Nostra Signora Speranza
Da Gaza all’Ucraina all’Iran a Minneapolis, dai disastri climatici a quelli di cronaca nera, un senso di catastrofi senza fine ci accompagna ogni giorno. Purtroppo, se ci guardiamo indietro, le cose possono sempre peggiorare. Le destre hanno sempre portato a conflitti tragici per l’umanità, le guerre mondiali e tante altre, infinite e sanguinose. Difficile non pensare che la destra è semplicemente il male, lo è sempre stato. O piuttosto che la volontà di potenza degli individui e dei gruppi umani grandi e piccoli si reifica politicamente in tiranni, abolizione delle strutture che negli stati equilibrano le forze diverse, un richiamo all’efficienza che significa quasi sempre rendere più semplice l’esercizio del proprio potere contro oppositori, minoranze, gli altri. La generazione dei miei genitori ne ha sofferto nel ventennio mussoliniano, ne abbiamo sofferto noi negli anni settanta dove il clima venne stabilito, dalla Banca dell’Agricoltura del 1969 fino alla strage di Bologna del 1980, da 140 bombe fasciste e dalla reazione delle BR, con gli inevitabili riverberi nella società di altre radicalizzazioni (un po’ come pare si auguri Netanyahu per l’Iran). Ne soffrono oggi i giovani davanti al delirio xenofobo, conformista, avvilente, che un caotico presidente come Trump irradia per tutto l’impero americano di cui siamo la periferia. Un senso di soffocamento, di non poterci far nulla che scivola facilmente in rassegnazione e comportamenti autodistruttivi. Fascisti dappertutto, sempre, e, conseguentemente, violenza efferata sulle popolazioni di mezzo mondo. Eppure io non sono disperato. In una delle sue ultime interviste Jane Goodall, la grande esperta e amica di primati di ogni tipo, ha parlato della speranza. Del compito della speranza. Credo che invecchiando diventi un impegno di fronte ai più giovani, di fronte ai figli (averne vuol già dire tentare di escludere il proprio suicidio) e agli altri. Vorrei raccontare un bell’episodio che mi avvenne quando avevo vent’anni.
I tre giorni di occupazione della città universitaria a Bologna nel ’77 vennero conclusi dall’ingresso in Via Zamboni di mezzi cingolati (non proprio dei carrarmati ma quasi, e credo sia stata l’unica volta in Europa occidentale nel dopoguerra; era invece com’è noto pratica quasi abituale nel blocco sovietico, in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, come oggi in Ucraina). Seguirono moltissimi arresti, i magistrati Catalanotti e Calogero erano convinti ci fosse una strategia unitaria e che il movimento avesse un capo e strutture esecutive. 40.000 denunce Culicchia, oltre 14000 arresti. Per dare una misura, tra l’omicidio di Giacomo Matteotti (1924) e la caduta di Mussolini (1943) il fascismo mandò al confino 12.000 persone. A Bologna vennero fermati un numero enorme di studenti. Siccome a casa mia preparavamo un libro sulle telefonate della città a Radio Alice (con Carlo Rovelli, Claudio Piersanti e Maurizio Torrealta), il mio appartamento venne perquisito sette volte nel corso di quell’estate. Allora mi pareva normale, ma sono contento che non sia toccato ai miei figli che sono anche più radicali di me.
Per protestare contro gli arresti, alcuni studenti si incatenarono in Piazza Maggiore per uno spettacolo del Living Theatre. Quando, come era allora abituale, la Polizia caricò la Piazza, gli incatenati rimasero naturalmente lì. Quella notte finii a Radio Alice con Julien Beck e Judith Malina; parlammo in diretta credo tre ore e a un certo punto ci raggiunse Stefano Cavedoni degli Skiantos. Immagino di averli intervistati un po’ in italiano, che loro parlicchiavano, e un po’ nel rudimentale inglese che parlavo allora, e di aver tentato di spiegare cosa stava accadendo. Allora ignoravamo cosa fossero Gladio, la P2, Stay Behind, cosa potevano sapere certi apparati del PCI (e certo qualcosa dovevano sapere) delle forze che agivano in Italia negli anni della guerra fredda. Quello che capivo in quei giorni era che la situazione sarebbe precipitata. Era la fine di un’onda che dai referendum su aborto e divorzio, al femminismo, a un diffuso dissenso da capitalismo (ma anche da PCI e gruppi extraparlamentari di sinistra) aveva portato tante emancipazioni nella società italiana. Ed era una fine violenta. Sarebbero cresciuti gli attentati terroristici, insomma un disastro, e lo capiva anche uno studente del DAMS di vent’anni che non sapeva nulla come me.
Judith Malina aveva quattro anni più di mia madre, era una donna molto gentile, una pacifista radicale, e ascoltandomi mi disse con un tono affettuoso di non disperare, che non essere violenti era una ricchezza anche politica, e che un movimento si tiene insieme in tanti modi. Attraverso i libri, gli spettacoli teatrali, le persone, i luoghi. Le donne sono state la grande novità politica di quegli anni e lo furono attraverso la non violenza.
