono altrettanto.   Di...

Una conversazione con Tatti Sanguineti / Io, Sonego e gli altri

Non avevo mai parlato con Tatti Sanguineti prima di questo pomeriggio. Al telefono, dove subito ci siamo dati del tu, abbiamo fissato l'intervista per la sera, intorno alle nove, perché, mi ha spiegato lui, «preferisco lavorare di notte, nella penombra, quando nessuno ti scoccia con le telefonate e ti puoi dedicare con tranquillità alle cose da fare». L'oggetto dell'intervista è Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi 2015), versione riveduta e parecchio accresciuta de Il cinema secondo Sonego, edito nel 2000 dalla Cineteca di Bologna.   Durante la nostra chiacchierata, mi accorgo che Tatti non utilizza mai il termine “riscrivere”, ma sempre parole come “ricostruire” o “rifare”. Evidentemente, per lui questo libro è qualcosa di più e di diverso da un libro di cinema, e non soltanto per le dimensioni (poco meno di seicento pagine): man mano che ci si inoltra nella lettura, si ha sempre più l'impressione di avere a che fare con un folto romanzo di avventure, una cavalcata a rotta di collo attraverso cinquant'anni di cinema italiano. Il protagonista è un personaggio tutto sommato poco noto al grande pubblico: Rodolfo Sonego (1921-2000), ex...

Homo ferens

Homo faber, homo loquens, homo ludens, homo ridens? Macché. Homo homini lupus? Meno che mai. A caratterizzare la specie umana rispetto agli altri animali è semmai l’homo ferens, il portatore: colui il quale decide di trascinarsi dietro, con denegata scomodità, una miriade di cose inutili, o in ogni caso ben poco necessarie nella maggior parte delle situazioni quotidiane. E per questo ha viscerale bisogno di borse che li contengano.   A proporre questa tesi semiseria – il portaborse come archetipo antropologico – è Steven Connor, che in Effetti personali (Cortina, pp. 289, € 19) passa in rassegna tutti quegli oggetti che, appunto, normalmente stanno riposti in una qualsiasi borsa: bottoni, carte, pettini, occhiali, fazzoletti, chiavi, pillole, spilli, elastici, caramelle, fili e quant’altro. Connor, docente di inglese a Cambridge, offre della questione una prospettiva fortemente letteraria, dove l’esperienza personale viene rielaborata alla luce di celebri opere, del canone e non, da Shakespeare a Forster, da Yeats a Joyce, da Swift a Beckett, da Carroll a Abbott, ma anche Bachelard, Sartre e molti altri....

Alain Resnais mise en abîme

I film di Alain Resnais erano, anzi sono, oggetti stranianti, costruzioni inconciliabili con tutto ciò che stava loro attorno. In un modo o nell’altro, non si sapeva mai come prenderli. Le storie erano labirinti mentali, gli uomini e le donne coinvolti animali in trappola, i loro pensieri ossessioni.   Lo spazio era scenografia, il tempo ricordo, o immaginazione, l’azione, spesso, farsa; c’erano l’aura inesplicabile e riconoscibile del sogno, la geometria di un teorema, le infinite possibilità del reale. C’erano la razionalità e la follia, il tutto e il suo contrario, smoking e no smoking, dal titolo di un suo famoso dittico, un film che nasceva dalla negazione del precedente.   L’immagine che ritorna (viene da Providence, uno dei suoi capolavori) è quella di una città deserta che la macchina da presa attraversa come in un incubo, spaventata, muta e vorace: cerca una storia, un racconto, e lo trova grazie ai deliri di un romanziere ubriaco e morente. L’effetto è quello di un universo inespugnabile eppure familiare, una costruzione sontuosa sul punto di crollare. E in questa incertezza...

Robert Capa in Italia

A fine settembre, un pomeriggio, entro a Palazzo Braschi con un amico per vedere la mostra di Robert Capa organizzata dal museo romano per celebrare i settant'anni dello sbarco in Italia degli Alleati. Ogni mostra è, ovvio, una partita a ping pong fra le rappresentazioni esposte e il cervello dello spettatore; ma in questo caso particolarmente peculiare, dopo un primo giro, è la sensazione personale di considerare le immagini delle macerie, dei popolani siciliani e napoletani, dei soldati americani in azione, non come produzioni dirette dell'obiettivo del fotografo, quanto echi visivi di un immaginario presente nella mia mente già prima di entrare nella sala, e da queste figure solamente confermato. In altri termini, il reportage fotografico di Capa si è talmente cristallizzato in icona da produrne il paradosso di un'idea così radicata nella coscienza collettiva che ha trasformato le immagini che la rappresentavano in semplici subordinate interscambiabili.   La distanza temporale fra quello che le fotografie di guerra di Robert Capa rappresentavano – o volevano rappresentare – al momento in cui furono scattate e...

Il dubbio che mette in ombra Stoker

Hollywood. Due registi che hanno profondamente innovato il cinema del proprio paese giungono carichi di belle speranze. C’è un film da girare. Nel 1943 il regista era un Alfred Hitchcock poco più che quarantenne, già al sesto lavoro americano in tre anni dal suo arrivo e il film è Shadow of a Doubt (L’ombra del dubbio). Nel 2013 Chan-wook Park gira Stoker, esplicitamente ispirato al film del maestro del brivido. Stoker non è un remake. La sceneggiatura è scritta dall’attore protagonista della serie Prison Break, Wentworth Miller, e la casa di produzione è la Searchlight Picture, la divisione indipendente della 20th Century Fox.     Il fil rouge è la comparsa di uno zio torpido e seduttivo, che spunta dal nulla a stravolgere i pensieri della nipote adolescente. Mentre Stoker punta molto sullo sconvolgimento ormonale, il film di Hitchcock cresce al ritmo stuzzicante de La vedova allegra, che risuona nella mente della nipote Carla, come un tarlo, un indizio, un presentimento. Ne L’ombra del dubbio non c’è morbosità. C’è la malizia di una ragazza...

