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La tratta degli schiavi
Ricordo bene la voce di Joseph N’Diaye, guardiano e conservatore della casa degli schiavi a Gorée, piccola isola di fronte a Dakar, da cui partivano le navi negriere. Si arrampicava su quelle scale dalle armoniose rotondità di una conchiglia, per arringare i visitatori con la sua voce tonante. E quel cortile diventava troppo piccolo per contenere la forza delle parole di quell’uomo, che non voleva lasciare spegnere il fuoco del ricordo. Ricordo doloroso, per i discendenti degli schiavi e anche per noi, che facciamo parte del mondo che fu schiavista. I turisti ascoltavano in silenzio. Nessuno parlava. Lui raccontava di catene, di urla, di pianti, di ricordi abbandonati, di non uomini. Non uomini, perché lo schiavo è un individuo strappato alla sua vita e alla sua storia, alla sua terra. Lo schiavo non ha più genitori, né figli, gli è stata recisa la parentela. I suoi figli non apparterranno a lui, ma al padrone, che ne disporrà a suo piacimento. Lo schiavo è inserito nel processo produttivo, ma escluso dal circuito riproduttivo.
Tra il 1525 e il 1866, date di inizio e di fine della tratta, si stima che siano state più di quindici milioni e mezzo le persone deportate nel Nuovo Mondo. Nessuno sa con precisione quante di loro morirono durante i viaggi per mare in condizioni disumane.

«Non è una vergogna essere schiavi; la vergogna è avere degli schiavi» ha detto il Mahatma Gandhi. La deportazione di milioni di africane e di africani è tra le più grandi tragedie della storia umana, eppure non esiste un Giorno della Memoria per ricordare quella violenza. Qualcosa, però, forse, sta cambiando. Il 26 marzo di quest’anno, infatti, con 123 voti favorevoli, 3 contrari e 52 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ieri una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi «il più grave crimine contro l’umanità» e, per la prima volta nella storia, invita gli Stati membri ad avviare percorsi di riparazione come «passo concreto per rimediare alle ingiustizie storiche».
La tratta degli schiavi non è stata un semplice "commercio, ma una violenza sociale che ha bloccato e invertito lo sviluppo africano. Prima dell'arrivo degli europei nel XV secolo, le società africane stavano crescendo e si stavano sviluppando in modo indipendente. L'Africa ospitava società comunitarie, reti commerciali complesse e formazioni statali e feudali avanzate come l'Egitto, l'Etiopia, gli stati del Sudan Occidentale e lo Zimbabwe.
Il commercio degli schiavi ha però provocato una massiccia perdita di forza lavoro, portando via dal continente milioni di giovani sani e forti. Gli acquirenti di schiavi, infatti, preferivano vittime sane tra i 15 e i 35 anni, privando così il continente della sua fascia demografica più produttiva. A questo va aggiunta l'altissima mortalità durante le traversate oceaniche e durante le guerre di cattura. Mentre l'Europa e l'Asia vedevano la loro popolazione crescere costantemente, la popolazione africana rimase innaturalmente stagnante tra il 1650 e il 1900.
In molte parti del continente, la caccia agli schiavi sostituì le normali attività produttive. Era più redditizio vendere donne e uomini che oro. Concentrandosi sull'esportazione di esseri umani, l'economia smise di innovare. Le manifatture artigianali africane, come quelle del ferro e del cotone, vennero distrutte dalla competizione delle merci europee importate in massa. L'Africa venne così tagliata fuori dalla domanda che avrebbe potuto stimolare il suo sviluppo tecnologico. Inoltre, la forza lavoro sottratta all’agricoltura portò, in alcune aree storicamente floride, a carestie croniche
Una volta catturati o comprati, gli schiavi neri attraversavano l’oceano per raggiungere il continente americano dove sarebbero poi stati destinati ai lavori forzati. In questo modo molti, troppi, africani entrano pienamente nella storia dell’Occidente e lo fanno in catene e la combinazione di lavoro servile e produzione di massa ha generato enorme ricchezza per le metropoli europee. Il sistema della piantagione è un prototipo del sistema di fabbrica, poiché il rapporto con i mezzi di produzione e i prodotti finiti è uguale.

Al cotone, prodotto quasi totalmente dalle braccia degli schiavi, possono essere ricondotti tre elementi fondamentali della storia del sistema economico odierno: la creazione del mercato dei mutui americano, la creazione di Wall Street e la rivoluzione industriale inglese (e poi europea). Aveva dunque ragione Karl Marx a dire: «Senza schiavitù niente cotone, senza cotone niente industria moderna. Anche l’Europa ha beneficiato di quel cotone – e quindi del lavoro forzato degli schiavi – che è stato il protagonista principale della Rivoluzione industriale.
La risoluzione ONU è un primo passo per il riconoscimento di quei crimini, anche se c’è da chiedersi come mai non è stato fatto nulla fino a ora. E se guardiamo l’esito delle votazioni vediamo che tra gli astenuti ci sono anche l’Unione Europea e la Gran Bretagna: non una bella figura, visto che gli europei e in particolare francesi, olandesi, inglesi, portoghesi sono stati tra i principali mercanti di schiavi. Che dire poi dei tre Paesi contrari? Stati Uniti, Argentina e Israele, le cui politiche attuali parlano da sole.
Le immagini provengono da Wikimedia Commons.
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