Fin dall’adolescenza, appena scoperto il mio dissenso dalla catastrofe generale che era dello stesso tipo di quella cui accennavo all’inizio di questo articolo, avevo sentito una distanza profonda e radicale dalla passività spaventata di fronte ai benpensanti della città, la gente perbene tanto cara a Salvini e Farage, e avevo scoperto una bellissima storia. Erano libri, spettacoli teatrali, luoghi. Molti amici li ho tenuto tutta la vita, con altri ci siamo persi e in qualche caso ho naturalmente visto anche pochezza e ipocrisia. Ma un certo tessuto, proprio quello a cui si riferiva Judith Malina, c’era sempre stato e sarebbe rimasto. Appunto libri, spettacoli, case. O come diceva Elsa Morante, finché si scrive una poesia la bomba atomica è rinviata. Un’area che allora chiamavamo di contro cultura e che oggi direi era semplicemente di cultura. Ho certo incontrato anche altre persone interessanti che non appartenevano a quel mondo, ma un certo Karl Marx, non quello esibito in enormi stendardi sulla Piazza Rossa ma l’esule, giornalista, che non ha di che dar da mangiare ai figli a Londra, o Rosa Luxemburg e la sua attenzione a umani e animali, la lucidità di Matteotti, le lettere scritte in carcere di Gramsci o l’avventurosa meteora rivoluzionaria di Che Guevara, ha significato sentire che la storia non la facevano solo i potenti. Che contro il cinismo, la delusione che prelude ai cedimenti fascisti, c’è sempre una speranza che erige la sua barriera. Con ironia e profondità. Sono umani che hanno creduto nell’umano, e non nel potere del denaro. Forse idealizzati per la loro tragica fine, come i santi nel medioevo, e che come loro hanno tracciato un filo ideale tra le tante diverse forme di resistenza al potere. Quando poi tramonta un’epoca, da una parte si vedono i tiranni, dall’altra quelli che hanno resistito e naturalmente con il passare del tempo la loro definizione storica sfuma in un orizzonte più tenace e mitico. Nella speranza. Che certo, è l’ultimo dei mali che si libera dal vaso di Pandora, proprio ciò che ci condanna a soffrire l’esistenza perché se non c’è rassegnazione c’è slancio e desiderio, e voglia di vivere. E come chi è pronto ad amare deve sapere che c’è anche da soffrire, perché si può venire traditi o è possibile anche semplicemente immaginarlo, perché le persone amate muoiono, perché quello che va oltre il nostro egoismo e controllo è ovviamente vulnerabile, così sentire l’ingiustizia, l’oppressione degli altri come la nostra è anche il nostro compito, il dovere di sopportare la possibile delusione, e di far coraggio agli altri, aiutarli a essere. Sentire slancio e speranza. Non c’è da sorprendersi allora se si viene poi presi di mira dalla polizia politica, da condomini petulanti o da un insegnante anche semplicemente conformista. Anche se non si è degli attivisti, semplicemente per quello che si è e si pensa. Non è per caso che le polizie segrete vadano sempre a cercare di capire quel che leggono gli oppositori. Lo hanno fatto in casa di mia madre, in casa mia, in librerie e case editrici, contro il teatro e la società. Si cresce anzi con questa seconda natura, una dissidenza intima come un romanzo, si impara presto che la destra è semplicemente il potere e si scatena sempre contro i più deboli, e che quindi naturalmente se ci si schiera dalla loro parte, che siano immigrati, cittadini che per una ragione o per l’altra vengono privati di diritti, ci si unisce al loro destino. Hanno ragione i trumpiani di successo a dire dei loro oppositori non è che un povero comunista… Quello che ignorano è la bellezza che nasce dove c’è fratellanza, amore per gli altri e la natura. Una gioia nel sentirsi parte di un percorso di emancipazione, fatto di studio, amore, solidarietà, che nessuna ricchezza può comperare. Si può sprecare tempo e denaro inseguendo il proprio aspetto, immaginare che i losers siano altri, ma nulla ci trova e ci fonda come sentire nella vita un senso di gratitudine per la bellezza, che sia un brano di Schubert o una poesia di Giacomo Leopardi, il sorriso di un bambino, un bell’albero o l’amore per qualcuno. Elsa mi diceva che c’era bellezza anche nella ricchezza, non solo nella povertà. Pensava credo agli anni in compagnia di Luchino Visconti. Ma alla fine si schierava con me, lo si vede nei suoi romanzi, e anche con i rimproveri che faceva a Patrizia Cavalli, di amare un po’ troppo la gente ricca. La vera bellezza non era tanto nel pauperismo che sia lei che Pasolini, un po’ come tutto il neorealismo, trattano come una cartina tornasole della società italiana. I poveri non sono i buoni, ma la giustizia è il nostro compito. In fondo c’era del buon senso meno soggetto a flirtare con Visconti o la Callas di Onassis (non la straordinaria interprete che l’aveva preceduta) nella battuta di Italo Calvino che diceva che non è che bisogna dar via la roba. Quello che li univa, che hanno trasmesso alla mia generazione e che spero noi si riesca a trasmettere alle prossime e resti un tessuto riconoscibile, quello appunto di cui parlava Judith Malina, è che la vera bellezza del mondo non è superficiale o consolatoria, non è estetizzazione di quel che è reale, ma nasce al contrario nel vero umano della Ginestra leopardiana, nel prestarsi e chiedere aiuto, e ci riscatta dal dolore, dalla libertà negata o dall’indignazione di fronte all’ingiustizia.
In copertina, Carrarmato in via Zamboni, 13 marzo '77.