People’s Park

È stato bello veder passare da Milano, all’ultima edizione di Docucity, un film come People’s Park di John Paul Sniadecki e Libbie Dina Cohn: non solo perché è un’opera che offre un’affascinante sezione della vita quotidiana nella Cina di oggi, ma perché ci concede di penetrarvi evitando i didascalismi e gli psicologismi che spesso ammorbano la produzione documentaria, scegliendo una forma particolare per rendere con profondità e spessore sensoriale l’esperienza di un ambiente. People’s Park è infatti costituito da un’unica ripresa video di un’ora e un quarto in un parco pubblico di Chengdu, capitale del Sichuan. Un movimento di macchina lento e fluido scorre attraverso le diverse aree, le persone che le popolano e le svariate attività che si possono incontrare in un parco cittadino cinese al sabato pomeriggio: si passeggia, si chiacchiera sulle panchine, si siede a un tavolo della casa da tè o si fanno esercizi fisici, ci si dedica al karaoke, all’argilla, alla calligrafia, e soprattutto si danza. Aprendosi in mezzo a una pista da ballo, il film si chiude, circolarmente...

Milano nello sguardo del cinema

La conversazione qui pubblicata è estratta dal libro Una scelta per Milano. Scali Ferroviari e trasformazione della città (Quodlibet), a cura di Laura Montedoro: un corposo studio corale dedicato ai sette scali ferroviari milanesi dismessi che rappresentano un’occasione eccezionale e irripetibile di trasformazione urbana e di messa a punto di un’idea di città.   Il volume raccoglie pertanto numerosi contributi secondo uno schema tripartito: una prima parte contiene i saggi d’indirizzo volti a delineare strumenti e obiettivi del progetto urbano contemporaneo. La seconda parte presenta le esplorazioni progettuali per il riordino degli scali e una raccolta di casi studio. La terza, infine, propone una sorta di verifica a più voci delle ipotesi sviluppate nelle prime due, interrogando sia architetti e urbanisti, come Emilio Battisti, Pierluigi Nicolin e Luigi Mazza, sia personalità extradisciplinari di assoluto rilievo, come Ermanno Olmi, partendo dall’assunto che per capire una città sono necessari molti punti di vista, compreso quello del cinema, spesso trascurati dal mondo accademico ma forse gli unici in...

Marker / Mémoire

Questa è la storia di un uomo segnato da un’immagine d’infanzia.” L’immagine, attorno a cui gira e si avvolge La Jetée (1962) di Chris Marker, è il volto di una donna sul molo d’imbarco («jetée») dell’aeroporto di Orly: un uomo corre tra la folla verso di lei, ma è colpito da una pallottola, arrestato in una posa eterna, un’icona istantanea che ricorda molto lo foto emblema della guerra civile spagnola scattata da Robert Capa. Un bambino assiste alla scena, che è dunque scena primaria, “immagine d’infanzia”, prologo ed epilogo di una stessa storia: perché l’uomo e il bambino sono la stessa persona. Altro particolare, essenziale: questa immagine, come ogni immagine nel film, è, effettivamente, una fotografia fissa, come se questo istante fatale avesse congelato anche tutti gli altri.     La Jetée è la storia di un uomo che attraversa il tempo, un visionario, ossessionato da un ricordo e che grazie alla potenza di questo ricordo varca la soglia che separa un cupo mondo sotterraneo, in cui è relegato con gli...

English food

La cucina inglese sta migliorando. La notizia non è nuova, anzi viene ripetuta da circa un secolo dai viaggiatori che tornano in Continente. Partiti con una montagna di pregiudizi, le informazioni delle guide, quelle di amici e congiunti e, negli ultimi anni, il fenomeno degli chef superstar (Jamie Oliver, Nigella Lawson) che hanno riempito le librerie e i canali televisivi, dovrebbero essere riusciti a dissolverli. Eppure, eppure...   È certo vero che a Londra, città che si candida ad essere quel che fu New York nel XX secolo, le occasioni di mangiar bene, di trovare buoni ristoranti (e qualche gastropub) sono ormai numerose e la tetraggine che si associa ai resoconti di pranzi in terra d’Albione non è più all’ordine del giorno. E nemmeno lo è la nota frase di Somerset Maugham: “per mangiare bene in Inghilterra bisogna ordinare il breakfast tre volte al giorno” (la stessa cosa veniva ripetuta da Saul Steinberg per l’America).   A me però il dubbio rimane. Intanto i migliori ristoranti sono etnici, non importa di quale etnia. Se si vuol mangiare la cucina inglese o si va nei club (...

Roman Polanski. Carnage

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.   Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali e ipocriti (e incapaci di uscire dal set, come nell’Angelo sterminatore di Buñuel), ma al tempo stesso implacabile per come inscena il destino della società occidentale, aggrovigliata attorno al desiderio di comprendere il mondo con le parole e destinata per questo a ripiegarsi fatalmente su stessa.     Polanski non corre, costruisce lentamente un muro di...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno omogenee. Un’idea interessante che però funziona soltanto nei primi due casi: lo stridore e l’incoerenza non sempre sono un valore, e queste purtroppo sono le caratteristiche di molte parti della Biennale, soprattutto all’Arsenale.   Giardini. Da qui conviene quindi partire, senza un itinerario preciso, annotando soltanto quello che è interessante. È...